UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 2

Quando Russell era diventato celebre, lei si era lasciata andare a condotte inattese, per quanto largamente sgradevoli. La donna aveva incominciato a pretendere uno stile di vita socialmente diverso da quello che avevano sempre vissuto assieme, inebriata ed esaltata da quel nuovo mondo nel quale lui era entrato a far parte. Era come impazzita, quasi al divenire farneticante, trasformandosi in una persona esigente e capricciosa, nientedimeno prepotente, nel voler a tutti i costi partecipare ad ogni evento mondano in sua compagnia.

Russell aveva nettamente posto un freno, lui per primo non ambiva ad intervenire a suddetti avvenimenti, quantomeno non a tutti, ed aveva sempre operato una determinata selezione in merito, essendone giustamente costretto. Era il suo lavoro e non poteva farsi negare all’infinito, i suoi ammiratori non avrebbero alla lunga gradito un simile sbandierato atteggiamento di superiorità.

Posò il cellulare sul tavolo che si rese conto di sorreggere ancora tra le mani, essendo ripiombato in quell’abituale parentesi di profonda, acuta riflessione, ripensando a Janice e a quanto lo avesse intimamente deluso.

Non si sarebbe mai aspettato tutto questo, quel che era sopraggiunto dopo la sua consacrazione ad uno dei migliori attori del cinematografo. Era arrivato come di proposito, giusto per rovinargli quel travagliato traguardo.

E fu soppiantato da un rigoglioso senso di malessere, nel riesaminare per l’ennesima volta cosa provasse in realtà per lei, eternamente affondato in quel persistente dilemma.

Scrollò debolmente la testa e si distanziò dal telefono, stabilendo che per quella sera non sarebbe stato più il caso di pensarci. Avrebbe ripreso il discorso con se stesso l’indomani, in totale tranquillità e soprattutto da solo, magari avrebbe anche spento il cellulare per meglio riflettere, cosa attuabile soltanto senza i ripetuti assalti della donna.

D’altronde non le aveva permesso appositamente di venire con lui a Los Angeles, per pensare e respirare, precisandole che in seguito all’espletarsi di quegli incresciosi eventi, avvertiva l’incalzante necessità di rimanere solo per poter adeguatamente riflettere sul da farsi, prima d’immergersi nuovamente nel suo lavoro, il suo prossimo film, di cui, da lì a poche settimane, sarebbero iniziate le riprese.

Janice non aveva ostentato nessuna resistenza, naturalmente, anche se le era risultato a dir meno difficoltoso rinunciare ad accompagnarlo in quell’avvenimento più unico che raro per lei, al quale, con scarsa probabilità le sarebbe potuto ricapitare di partecipare.

A smorzante rilento raggiunse l’armadio per vestirsi, ancora densamente pensieroso, e s’infilò lo smoking per l’occasione, riconsultò l’orologio e si accorse che era tempo di muoversi.

Curioso, pensò, Warren non si era fatto sentire per l’intero tempo, e in un attimo ringraziò vivamente tra sé quella donna che, senza neanche rendersene conto, gli aveva indirettamente donato un po’ di pace tenendolo impegnato, concedendogli quindi, che stesse per qualche ora alla larga da lui.


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In pochi minuti si ritrovò alla reception e il concierge gli porse un cofanetto in velluto blu.

Russell lo guardò alquanto sorpreso, nel non immaginare di cosa si trattasse, e l’uomo, ipotizzando da quell’espressione che lui non fosse a conoscenza delle disposizioni del suo agente, garbatamente gli spiegò: «È un collier richiesto alla gioielleria dell’hotel, da parte del signor Darryl a suo nome, dovrebbe apporre una firma qui», porgendogli un documento di consegna. «Potrà restituirlo domani.»

Lui accondiscese mediante un lieve gesto del capo e firmò la ricevuta, prese l’oggetto tra le mani e lo dischiuse.

«Beh, è sbalorditivo» commentò, con un immediato sfolgorio negli occhi che riverberarono abbagliati all’irradiante luce di quelle stupende pietre preziose. Poi, d’un tratto, udì una voce squillante che proferiva il suo nome, e con languida movenza si ruotò in quella direzione.

Un fulmineo brivido lo sovvertì e all’istante s’immobilizzò.

Warren stava camminando verso di lui con al suo fianco una creatura splendida, che nella sua calma e suadente andatura era come se emanasse un poderoso raggio di luce, lasciandolo quasi accecato.

Il lungo abito nero rilucente di seta pura era come se fosse stato disegnato su di lei, si plasmava supremo alle sinuose forme e regalmente eleganti, il viso che risplendeva di una pelle pressappoco perfetta, magnificamente incorniciata dai dorati capelli raccolti che rilasciavano cadere sulle spalle discinte qualche ciuffo fluente, donandole un’aria incantevole, invero seducente.

Russell si avvicinò ammaliato, il suo sguardo che brillava di ricolma ammirazione, se non venerazione, non riuscendo sulle prime a distogliere la sua attenzione da lei.

«Allora, che ne pensi?» cantilenò Warren, impacchettando un’aria di smisurata soddisfazione.

«Beh, Warren, ora ne ho la concreta certezza, sei davvero un maestro» lo encomiò lui, allorché fu a una manciata di passi dalla donna.

Dea rimase in prolungato silenzio, immota e cristallizzata, implacabilmente catturata da quegli occhi di un grigio argenteo talmente fulgido, da riuscire a strapparle per un momento il respiro, impedendole altresì di compiere un unico, ridottissimo movimento.

«Tenga, questo è per lei.» Russell le porse il cofanetto che lei adagio aprì, dopo di cui, alla magnificenza di quel monile, Dea restò definitivamente sprovvista del proprio dizionario.

Lui estrasse dalla custodia il collier in oro bianco, finemente incastonato con un nugolo di topazi azzurri e diamanti. «Faccio io.» La aggirò e si arrestò dietro di lei per allacciarle il prezioso gioiello.

E non appena Dea percepì il freddo metallo adagiarsi sulla sua denudata pelle, fu sbalestrata da un florido sussulto, seguito da un tempestivo fremito causato dalla calda mano di lui che, per chiudere l’allacciatura, le aveva sfiorato la nuca con le dita.

«Sembra che sia stato creato intenzionalmente per lei, miss Sutherland, si abbina perfettamente al colore dei suoi occhi.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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