UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 3

«Il vincitore è… Russell Bowen!»

Un boato s’innalzò nel teatro e uno scroscio di applausi invase tutto lo spazio circostante, scortato dalla consueta melodia che veniva musicata per la celebrazione dell’ennesima statuetta vinta agli Academy Awards.

Russell socchiuse le palpebre e sorrise, ma rimase quasi imperturbato, immutato nella sua posizione, intanto che l’intera sala si alzava in piedi per acclamare la nuova rivelazione di Hollywood.

E si volse alla sua destra, ancora seduto, dov’era al suo fianco Dea che lo osservava di una profonda, sensiva ammirazione, vividamente filtrante dal luccichio del rischiarato azzurro violaceo delle sue iridi.

In un illimitato attimo si arrestarono a fissarsi, persi nei loro occhi, forse inebriati dalla magia di quel singolare momento, inoltrandosi chissà quali subliminali messaggi, difficili da decifrare anche da loro stessi.

«Russ! Sei veramente grandioso!» Warren non stava più nella pelle e gli afferrò con decisione la mano, nell’istante in cui Russell si accingeva ad erigersi dalla sua poltrona, attorniato da una valanga d’individui che desideravano offrirgli di persona le proprie felicitazioni.

E Dea, spinta da un’incredibile energia, governata da una insolita ma potentissima carica emozionale, con estrema, inaspettata disinvoltura si erse in piedi. E allorché Russell si mosse per guardarla di nuovo, lei, accompagnata da una luminosissima luce negli occhi che lui non poté fare a meno di notare gli dichiarò: «Congratulazioni, è un onore per me essere qui stasera.»

Lui ricambiò ampiamente quel bagliore e le si approssimò per accoglierne i baci alle guance, circondandole tenue la vita con un braccio per accostarla a sé, mentre adagiava delicata l’altra mano sulla sua spalla per farla poi scivolare lungo tutto il braccio di lei. Dea rabbrividì immantinente per quel pervadente contatto che la condusse lontano, che le permise di tremare ancora, di stordirsi al di fuori di qualsivoglia confine.

Russell le lanciò un ultimo, penetrante sguardo e si separò da lei, le avvolse delicatamente una mano con la sua e gliela sfiorò in un lievissimo bacio. «Grazie, ma credo di essere io molto fortunato stasera, e non per il riconoscimento che sto per ricevere.»

Dea restò statica, muta, interamente catturata da quel fascio di luce che sembrava averla polarizzata, impedendole di veder chiaro intorno a sé, ma soprattutto davanti a sé, dove risiedeva l’origine, il generatore di tale bagliore.


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E lo vide allontanarsi in direzione del palco, avvalendosi di un’andatura lenta ma decisa, regia, e quando lui fu dinanzi al microfono accogliendo in mano la statuetta, Dea rimase conquistata dalle sue superlative movenze, dalla formidabile scioltezza con cui esprimeva il suo ringraziamento, addirittura anche dall’ironia mediante la quale lui rilanciava alle parole giocose del presentatore della manifestazione.

Rimase tutto il tempo così, imbullonata alla sua poltrona, osservando e pensando a quest’uomo incredibile, piombato nella sua vita come un brusco e devastante temporale estivo, di cui tanto aveva sentito parlare ma che mai avrebbe immaginato così carismatico, così straordinariamente affascinante.

Eh sì, doveva stare molto attenta, altrimenti quest’inatteso e dirompente temporale avrebbe potuto travolgerla e lasciarla ineluttabilmente disastrata, demolita, quantunque dovesse ammettere che, in un modo o in un altro, quell’uomo l’aveva già incantata. L’aveva già sedotta, malgrado lei gli avesse espresso per mezzo dei suoi finalizzati commenti, imponendolo prima di tutto a se stessa, che lui non sarebbe mai riuscito ad irretirla, a raggirarla, ad indurla a crollare nella sua pericolosa seppur accattivante, magnetica rete.

Invece no, in quel momento capì che era tutto l’opposto, era tardi ormai. Era già intrappolata.

E allorquando lui ritornò al suo posto, lei cercò fulminea di raffreddare i suoi bollori, lo scompiglio che la presenza troppo ravvicinata di quell’essere le scaraventava dentro, riuscendo a farla soccombere con un’impetuosa rapidità a quel turbine emozionale.

Russell la osservò alquanto indagatore, nell’aver rilevato la sua aria piuttosto ritratta. «Ti sei arresa?»

Dea si voltò perplessa, non sapendo proprio cosa pensare, senza riuscire ad individuare in quale ottica collocare la sua domanda. Aveva forse intuito ciò che le stesse avvenendo dentro, oppure si riferiva ancora al suo perenne disagio per la partecipazione ad un simile evento?

Si acciuffò il labbro inferiore con i denti, forse anche un po’ troppo forte per il turbinoso subbuglio che le spadroneggiava dentro, perciò per poco non ne avvertì dolore.

Spalancò per intero i suoi occhi ed effigiò sul suo viso una così candida espressione, tanto ingenua da farla sembrare pressoché una bambina, che Russell si arginò in meno di un palpito, quasi senza respiro, estesamente interdetto da siffatta incantevole semplicità.

Dea seguitava a non proferir parola, prima di tutto perché non riusciva a decodificare quella domanda, e poi perché una risposta enunciata in forma errata avrebbe innegabilmente compromesso la sua già precaria disinvoltura, nell’ammettere che quell’uomo avesse fatto centro.

Russell dischiuse di poco le labbra, come a volerle dir qualcosa, tuttavia non fu capace di pronunciare una sola sillaba. Era portentosamente avvinto da quella parvenza così innocente, fresca, di una spontaneità tale, da farlo a momenti vibrare di una subitanea, singolare sensazione.

Socchiuse le palpebre e le inviò uno sfolgorio così maestoso dal grigio luminescente delle sue iridi, che lei si paralizzò, capitolando definitivamente all’ira funesta di quel devastante temporale.

«Russ?»

Lui trasalì, e riuscendo a stento a distogliere il suo sguardo da quelle purpuree labbra, ancora turgide per via di quell’aggressione improvvisa, si volse flemmatico alla sua sinistra, dove Warren lo stava scrutando strabiliato, ma nello stesso tempo molto accorto e speculante.

«Dimmi» lo esortò Russell, tentando di ricomporsi da quel brusco stato confusionale che gli aveva quasi tolto il dono della parola.

«Ehm…» L’uomo s’interruppe un secondo, valutando che, presumibilmente, la domanda che aveva avuto intenzione di porgli non sarebbe stata più appropriata, giacché da quale rinomato filibustiere lui era, esaminando ben bene l’attuale espressione controversa di Russell aveva ormai capito che qualcosa di strano, ma di davvero pericoloso, stesse accadendo tra quei due. «Nulla, volevo sapere come ti senti. Sai, io sono proprio eccitatissimo, lo sapevo che alla fine avresti vinto questa categoria.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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