UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 2

Russell fu fornito della possibilità di rilassarsi, si concesse una lunga doccia rigenerante e si assopì per qualche ora, propenso a riconquistarsi per intero dalla differenza di fuso orario, ma anche nel finale proposito di far fronte all’evento senz’alcun imprevisto spiacevole, data la sua irritabilità che facilitava ad emergere, quando si ritrovava a frequentare determinati ambienti.

Fu risvegliato dal trillo del suo telefono cellulare e con calma si riappropriò dei suoi gesti. Impugnò l’apparecchio e scrutò il numero sul display.

Trasse subito un riequilibrante respiro, pacificante, avendo riconosciuto l’identità del chiamante, assai poco gradito in quel momento.

Tuttavia cercò di compromettere al minimo la distensione che quelle modiche ore di sonno gli avevano erogato, pertanto, dopo aver avviato la connessione, molto quietamente esordì: «Ciao, Janice, tutto bene?»

«Sì, amore, volevo sapere com’è andato il volo e se sei pronto per affrontare la serata» miagolò la donna, forzatamente serena e sagacemente smielata.

«Sicuro, perché non dovrei?» rimandò, celatamente seccato, pur scortato da un lieve disturbo affiorato dal suo tono, poiché in seguito a quella snervante asserzione, seppur all’apparenza inoffensiva, i suoi buoni intenti si erano dissolti in poco meno di un lampo.

«Beh, non so… non sei emozionato?» sorvolò lei, pipiando melliflua, senza rastrellare l’esile malevolenza filtrata dalla sua replica.

«Beh, sì, ma non è comunque la mia ragione di vita» precisò lui, nel tentativo di porre un freno a quella sorta di schermato assedio.

«Ah! Sei sempre il solito modesto… Sai, oggi stavo pensando all’epoca in cui andavamo al liceo, quando tu ripetevi ai nostri amici che un giorno avresti vinto l’Oscar, e loro invece si prendevano gioco di te, dicendoti che eri un pazzo e pure un illuso. È un bel colpo, sono tanto fiera di te.»

«Grazie, Janice, è una cosa che riempie di orgoglio anche me, sono felice che mi apprezzino in questa maniera» si disacerbò, intenzionato a non irritarsi. Ne avrebbe pagato esclusivamente lui le conseguenze.


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«Oh, Russell, tu sei eccezionale, anche se non prevedevo che avresti fatto tanta strada.» E si arrestò per un paio di secondi, un po’ intimidita. «Ci hai pensato?»

Russell respirò a fondo. Eccolo, quell’assedio era rientrato puntualmente in gioco.

Pur nonostante, ostentando una data, necessaria tranquillità lui le specificò: «No, scusami, ma ho avuto diverse cose di cui occuparmi e se devo essere sincero, adesso non dispongo del tempo sufficiente per pensare al nostro matrimonio.»

«D’accordo, però… credi di averne l’intenzione, voglio dire, mi perdonerai?» perdurò gnaulante lei, oltremisura melensa, al fine d’insinuarsi prostrata in lui. In fondo l’uomo, il suo uomo, era doviziosamente ragionevole e assai sensibile, ed una tale sapiente tecnica di brandirlo era l’ideale per riavvicinarlo compiutamente a sé.

E infatti lui espresse: «Ormai è acqua passata, Janice, quello che ho bisogno di capire adesso è cosa ci sia tra noi. Se si tratta di amore o solo affetto, o peggio ancora abitudine.»

«Io lo so che ti amo, sei tu che non lo sai» lo colpevolizzò lei, da ultimo, crucciandosi in un batter d’occhio.

Russell, a quel mutamento improvviso davvero poco gradito, per pervenire al debito, conclusivo punto professò: «Ascolta, sposarsi è un passo importante, per entrambi, ed anche se ti amassi, cioè, se ti amassi come una compagna e non come una semplice amica, voglio essere sicuro che sia definitivo. Ormai siamo quasi alla soglia dei quarant’anni e non siamo più dei ragazzini, né siamo al liceo, dove tutto sembrava più facile, più fattibile, non come al presente. Ci sono diversi problemi irrisolti nella nostra relazione, e oggettivamente siamo alla ricerca di cose differenti, in alcuni casi addirittura contrastanti fra loro.»

Immise un rilassato respiro, intanto che la donna permaneva in funereo silenzio e convoiò: «Comprendimi, ma tu sei molto più frivola di me, come sciaguratamente ho avuto la facoltà di constatare, e il matrimonio dura tutta la vita. Non intendo commettere un errore che mi possa condurre inevitabilmente a pentirmi, è una cosa di cui vorrei essere pienamente convinto e, in primo luogo, dovrò esserlo per tutti gli anni a venire, senza mai dubitare un istante, cosa che purtroppo già da ora sto facendo.»

«Capisco, hai le tue ragioni» ripiegò lei, esalando un dotto, marcato sospiro. «Perdonami se sono insistente, ma sai, dopo il terribile sbaglio che ho commesso sento di amarti ancora di più, anche più di quando sono stata un’adolescente, incredibilmente spontanea e priva di paure.»

«Devo andare, Janice» tagliò corto lui, incominciando a spazientirsi.

«Ok, guarderò via satellite la cerimonia. In bocca al lupo, ci sentiamo dopo.»

«Sì, ti chiamerò» concordò lui, inespressivo, compiendo nel frattempo una sedante inspirazione, e chiuse la comunicazione sbuffando, abbastanza avvilito di come si erano sistemate le cose tra loro.

Ciò che Janice aveva messo in atto, i suoi inopportuni e licenziosi comportamenti non erano affatto da sottovalutare e lui, evidentemente, ancora non riusciva a perdonarla. Era forse per questa ragione che il suo sentimento per lei adesso si ritrovava a vacillare, che non era più saldo come un tempo, quando invece l’aveva amata con tutto se stesso.

Ora non lo sapeva più. Non sapeva se l’amasse ancora, se si fidasse ancora di lei.

E malgrado Janice si fosse dimostrata radicalmente pentita e che con i suoi modi di agire trapelasse di aver veridicamente mutato atteggiamento mentale, lui tuttora non riusciva a recuperare dal suo profondo ciò che più di tutto lo aveva fatto innamorare di lei, la sua semplicità, la sua schiettezza e la sua trasparenza. Ma numerose cose erano cambiate, rientrando dannatamente in quel sopraccennato, famigerato rovescio della medaglia.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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