IL MOSTRO E LA PRINCIPESSA di Simona De Paulis

Nel frattempo, la Principessa stava studiando un piano per evadere. Era coraggiosa, questa Principessa, non come quelle solite Principesse che hanno bisogno di essere salvate in ogni eventualità dacché debolucce e poco risolute. Inoltre, la colpa era esclusivamente sua, e sola avrebbe dovuto rimediare, per quanto possibile, ma avrebbe comunque tentato.

Il mostro da cui era stata catturata ed imprigionata, spaventoso e terribile per chiunque avesse avuto anche una dovizia d’audacia, assomigliava ad un gigantesco cane a due teste, ed il suo duplice abbaiare era ancor più inquietante del suo stesso aspetto, tanto è che spesso abbaiava per incutere terrore.

Quindi, il primo passo per sconfiggerlo era di non lasciarsi intimorire, convinta che quella del mostro fosse maggiormente scena, che apparisse molto più spaventoso di quanto effettivamente fosse.

«Che animale sei?» gli aveva chiesto per tastare un po’ il terreno, allorché esso si era presentato in quella cavità della grotta per controllarne la prigionia.

«Sono l’Orthrus, e potrei mangiarti in due sol bocconi. Rammentalo, semmai ti balenasse in mente di darti alla fuga.»

Allora la Principessa, fattasi l’idea di dover utilizzare astuzia più di quanto ne avesse lui, aveva replicato: «Ma se tu mi mangiassi, il Re non esaudirebbe alcuna tua richiesta, non avresti più alcun potere su di lui.»

A quel punto, l’Orthrus si era attivato in una cauta ed attenta riflessione. In pratica, aveva inteso, le minacce non trovavano terreno fertile in quella inusuale donzella.

«È vero» aveva ammesso in seguito «ma non sei l’unica arma di cui potrei servirmi.»

«Se stai pensando al Principe» ribatteva subito la Principessa «sappi che si toglierebbe la vita con le sue stesse mani, se io dovessi essere sottratta alla vita. Non avresti maniera di servirtene per i tuoi scopi.»

«Ma se io ti torturassi fin quasi a perirne, senza ucciderti, saresti tu ad implorarmi di convincere il Re. E così anche il tuo amato marito.»


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«Non ho paura delle torture, e non ho neppure timore della morte. Se questo dovesse servire per salvare il mio popolo.»

Conversazione del tutto sterile, l’Orthrus aveva deciso di ritirarsi senza ribattere, non dandole alcuna conferma di aver centrato il bersaglio, le aveva lasciato il dubbio, giacché all’opposto le avrebbe scoperto uno spiraglio di debolezza.

La Principessa, tuttavia, dubbio non ebbe. Sapeva che almeno per un po’ tempo, che lei avrebbe avuto a disposizione per studiare bene la sua fuga, il mostro non si sarebbe mosso, cercando a sua volta un piano per venirne a capo.

Accadde proprio il giorno in cui il Principe stava attraversando i confini della palude, che la Principessa era pronta per fuggire.

Aveva chiamato il mostro, dandogli a credere che era esausta e che se le avesse dato la possibilità, avrebbe fatto in modo di persuadere il Re, qualunque cosa egli avesse preteso. Era giunto il momento, giacché aveva finalmente scoperto cos’era di tanto vitale e, nello stesso tempo, letale per il mostro. I fiori.

Inizialmente l’Orthrus non le aveva creduto, date le sue ardite parole durante il loro primo incontro, ma, avendolo di certo previsto, la Principessa aggiunse di aver scoperto di essere incinta e che non poteva rischiare di perdere l’erede al trono, non sentendosi affatto bene. Non poteva sacrificare la vita di un’anima innocente, nemmeno per il suo popolo, poteva decidere della sua vita ma non della vita di un altro essere umano. Non era Dio ed era sacrilegio se ella ne avesse fatto le veci, e di conseguenza la sua anima sarebbe stata dannata.

Il mostro la ritenne veritiera, in fondo non faceva una piega, pertanto assai tranquillo la liberò egli stesso dalle catene.

«Il tuo amato è alle porte della caverna. Sarà lui ad accompagnarti dal Re.»

Ma la Principessa, rapidissima, appena fu sciolta dalle catene tirò fuori dal suo bustino alcuni fiori che portava sempre con sé come profumo, a due mani, e li schiacciò con vitale forza sugli occhi del mostro, su ambedue le teste.

Impietrita dalle urla doloranti del mostro, mai sentite prima di quel tempo, per alcuni secondi la Principessa fu come inchiodata al suolo, non riuscì a muoversi, vedendo forzatamente tutta la scena.

Il mostro si accecò, dapprima non poté vedere più nulla, e quando il veleno gli oltrepassò i bulbi oculari, fu come se si sciolse dall’interno, in una specie di combustione interna che diede fuoco alle sue interiora e poi a tutte le sue membra, restandone dal fine, solamente un mucchietto di cenere.

Il Principe arrivò pressoché in contemporanea, essendo riuscito a sconfiggere le creature poste a guardia della caverna, ed assistette anch’egli al rogo dell’Orthrus. Al termine della scena, che aveva impietrito anche lui, si catapultò sulla Principessa abbracciandola fortissimo, quasi in lacrime.

La Principessa lo rassicurò. Morto l’Orthrus, poche probabilità ci sarebbero state che questa pericolosa avventura di nuovo accadesse, ma la Principessa, memore del suo grande errore, consapevole che per un vezzo aveva messo a repentaglio tutto il Regno, la sua vita e quella del Principe, aveva ben imparato la lezione.

D’altronde aveva ricevuto tutto quel che un qualsivoglia essere umano avesse potuto desiderare, un Amore coronato e l’Amore immenso di tutti i suoi cari, onde per cui non si comportò più alla stregua di una viziata ed annoiata donna di Corte, bensì come una dama dabbene, dignitosa e responsabile dei suoi imprescindibili doveri.

E da allora coltivò una piccola serra al centro dell’enorme cortile, ma tutto il suo principale tempo lo dedicò al marito, la più grande gioia che il Destino le aveva riservato. La vera felicità.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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