IL SOGNO DELLA DEA di Francesca Di Patrizio

Viveva su un’isola sperduta ai confini del mondo, una bellissima Dea che bruciava d’Amore per un mortale. Egli era un marinaio, il quale aveva votato la sua vita al mare.

Innamoratosi perdutamente della Dea, che gli aveva salvato la vita, aveva scelto di non più mettere piede a terra. Ciascun porto che faceva risaliva subito a bordo, sulla prima nave che arruolasse equipaggio.

Ma non c’era futuro per loro. Ella, in quanto Dea, non aveva alcuna concessione di legarsi ad un mortale, il suo compito era di governare i mari, di mantenere l’equilibrio in quella porzione di mondo, un mondo che superava i confini delle mappe e pertanto non disegnato sulle mappe stesse. Era agli uomini sconosciuto.

Come fece quindi il marinaio ad incontrare la Dea, fu una rara eccezione. La Dea, come protettrice di quei mari e dei suoi viandanti, poteva altresì ascoltare le loro preghiere, anche quelle dei moribondi annegati nelle acque confinanti, e con la sua immane clemenza assicurargli un più soffice passaggio nell’aldilà.

Fu colpita, la Dea, dalla richiesta del marinaio. Non le aveva chiesto che gli fosse salva la vita, non aveva pregato per se stesso bensì per far salva la nave ed il suo carico, destinato ad opera umanitaria da parte della Corona Inglese. Un grande gesto nobile, di sconfinata fiducia nel genere umano, dal momento che il marinaio non sapeva con esattezza chi fossero i destinatari ed il perché. Un cuore ingenuo, innocente e tenero come quello di un infante.

Ne aveva raccolte di preghiere, la Dea, e mai le era accaduto di ascoltare un cuore talmente puro, sicché, vista la curiosità, dopo aver salvato quella nave e tutto l’equipaggio, si era mostrata a lui in sogno.

La prima volta si era mostrata come una figura fuori campo, senza alcun rilievo e quasi invisibile, come un’ombra sfumata, al fine di osservare il suo sogno, cosa sognasse e come il marinaio sognasse. Era dai sogni che la Dea poteva comprendere come in realtà fosse un essere umano.

Trovate analogie e coerenza, che le confermarono la purezza di cuore del marinaio, la seconda volta gli parlò.

Era un sogno molto particolare, il marinaio stava sognando di essere sopra coperta, ad osservare il sole mentre veniva inghiottito dalla linea dell’orizzonte. La particolarità era che il veliero era completamente spoglio, sia di ciurma che di vele, di materiali, ne era presente soltanto l’armatura in legno. E lui.

Ella ne interpretò la solitudine, ed il diradarsi di speranze dal sole che gli veniva rubato alla vista.

«Ti senti vuoto?» gli chiese la Dea, affiancandolo sul parapetto.


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«Sono vuoto» rispose tranquillamente il marinaio, senza sorpresa, datosi che nei sogni tutto era possibile e tutto poteva comparirgli, non essendo reale.

«Cosa ti manca, marinaio?»

«Le gioie dell’Amore» egli affermò, dopo un lento sospiro.

«La tua Dama non ti ama?» gli domandò, sebbene una singolare morsa al cuore l’avesse usurpata, nel pensiero che egli amasse talmente una donna da struggersi per lei.

«Non c’è Dama che possa eguagliare il volto della Dea.» E si orientò nella sua direzione per guardarla struggente negli occhi.

La Dea era perplessa, come faceva egli a conoscere il suo volto? Eppure, questa era la prima volta che si mostrava al marinaio, in primo piano ed in tutta la sua sembianza.

«Seguo le corde del cuore» la anticipò. «Non vedo con gli occhi, ma con ciò che esso mi suona.»

Non potendo accettarne l’idea né tanto meno assecondarlo, la Dea si dissolse all’istante da quel sogno.

Lo visitò altre volte, ma mai più si fece rivedere. Al contrario, il marinaio approfittava proprio dei sogni per conversare con lei, per sentirsela vicina, per poter vivere quell’agognata felicità almeno nei suoi sogni.

E così, il sogno del marinaio divenne anche il sogno della Dea. Ogni giorno, ed ogni notte, viveva per questo. Attendeva che il marinaio si appisolasse per vederlo.

Finché, stanca di confinarsi negli angoli e bramosa di parlargli, si rese visibile, sfidando tutte le Leggi Cosmiche e rischiando al contempo la sua divinità.

Il marinaio la aspettava, anch’egli, ed è per questo che non si sorprese, nemmeno stavolta, quando ella comparve al suo cospetto. Ma, bizzarro fu il fatto, che nonostante il vivido bisogno di parlarsi, di confidarsi segreti e la moltitudine di desideri, di dichiararsi Amore, non si dissero alcunché.

Si guardarono, e si guardarono per ore. Seguendo le corde del cuore.

«Calandra!» Il castigo era imminente. «Per il mortale pena la morte, per aver osato anche solo desiderare l’Amore di un Dio e corrotto il tuo compito, e per te gli abissi, per aver ceduto alla carne al pari di un umano.»

Ma la Dea non ebbe un minimo moto, un più ridottissimo sussulto. Seguitava a guardarlo, a godere di quegli istanti, conscia che sarebbero stati gli ultimi.

E salvò un’altra volta il marinaio. Fece un patto con il Fato, lo salvò dalla morte sottraendogli i ricordi, il ricordo di lei, ed ella da Dea diventò semplice traghettatrice di anime, di anime perite in mare.

Ma una cosa non si lasciò sottrarre, un qualcosa su cui non avrebbe mercanteggiato. Il sogno. Il sogno dentro al sogno, del marinaio.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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