LA STORIA DEL SIGNOR CEDRO di Daniela Ferraro Pozzer

Questa è la storia vera
che da mattino a sera
solo potrà cantare
chi sempre sa cambiare.
Questa è la vera storia
per chi non ha memoria
di quanto il mutamento
ci colga in un momento!

«Oh, non ne posso più della filastrocca di quella specie di baco da seta… ho provato anche a tirargli qualche ghianda ma non lo colgo mai, e non voglio che rotolino troppo lontano!» si lamentò con sussiego la grande Signora Quercia, matrona dell’Antico Bosco.

«Non ve la prendete, cara» la rincuorò il Signor Cedro, facendo ondeggiare le sue morbide foglie verdi, simili a piume reclinate sul suo capo. «Vedrete che prima o poi si addormenterà.»

«Perché non provate voi a tirargli una pigna? È più grossa e pesante, e magari quel noioso canterino la smetterà definitivamente!» sbottò allora con malagrazia.

L’imponente albero rise e la sua voce fu come un sordo boato. «Ma cosa dite, siete veramente crudele, signora mia!» replicò allegramente. «Se non sapessi che state scherzando mi preoccuperei un po’… dentro ciascuna pigna ci sono io e, intendiamoci, con questo friabile terreno in pendenza rischierei, come voi m’insegnate, di finire giù dalla collina e germogliare chissà dove.»

«Avete ragione, amico mio, troppa diversità, cambiamenti, adeguamenti a nuove rocce e a nuove direzioni del vento. Che orrore!» ammise la Signora Quercia.

Questo discorso avveniva in modi estremamente simili, ogni anno, a partire dai primi di maggio, non appena la colonia di bachi cominciava a strisciare fuori dalle minuscole uova lungo le foglie del gelso.

Il vecchio bosco profumava dei fiori di gelsomino che si beavano al sole, delle slanciate verbene lilla e di qualche timida violetta ancora nascosta nell’erba alta.

Fra il ronzare delle api, la Fata della Primavera sorseggiava un infuso di lavanda e mirto, in compagnia della Fata dell’Arcobaleno e di un’altra soave creatura dai lunghi capelli blu.

«Sento che la Signora Quercia ha ripreso a borbottare…» bisbigliò, riparando le parole dietro ad un ventaglio di foglie verdissime per non farsi udire. «Non vorrei che mi sentisse, è tanto suscettibile. Sarà anche la veneranda età, ma ha veramente un caratteraccio!»


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«Oh, sì, i-ne-qui-vo-ca-bil-men-te!» confermò sorridendo la bellissima Fata dell’Arcobaleno, che accese per ogni sillaba un colore. Questo scintillio piacque così tanto alla terza magica creatura, da farla applaudire con entusiasmo: uno spruzzo di brillante acqua fresca esplose dalle sue mani aggraziate, formando un meraviglioso arcobaleno fra le tazze del tè e i biscotti alle fragole, dono speciale della Fata Madrina, al momento impegnata ad elargire consigli ad una principessa lontana.

«La Fata del Fiume è… una fonte continua di entusiasmo!» esclamò la Fata della Primavera, stiracchiandosi beatamente al dolce suono del canto di un merlo in amore.

Le foglie frusciavano delicate e un lontano torrente ne ripeteva il suono vestendolo d’acqua… insomma tutto sembrava serenamente consueto e tranquillo, quando una vocina sottile s’intromise fra il ronzio della api e i pensieri liquidi e rilassati delle tre Fate.

Un bizzarro essere, rinomato in tutto il Reame Incantato per la sua perenne distrazione, stava passando di lì per caso, fluttuando nel vento tra petali e farfalle: lo avevano chiamato il Folletto della Casualità, e non perché governasse il Fato bensì semplicemente perché, come si raccontava, egli sopravviveva a tutte le disastrose disavventure che gli capitavano… esattamente per colpa della sua disattenzione.

«Vengo ora da un bellissimo giardino fiorito, ho saltellato tra le fuxie in fiore ed ho chiacchierato con degli iperici stranieri… orientali mi pare!» canterellò il Folletto con aria leggera.

«Ah, sì, deve trattarsi di qualche incantevole esemplare giapponese, ultimamente va molto di moda, anche se io continuo a preferire il timido iperico dei prati» considerò con accondiscendenza la Fata della Primavera, mentre il Folletto zampettava sulle sue gambette per afferrare uno dei biscotti alle fragole.

«La giardiniera ha aggiunto altra terra, e pare che tutte le piante che abitano lì siano davvero felici» concluse poi l’esserino, infilandosi in bocca un intero dolcetto che gli gonfiò le guance come fosse una rana.

Questa conversazione non era sfuggita a Mister Merlo, da qualche tempo in cerca di un appartamento migliore per mettere su famiglia, così gli rivolse una fischiettante domanda: «Dove?» E, ricevuta la risposta, volò via senza un secondo d’attesa.

Mister Merlo volò e volò. Senza mai stancarsi sorpassò le colline ed una larga strada gremita di macchine e grossi uccelli dalle code bianche e nere, si riposò per un poco su delle balle di fieno e sul tetto di alcune case di campagna, e in seguito riprese il viaggio. E volò e volò, ma l’indirizzo specificato portava ai margini di una immensa città.

«Che quel Folletto distratto si sia sbagliato?» si chiese preoccupato, scorgendo all’orizzonte tetti grigi, parabole e fittissime antenne. Con le ultime forze rimastegli volle avvicinarsi ancora un po’, ma soltanto il sordo rumore del traffico e qualche piccione triste condivisero il suo volo. Preso dallo sconforto, decise di tornare indietro ma, proprio quando stava per fare retromarcia, un sublime profumo di fiori d’arancio e di rosa canina raggiunse le sue narici, fra uno sbuffo di carburante bruciato ed una nuvola di odore di fritto. Il giardino indicatogli dal Folletto viveva sulla cima di un alto palazzo.

«Questa poi non me la sarei mai aspettata!» fischiò stupefatto l’uccello, e si precipitò nella direzione del vento.

Dopo neanche tre giorni il trasloco fu completato ma, quello che per il merlo si dimostrò un luogo perfetto, per i lombrichi del giardino di città divenne un inferno: ciascuna mattina vasi col terriccio venivano rovistati in profondità dall’affettuoso padre, all’affannosa caccia di cibo per i piccoli, e ciascuna mattina gravi perdite si contavano tra la popolazione dei vecchi abitanti del giardino. Vasi, contenitori e ciotole venivano sistematicamente svuotati dal merlo, e le famiglie di vermi ed insetti vivevano nel terrore.

«Ma dico io, quella sciocca giardiniera perché non lo caccia via?» stava protestando un bel giorno il Signor Verme dal vaso di rose.

«Ho sentito che lo rimprovera spesso, ma poi gli dice che il suo canto è magnifico e che quindi può restare» gli spiegò un suo amico lombrico nascosto sotto ad un sasso. «Io preferisco stare sempre all’erta, con quell’insaziabile merlo non si sa mai!»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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