LE FATE DELLA MONTAGNA di Edi Morini

Ogni montagna, per quanto possa apparire inaccessibile, fiera e quasi arcigna, palpita di vita persino nei punti più remoti e impenetrabili, freme teneramente nei più intimi suoi anfratti. Popolata da creature graziose, agili e astute, può trattarsi di un fiore che sboccia innocente tra le rocce, che sia una stella alpina o un rododendro, di una burrosa e timida marmotta o di un lupo dal passo felpato. Oppure di un vivace Folletto, di una stupenda Fata, di uno Gnomo saggio o di un’arguta Strega guaritrice.

Quando meno ve lo aspettate potreste trovarveli accanto, se il vostro cuore è disponibile e sincero. Vi insegneranno dove dirigervi se la fitta nebbia sembra avvolgervi lattiginosa, trasmettendovi speranza e coraggio se tutto sembra perduto.

Antiche leggende ci parlano delle Fate laboriose che popolavano la Val Germanasca, nelle valli alpine del torinese. Erano belle, generose, ciarliere, capaci di volare, di apparire e scomparire, di compiere provvidenziali prodigi e totalmente bendisposte verso gli abitanti del luogo. Vivevano in grotte che agli Umani non era dato di violare, giacché vi celavano arcani, scintillanti tesori.

Attraverso i secoli, avevano insegnato ai montanari a tessere e a lavorare la lana. Meritavano perenne riconoscenza perché spiegavano come lavorare il latte, ricavandone il burro e il formaggio, come curarsi con le erbe, lavorare le vigne, partorire felicemente, e come estrarre e lavorare il talco. Mille segreti preziosi, importanti, trasmessi con pazienza da una generazione all’altra affinché la popolazione locale prosperasse.

Ma, un brutto giorno, quell’armonia rassicurante s’incrinò: le Creature Fatate possono rivelarsi estremamente permalose se si approfitta del loro buon cuore o si urta la loro suscettibilità.

Le leggiadre abitanti delle caverne incantate andarono su tutte le furie, infatti, quando un gruppo di arditi giovanotti cercò di spiarle, nel momento in cui nuotavano liete in un azzurro laghetto ben nascosto. Le acque cristalline riflettevano la volta celeste, mentre le folte fronde dei pini accarezzate da un fresco venticello primaverile sembravano fare eco alle risa spensierate delle Fate, che si rincorrevano sguazzando allegramente. La certezza di essere osservate a tradimento, e magari derise, provocò la collera irrefrenabile della comunità magica.

Le Fate decisero di trasferirsi altrove, con tutti i loro tesori e la loro sapienza. Tanto più, che nessuno si scusava per l’offesa inferta alla riservatezza che le contraddistingueva.

Furibonde, scesero verso la pianura, distruggendo i ponti che i valligiani avevano edificato grazie al loro aiuto. Ma, allorché giunsero al ponte Raut, che era l’ultimo, trovarono un uomo anziano, piegato dagli anni e dagli acciacchi, che chiese umilmente perdono per il torto arrecato, benché ad opera altrui. La rabbia delle Fatine sbollì all’istante e il ponte, unico collegamento rimasto tra la vallata e il resto del mondo, fu risparmiato.

La leggenda racconta che, senza quello screzio, le Fate avrebbero ancora insegnato ai montanari come utilizzare il siero rimasto dopo la lavorazione del formaggio. Altre fonti asseriscono che su una roccia, costellata da misteriosi geroglifici ben visibili e mai decifrati da alcuno, una Fata, più indulgente delle altre, sia comunque rimasta da quelle parti.

Affascinante e misteriosa, nelle notti di plenilunio fila luminosa e serafica con il suo fuso, e confeziona indumenti per le famiglie meno fortunate. Il fuso della Fata buona scivola dolcemente verso la strada, cullato dagli impalpabili raggi argentei dell’astro caro agli innamorati.

Il viandante che si trovasse a passare in quel momento, dovrà sfiorare il fuso senza esitare, giacché sarà fortunato in amore, riamato e rispettato. Tenerezza e fedeltà, saranno il sigillo della sua vita di coppia.


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