MANCA SEMPRE QUALCOSA, Cap. 3

«Eccoci, siamo arrivati» segnalò Sharise, con un aggraziato sorriso dipinto sulle labbra, e spense il motore dell’autovettura. «È stato molto gentile, non lo dimenticherò.»

Ormai era sicura che le intenzioni dell’uomo non fossero ambigue come aveva ipotizzato, o al limite non della natura che temeva lei. Forse davvero lui aveva solo bisogno di quella cortesia, oppure magari fare semplicemente amicizia con qualcuno del posto, in cui non conosceva nessuno. E, tutto sommato, Sharise era anche un po’ felice che lui avesse preferito attuarlo con lei, giacché sembrava un tipo parecchio esigente.

«Può passare allo Steakhouse tra un paio di giorni, avrò certamente qualcosa di concreto per lei.» Detto questo si catapultò fuori dal veicolo, ma Sebastian la seguì, e dopo averla richiamata le porse un biglietto.

«Preferirei che mi contattasse lei, Sharise. Non vorrei diventare insistente, anche se onestamente avrei l’urgenza di procurarmi una sistemazione subito, dato che non so proprio dove andare.»

«Ho notato un bel navigatore nella sua auto, di sicuro vi reperirà un motel dove pernottare in attesa che io…» E s’interruppe, essendosi accorta di palesarsi indelicata. Alla fin fine lui, per tranquillizzarla le aveva nientemeno concesso di guidare la sua auto, e benché fosse un regalo del paparino milionario, non era una giustificazione sufficiente per metterla in mano ad un’estranea che avrebbe potuto anche soltanto rigargliela. Perciò, appunto per averlo effettuato, Sharise arguì che quell’uomo fosse disperato e che quindi necessitasse di sistemarsi alla svelta.

Così, dopo averlo guardato un breve istante, restandovi tra l’altro stratosfericamente incantata, infiorettò una fugace smorfia e, scostando lo sguardo per non perdersi in quella disarmante vista od anche solo per non arrossire, Sharise riprese: «E va bene, nel mio palazzo affittano una mansarda, è piuttosto ristretta, ma presumo che possa andarle a genio, almeno per il momento.»

Lui la guardò lievemente contrariato, dato che lei avrebbe potuto renderglielo noto in precedenza. Ma d’altronde non lo conosceva ed era più che legittimo non voler presentare qualcuno di dubbie finalità al suo padrone di casa, accollarsi la spinosa responsabilità di suggerirgli un individuo qualsiasi come inquilino che, a parte la propria disponibilità ed educazione, non si sapeva cosa ci facesse lì, in quella città. Un tipo che all’apparenza aveva tentato di adescarla, ed infilarlo nell’edificio dove anche lei risiedeva, aveva giustamente provocato nella donna qualche remora.

«Mi scusi, spero che non se ne abbia a male, però…» si mortificò lei, avendo decodificato lo sguardo infastidito dell’uomo.

«Nessun problema, mi rendo conto» sfumò Sebastian, sorridendole indulgente, e lei lo imitò, felice che lui avesse capito quelli che erano stati i suoi dilemmi.

«Ok, allora mi segua» si rasserenò, iniziando a muoversi in direzione dell’interno, e Sebastian, taciturno e tranquillo, la seguì.


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Salirono qualche piano in silenzio, e di seguito Sharise bussò ad una porta da dove sbucò, all’istante dopo, un tizio sulla quarantina che, non appena intravide la donna, illuminò senza alcune limitazioni la sua espressione.

«Dimmi, cara, hai qualche problema nel tuo interno?»

«Oh, no, nessuno, volevo soltanto presentarti un mio caro amico, intende soggiornare a San Francisco per un periodo indeterminato e sta cercando una sistemazione momentanea. Pensavo che la mansarda potesse fare al caso suo.»

L’uomo studiò Sebastian parecchio guardingo, pure un po’ disturbato, e lui si rese fulmineamente conto di essere coprotagonista di una competizione maschile, tesa a marcare il cosiddetto territorio della donna in oggetto.

«È proprio un tuo amico?» setacciò il tizio, più avanti, protraendo a squadrarlo diffidente.

«Sì, ehm… viene da…» Ma s’inibì, nell’accorgersi di non averne cognizione, tuttavia Sebastian la soccorse tempestivo presentandosi all’uomo: «Vengo da Washington, molto lieto. Mi chiamo Sebastian.»

«Rich Wilcox.» E gli strinse la mano assai indurito, confermando a pennello la teoria di Sebastian, il quale assodò che costui fosse interessato a Sharise. O come minimo geloso della sua presenza, avendo lei inventato la frottola di essere molto amici, fatto che invece, a lui, aveva bizzarramente infuso un sottile piacere, per essere stata così disponibile. In sostanza si fidava di lui, e questo non poteva che essere positivo per restringere i tempi sul ritrovamento del fratello.

«Bene, ora scusatemi, ma ho una gran fretta» si velocizzò Sharise, ben consapevole di ciò che stesse accadendo tra quei due.

Fin troppe volte il proprietario del suo appartamento aveva tentato di oltrepassare la soglia di una regolare amicizia, quale lo era divenuta dopo qualche occasione in cui erano usciti insieme. Eppure lei aveva preferito non accogliere le sue avance, e ciò prima di tutto perché come situazione le garbava poco, essendo lui il titolare dell’appartamento dove abitava da circa un quinquennio, sebbene Rich fosse abbastanza attraente, un po’ raccapricciante, però non era niente male.

E poi, per devozione alla verità, lei aveva scoperto di sentire nei suoi riguardi un che di diverso dall’amore, o comunque dal naturale trasporto che si provava tradizionalmente per un uomo. Gli voleva bene, era davvero premuroso e carino con lei, ma per Sharise non era nulla di più che un semplice, buon amico.

Cosicché, lasciò che quei due se la sbrigassero da soli, da autentici leoni che combattevano per la supremazia del territorio, dacché per quel poco che lo aveva conosciuto, Sebastian era brillantemente in grado di tenergli testa.

Con un piccolo inchino si accomiatò, e filò spedita verso il suo alloggio.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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