LA SOFFERENZA NON UCCIDE, LA PAURA NON FA VIVERE, Cap. 1

«Questa è l’ultima volta che mi lasci a piedi, maledetto guastafeste!» brontolò Leilah, sbuffando a ripetizione, mentre varcava concitata la soglia dell’ascensore per recapitare l’ultimo pacco in programma. «Proprio per chiudere in gloria la giornata, non è così?»

A passo svelto si appressò alla scrivania che deducibilmente fungeva da reception, e rivolta ad una sofisticata signora lì dietro accomodata, garbatamente formulò: «Buonasera, avrei un plico da consegnare al dottor Biscayne.»

La donna adornò un cordiale sorriso, alquanto rallegrata dalla figura scompigliata e un po’ buffa che le si stagliava dinanzi. «Certo, lo avviso immediatamente.» E le indicò una maestosa porta corredata di un’altrettanto maestosa maniglia in rilucente ottone, ubicata a pochi passi sulla propria destra. «Quello lì è l’ufficio del dottor Biscayne, nel frattempo può accomodarsi. Vede, è la porta affianco alle vetrate della sala riunioni del consiglio.»

Lei sbozzò un assenso e si strofinò la fronte un pochino affannata, auspicando fervida di non essersi resa impresentabile, dopo aver dovuto sostituire, per la millesima volta, la camera d’aria ad uno pneumatico del suo scooter.

Purtroppo, per la fretta di giungere in tempo, prima della chiusura giornaliera dell’edificio, non aveva controllato semmai, con le mani impantanate che non aveva potuto adeguatamente detergersi, si fosse anche sporcata il viso. Si era pure della stupida imbranata, visto che addentrandosi nell’ascensore risultato peraltro deserto, lei aveva subito adocchiato uno specchio che le sarebbe stato assai utile in tal senso, considerata altresì la discreta traversata da compiere, essendo l’ultimo il piano a cui salire, altissimo.

Bussò alla porta e, non udendo alcuna risposta, dopo una ventina di secondi la aprì e si sporse furtiva sull’uscio. Scansionò circospetta l’interno, quando un uomo dalla sembianza oltremodo distinta, che di spalle a lei stava conversando con un tizio in piedi vicino alla vetrata dietro la scrivania, all’udirla entrare si volse flemmaticamente verso la soglia e le andò adagio incontro.

Non avendo cognizione di chi fosse dei due il destinatario della missiva, Leilah arricciò la bocca in un minuscolo sberleffo. Ma nello scrutare il piglio dell’uomo che stava maestosamente incedendo nella sua direzione, arguì dalla sicurezza sfoggiata nel farsi avanti, che fosse esattamente lui.

E l’uomo, appena le fu giunto ad un passo, le tolse delicatamente il piego dalle mani senza proferire una sola parola, confondendola ancor di più. Al centro smistamento le avevano specificatamente sottolineato, e in tassativo, di consegnarlo personalmente al titolare di quell’azienda, il dottor Biscayne.

«È un ennesimo regalo?» presuppose l’altro tizio, tuttora in piedi in fondo alla stanza, e per rispondergli, Luke si ruotò con soltanto la testa verso costui.

«Suppongo di sì» attestò, con tono caldo e pacato, e al sentire quella voce d’un tal suadente e ipnotizzante, Leilah rabbrividì di un fuggevole fremito, barcollando lieve, un pochino sperduta, intanto che lo vedeva riattivare la sua attenzione su di lei, guardandola poi piuttosto perplesso in volto.


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A codesta squadrata Leilah trabalzò, non tanto per l’espressione scrutatrice ed insidiosamente illeggibile rivoltale, quanto per il limpido sguardo profondo dell’uomo, di un fascino perfino più suggestionante della sua stessa voce, del suo regale stile di muoversi, senza tralasciare i lineamenti quasi perfetti del suo volto. Un po’ segnati dall’età, molto mascolini ma supremamente apollinei.

«C’è qualche problema?» ma esplorò, d’impulso, squadrandolo di respinta, e lui le sorrise.

«Non devo firmare la ricevuta?»

Lei trabalzò ancora, schiudendo le labbra in contemporanea alle sue palpebre che stralunata spalancò, lievemente imporporata.

«Ah, sì, direi… tenga.» E gli porse il documento citato scostando schiva gli occhi alla sua sinistra, frattanto che lui, con un’espressione lieta dipinta sul volto, le sottraeva il documento di consegna dalle mani per siglarlo.

«È di quei briganti» lo udì menzionare, dopo aver letto il nome del mittente riportato sulla busta.

«Cosa dicono, ti hanno finalmente rivelato il luogo incriminato?» s’informò ironicamente l’altro, muovendo alcuni passi per avvicinarsi a loro.

«Non ne ho idea, ancora non la apro, tuttavia presumo che stasera non me la caverò con poco. Sono anni che Sly mi ribadisce che il mio addio al celibato, se lui avesse avuto la fortuna di assistere ad un mio matrimonio, sarebbe stato memorabile.»

A quest’ultima specifica Leilah si contrasse, inconsultamente, e Luke la osservò incuriosito, notando che la donna delineava uno sguardo bizzarramente irrigidito, fisso lungo un’altra traiettoria, senza accorgersi che lui le stava restituendo il documento firmato.

«Ha bisogno di qualcosa per ripulirsi?»

Lei schizzò il volto verso di lui con le ciglia sgranate, replicando il suo stralunamento. «Come dice?»

Di nuovo divertito, Luke le destinò un affabile sorriso. «Il suo viso, ha un po’ di grasso sulle guance e sul mento.»

«Ah…» Accidenti, lo sapeva. “Ma che figura…” Comunque non si lasciò intimidire, altroché, l’uomo le aveva conferito un buon motivo per scrollarsi da quella sorta di schiavizzante ipnosi, pertanto lo guardò dritto negli occhi e raddrizzando impettita la schiena, con aria fredda e indifferente asseverò: «Non occorre, grazie.»

«Ha avuto un incidente?» s’interessò lui, insistendo a sorriderle, ben consapevole dell’imbarazzo sopraggiunto che aveva però sortito in lei una stravagante reazione, particolare.

«No… ho forato con lo scooter e mi sono sporcata per sistemare la ruota. Arrivederci» tagliò corto, nervosissima, e girò i tacchi per dargli di botto le spalle e battersela, imbarazzata e inusitatamente spaesata, come se fosse voluta fuggire da quegli occhi voracemente penetranti. Erano un po’ troppo invadenti e indagatori per i suoi gusti, per non parlare di quel sorriso, così pulito ma pervadente, sembrando quasi che con esso egli attivasse attorno a sé una sorta di aureola di magia, per lei allibente, radente.

«Signorina?»

Leilah s’irrigidì e sulle prime esitò, bramando animatamente di non voltarsi e non farsi dunque più distinguere in tali pessime condizioni da quell’uomo che pareva così distinto, con quell’abbigliamento talmente impeccabile che non rivelava neppure una mezza grinza fuori posto. Ma, più di tutto, perché si sentiva incomprensibilmente disorientata, una cosa che in genere non le accadeva, non con gli sconosciuti coi quali in definitiva aveva puntualmente a che fare col lavoro che svolgeva, per cui un bel po’ allenata, in primis a non farsi intimidire, in qualunque verso esso fosse.

Pacatamente Luke la raggiunse fino all’uscio, e con una rinnovata voce calda e serena, sempre sorridendo le chiarì: «Ha dimenticato la ricevuta.»

Lei arrossì, a dir meno turbinosamente, ma per non compromettere ulteriormente la sua inviolabile dignità, di già messa bene al tappeto per via di questo diroccante incontro, si diede un’interiore raffazzonata e lesta raffreddata. E con studiata lentezza, o più che altro indolenza, si voltò in direzione dell’uomo.

Compì un mezzo inchino per ringraziarlo e, senza più guardarlo negli occhi, rapidamente la afferrò. «Addio.» E stavolta fuggì sul serio.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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