KALERIYA, Cap. 2

«Va bene, ci penserò domani. Adesso vada a casa, è già molto tardi.»

Kyle accomiatò il suo interlocutore e si apprestò a ritornare nella sala computer, ma allorché vi giunse e non trovò nessuno, in un baleno si precipitò sul PC incriminato. Gli diede una rapida controllata per constatare che tutto fosse in ordine, e al pari di una folgore si scaraventò verso l’uscita dello stabile.

Prese le scale di emergenza, per fare più in fretta, e appena approdò alla hall, a corto di fiato si approssimò all’usciere del turno di notte, accomodato dietro al banco della reception, e concitatamente gli domandò: «Dov’è? Dove è andata?»

«Chi?» si trasecolò l’uomo, nell’aver rimarcato quella sorta di panico incomprensibile.

«Quella donna, il tecnico informatico» fremé lui, intanto che cercava di riappropriarsi del suo respiro inusitatamente affannato.

«Ah, sì, è appena uscita, mi ha incaricato di comunicarvi che spedirà la fattura per posta» gli descrisse l’altro, tracciandogli un lucidato sorriso.

Lui quasi non lo fece terminare e corse in corrispondenza delle grandi vetrate dell’ingresso. Si bloccò per scansionare il parco macchine, e nell’istante in cui la individuò di fronte ad un’auto intenta a rovistare nella sua borsa, forse per cercare le chiavi, al modo di un propulsore si lanciò per raggiungerla prima che partisse, laddove poco abilmente avrebbe potuto districarsi, trovato il giustificabile metodo per fermarla, non se lei fosse stata già in viaggio per la sua destinazione.

Sheila stava per aprire placidamente la portiera, sentendosi ormai al sicuro, al di fuori del campo minato, quando lui con una mano gliela richiuse, a dir meno brusco, tanto inaspettato che lei si voltò sbigottita, in un secondo paralizzata.

Senza troppe buone maniere Kyle le tolse la ventiquattr’ore dalle mani, l’aprì e dopo averne esplorato l’interno, ne estrasse la memory pen.

Lei lo fissava allibita, inevitabilmente muta, mentre lui le riconsegnava la sua valigetta e, con altrettante scarse buone maniere, le impugnava un polso per trascinarla tirannico con sé nell’edificio.


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«Ehi!» si ribellò, sentendosi strattonare un bel po’ veemente, anche maleducatamente dall’uomo che tuttavia non si fermò. Continuò a trainarla con genuina prepotenza fino all’ingresso, tant’è che lei in un paio di occasioni rischiò d’inciampare. «Ma che vuoi, si può sapere che ti prende?»

Lui non le rispose, non si volse nemmeno per guardarla. Insisteva a tirarla deciso e impassibile, di un tale autoritario, pressoché brutale, che l’uomo preposto al servizio di vigilanza notturna, allorquando li avvistò incedere di fronte a sé, radenti al bancone della hall, li osservò esterrefatto, imbalsamato, trionfalmente ammutolito.

Kyle si addentrò con lei nell’ascensore e pigiò il pulsante dei piani amministrativi, senza lasciarle neanche per una frazione di secondo il polso, dritto, imperscrutabile, con lo sguardo fisso sulla porta scorrevole. Le fece quasi paura, quindi Sheila tacque, in guardinga attesa di un suo gesto esplicatore, qualcosa che le consentisse di inquadrare le sue intenzioni.

L’ascensore si arrestò al piano desiderato e lui, ancora con quel polso incarcerato dalla sua mano, senza proferire nulla né ancora guardarla, la trascinò nel suo ufficio. Chiuse la porta e la condusse fino alla sua scrivania, indicandole con gli occhi una sedia lì collocata.

«Siediti.»

Sheila lo rimirò sarcastica, ma comunque si sedé, impettita, con tutto l’intento di fargli assimilare, e una volta per sempre, che non aveva alcuna paura di lui.

Kyle aggirò la scrivania, si sedé dinanzi al suo computer ed inserì la penna nella porta usb.

Trascorse qualche minuto e poi finalmente esordì: «Non c’è nulla qui.»

Lei incurvò canzonatoria il sopracciglio sinistro, abbozzando un minuscolo sberleffo. «E cos’avresti voluto trovarci?»

«Mi chiedevo solo come mai sei fuggita così.» Fu tranquillo ma perforante, soprattutto nell’occhiata che le riversò.

Sheila preferì non ribattere, era abbastanza imbarazzante sottolinearlo. Ciò che avevano fatto non era né usuale, né molto decoroso per lei, pertanto ovviò l’argomento, punzecchiandolo acida: «Se è così che la pensi, allora mi sembra bizzarro che tu non abbia visualizzato i file nascosti delle cartelle.»

Lui la scrutò pensieroso, concentrato. «Complimenti, begli occhi, fai la tattica del contrario, ma con me non attacca.»

Attivò l’opzione di visualizzazione e consultò di nuovo le cartelle del supporto di memoria, dove in effetti rilevò soltanto qualche file temporaneo e di sistema.

Lei lo osservava in silenzio, sempre più sardonica, ferma, finché lui non scostò lo sguardo e la fissò.

«Allora, posso andare adesso, sua maestà

Nuovamente stimolato dal suo sottile sarcasmo, Kyle disegnò un sorrisetto ironico che a lei, in verità, parve una specie di ghigno, e flemmaticamente le riconsegnò la penna.

Sheila l’afferrò e difilato si alzò dalla sedia, determinata a mettersi il sale sulla coda, voleva andar via da lì, non ci avrebbe più messo piede. Quell’uomo la poneva in nettissimo subbuglio, senza considerare il fugace meeting un po’ troppo intimo intrattenuto sul canapè nella sala dei computer.

Gli miniò una mezza reverenza e si voltò come un dardo in direzione della porta. Ma allorché stava per aprirla, per fuggire, una presenza dietro di lei, ben troppo polarizzante, la indusse a bloccarsi, più di tutto perché Kyle aveva appoggiato un palmo sull’infisso per non permetterle di eseguirlo.

Lei sbuffò e si girò esasperata, sbracciandosi con enfasi. «Che c’è ancora?»

A rilento Kyle rimosse la mano dalla porta e gliela adagiò sul viso, stringendoglielo sempre dispotico con le dita.

Con un pollice premé l’angolo della sua bocca. «Spiacente, begli occhi, ma sono magnetizzato.»

«Sarebbe a dire?» Lo scrutò confusa, questa esternazione non l’aveva prevista.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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