Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 1

«Sa cantare?»

«No, cioè, non ho mai provato, non su un palco.»

«Recitare?»

«Idem» semplificò Majka, leggermente intimidita da quel timbro inquisitore, nonché dall’aria piuttosto spigolosa che l’uomo, incomprensibilmente, senza dovute remore le manifestava.

«E allora mi scusi l’impertinenza, miss Winter, ma in che veste si sarebbe presentata alla nostra audizione? Questo è un musical, si canta, si balla e si recita, per essere chiari, e inoltre non comprendo la scelta del suo abbigliamento. Non era più adatto abbigliarsi in tenuta sportiva, un po’ più confacente all’occasione?» postulò costui squadrando i suoi jeans aderenti e la camicia nera altrettanto aderente, non affatto idonei per sostenere un provino di tale natura, senza considerare lo stivaletto tipo anfibio che senz’altro non le avrebbe consentito sufficiente libertà di movimento, semmai avesse dovuto esporre capacità ed attitudini al ballo.

Lei si mordicchiò frugalmente il labbro inferiore, inquieta, e storse di poco la bocca per miniare una fioca smorfia. «A dire il vero sono qui per caso, ho accompagnato una mia amica per il ruolo di protagonista, ed un componente del vostro staff mi ha proposto di presentare la mia candidatura allo spettacolo. Però non presumevo che bisognasse saper fare tutte queste cose.»

«Almeno sa ballare?» ovviò Rupert Springer, il responsabile della selezione.

Majka annuì ancor più timida, ritratta, in quanto si stava sentendo al pari di una formica, piccola ed insignificante, dinanzi a quella specie di giuria dal fare ieratico e ben poco conciliante. «Sì, quello sì.»

«Proviene da qualche scuola in particolare, si è già esibita in uno spettacolo qui ad Hollywood, o al limite altrove?» s’informò l’uomo, consultando la sua scheda personale per reperire esaustive informazioni preliminari.

«No, glielo ribadisco, sono qui per puro caso, non ho mai recitato, ballato né cantato, in nessuna rappresentazione teatrale, men che meno in qualche pellicola cinematografica. Ho solo studiato danza per alcuni anni fino alla tarda adolescenza, ma come semplice hobby, poi appena ho terminato il liceo, ho smesso per questioni di tempo e di lavoro.»


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L’uomo si spazientì, poiché pur selezionando principianti, possibili nuovi talenti, un minimo di preparazione la donna doveva detenerlo, anche per non fargli sperperare del tempo. Aveva arguito che per costei si trattasse di un mero gioco o, se non altro, era un espediente per porsi in evidenza, per tentare la scalata al successo facendo fede unicamente alle sue qualità fisiche, estetiche, un proficuo spiraglio per inserirsi e in seguito consolidarsi ottima strada, forse perfino elargendo particolari concessioni a qualche pezzo grosso, attore o produttore noto e canuto, che le avrebbe concesso visibilità e dunque fama.

Ciononostante si sforzò di controllarsi, o più che altro di attenersi al suo incarico, d’impiegare tutta la doverosa professionalità, tralasciando probamente considerazioni di ordine morale, personale.

«Che genere di danza, Accademica, Street Dance, Freestyle, oppure di coppia, come Jazz o Latino Americana?»

«Accademica, ma semplicemente danza classica, niente moderno o contemporaneo, non mi sono cimentata in altri stili. A quel tempo non mi attiravano, ho preferito dedicarmi interamente al genere classico» circostanziò lei, al contempo artigliata da una frenetica voglia di darsela a gambe, per quell’aria man mano più inquisitoria.

Le pareva di doversi arruolare in una sorta di esercito, benché si rendesse conto di quanto balorda fosse questa sua sensazione, oltre che inverosimile, altroché. Ma per com’era trattata da quel tizio esageratamente puntiglioso, si sentiva alla stregua di un soldato indisciplinato e pertanto bacchettato.

«Beh, in compenso ha le basi, anche se non è esattamente quello che stiamo cercando. Qui puntiamo sul Freestyle e il contemporaneo» accentuò l’uomo esibendosi ammorbidito, seppur non tanto, nell’aver ricevuto cognizione che qualche cosa la sapesse fare.

«Senta, signor Springer, forse c’è stato un errore di valutazione. Non la ritengo una buona idea, insomma, che io prosegua il mio provino» considerò, nell’aver ricevuto appieno l’antifona, certo, in ritardo, però aveva ben inteso che l’uomo la stesse in qualche senso stigmatizzando, che avesse elaborato un’opinione non proprio favorevole, decorosa su di lei.

Costui la scrutò, poi di colpo si voltò alle sue spalle, in direzione di una delle porte d’ingresso del teatro, dov’era presente un tizio avvolto dalla semioscurità, vestito di nero. Addossato di schiena alla parete, con le braccia conserte, l’uomo si sorreggeva il mento con le dita, marcatamente assorto.

Tuttavia da sopra il palco non era visibile, quantomeno non da Majka che, nel trovarsi ad una discreta distanza, aveva inoltre le luci puntate contro che le impedivano anche solo d’avvistarne l’ombra. Quindi lei si soffermò ad osservarlo sorpresa, impalata, forse sperduta, dacché non aveva proprio idea di che diamine stesse facendo, se quel Springer fosse un po’ toccato, o come minimo strampalato davvero.

Oppure probabilmente, in effetti non lo aveva considerato, ma era possibile che codesto fosse un particolare sistema, anche se non molto elegante, di invitarla a sloggiare, ritenendola addirittura invisibile. Trasmetterle che, all’analisi dei fatti, la sua presenza fosse irrilevante, inutile in siffatto contesto, che dunque potesse benissimo alzare lei i tacchi e lasciarli lavorare come si deve.

Rupert, intanto, si protraeva a fissare l’uomo con attenzione, per arguire da quel volto abitualmente imperscrutabile cos’avesse dovuto effettuare in proposito. Gli rivolse una tacita domanda mediante la sua mimica facciale, e l’uomo gli delineò un semplice cenno assertivo con il capo.

Dal canto suo, Majka fece spallucce, non ricevendo replica o convalida della sua opinione, nel vederlo insistentemente darle le spalle senza rivolgerle la ridottissima considerazione. Perciò, avendo recepito in toto il presunto messaggio di congedo, si accinse ad incamminarsi in corrispondenza dell’uscita.

«Aspetti.»

Lei interruppe il passo e lo guardò stupita, questa ingiunzione non l’aveva prevista, non dopo aver tangibilmente assodato il suo muto, seppur scortese licenziamento. Però dopotutto si ritrovava al cospetto di una compagnia d’artisti, gente eccentrica e un po’ sopra le righe, e malgrado non sfoggiassero atteggiamenti sufficientemente educati, non per una persona tendenzialmente comune come lei, in un dato verso poteva comprenderli. In fondo rispettava il loro mondo, non al punto da giustificarli, ma neanche da giungere a biasimarli.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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