IL BACIO DELLA SIRENA di Giacomo Morgante

Viaggiavo per mare, sul mio galeone con la mia flotta armata. Eravamo stati in battaglia, tornavamo vincitori. Il mio equipaggio era al settimo cielo, tutti erano contenti, sia di tornare a casa sia per le scarse perdite subite. Pochi marinai erano caduti e pochi i danni riportati alle navi, nel complesso era stato un trionfo, eppure una sorta di malinconia mista a contrizione mi assaliva.

Non era la prima volta che solcavo quel tratto di mare, lo avevo attraversato molte e molte volte, perché lì avevo scoperto l’Amore, e qualsivoglia pretesto era valido per poterlo riattraversare.

Speravo ancora di poterla rivedere, di poter nuovamente udire il suo irresistibile canto, ammirare le sue forme sinuose in quel suo setoso immergersi ed emergere dalle acque cristalline, per accompagnare propiziatoria la mia nave in battaglia.

Ognuno di noi ha un Angelo Custode, quello era il mio. Non un Angelo comune, perché potevo vederla e parlarle, sentirla, potevo percepirne tutto l’incanto.

Lei però non mi rispondeva, si limitava a seguirmi, ad accompagnarmi, a sorridermi. Ma il suo soave canto era come la più dolce delle parole d’Amore, era sufficiente per riempire tutto il mio essere di gioia e di pace.

Non ho mai saputo il suo nome, nella mia mente era “Lei”, nel cuore mio era “Il mio Amore”, era tutto ciò che rappresentava il bello e la bellezza della vita, era il simbolo, la speranza, la fede e la ragione per cui amavo il mare.

Sono nato in un porto di mare, e la vita per la mia città è il mare. Tutto da esso ci permette di vivere e sopravvivere, non conosciamo altra via, non conosciamo altra legge.

Sin da piccolo sono stato allevato per diventare un eccellente capitano in battaglia, ho ricevuto una ferrea educazione militare e non c’era mai stato spazio per l’Amore, per incontri galanti, nessun ballo a Corte era stato per me occasione di prendere moglie. Non mi ero mai innamorato, e dunque non sapevo cosa fosse, l’Amore. Vedevo i miei congiunti, i miei compagni, i miei alleati ed i miei nemici. Ognuno di loro aveva un cuore a cui tornare, un cuore che lo aspettava.

Il mio cuore invece era in mare, lo avevo lasciato al mare. A Lei. Quando seppi cosa fosse l’Amore.

E null’altro e nessun altro aveva potuto eguagliarlo, questo Amore, forse perché divinizzato a tal punto, talmente irraggiungibile che nulla avrebbe potuto emanarmi lo stesso sapore, la medesima attrattiva. Bella, sì era bella… era bellissima come una qualunque creatura potesse impossibilmente esserlo.

E le donne alla taverna, le donne ad ogni porto, perfino le donne di Corte non erano state capaci di strapparmela dal cuore, per quel bacio che non riesco a dimenticare, quel bacio che tuttora agogno di non aver mai ricevuto. Quel bacio che mi ha segnato, incatenato, che mi ha legato per sempre a Lei.


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Mi salvò la vita. Con quel bacio. Mi restituì alla vita. E tante e tante volte ho desiderato, tornando indietro di morire, sarebbe stato preferibile morire tra le sue braccia. Dacché da quella volta, non l’ho più vista.

Fu una notte terribile, d’impetuosa tempesta, stavamo fuggendo da un vascello pirata e ci imbattemmo in una tromba d’aria, non avendo fatto doverosa attenzione ai venti di ponente, durante la nostra fuga.

Le onde avevano raggiunto il picco dell’albero di maestra, per quanto alte ed imponenti. Ammainate tutte le vele per evitare che fossero strappate vie dalla burrasca, eravamo in balia della furia dell’oceano, cercando il più possibile di restare a galla. Il timone non rispondeva, la potenza dell’acqua ondeggiava il veliero come la culla di un neonato. Era un inferno, l’inferno in mare.

Vicino al timone, non lo lasciai nemmeno per un istante, al fine di tenere sotto controllo le manovre sul ponte di coperta ed urlare disposizioni per cercare di non far affondare la nave, a sprezzo delle violente ondate che tentavano inesorabili di annegarmi la voce.

Numerosi marinai, dal supremo valore eroico sacrificarono la loro vita balzando giù dalle murate, io stesso fui trascinato da una mareggiata forza 10 che letteralmente mi sbatté in acqua. E questo sarebbe stato il mio Destino, morire in mare per salvare la mia nave. Ma le Stelle non lo avevano previsto, avevano scritto ben altro per me.

È stato un momento… ricordo che stavo urlando “L’uragano… tutti sotto coperta!”, e poi più nulla. Buio completo.

Lo scenario che mi trovai dinanzi appena riaprii gli occhi era diametralmente opposto, ed infatti di primo acchito pensai ad un sogno, od ai Campi Elisi.

Era stupendo, un atollo in mezzo all’oceano, solo, soleggiato e completamente bianco, sabbia che sembrava polvere di seta, soltanto qualche palma in lontananza che per quanto perfettamente disegnata, poteva soltanto essere irreale. Una vista da sogno, e non fu l’unica…

Non c’erano scogli, non c’erano onde infrangersi sulla riva, tutto sembrava come sospeso in aria, silenzioso, calmo… nettamente diverso dalla burrasca dai cui ero stato portato via.

Poi, d’improvviso, mentre cercavo di riprendermi dal torpore appena abbandonato, il mio sguardo fu catturato da un’ombra che spuntava, emergendo pian piano, da quella tavola sorprendentemente immobile che era l’acqua dell’oceano. Ne riconobbi la chioma, lunga e fluente d’un oro a dir poco scintillante… perle d’acqua che le guizzavano danzanti lungo il volto, i capelli, quella porzione visibile e divinamente nuda… pensai sul serio ad un Angelo, che fosse un Angelo, o probabilmente la guardai con occhi differenti. Perché ero consapevole che era stata Lei a salvarmi, Lei mi aveva estratto dalla tempesta, mi aveva estirpato da morte certa.

Si dice che il bacio di una Sirena protegga per sempre un marinaio dall’annegare, altri ancora dicono che le Sirene siano seducenti mostri marini che attirano i marinai negli abissi per poi divorarli. Nulla avevo creduto, ed ora di tutto credevo.

E mi guardava, e sorrideva… mi stava dicendo addio. Ed ebbi di colpo un mnemonico lampo agli occhi, le sue labbra che si posavano sulle mie, un bacio così sublime, e divino, un bacio che nessun essere mortale potrà sapere mai, di un tal seducente, e melodioso, il bacio che mi aveva restituito il soffio di vita.

Ero stato incosciente, ma la mia mente lo aveva trattenuto, il mio cuore lo aveva imprigionato, il ricordo immortale ne avrebbe pagato il più infinitesimo desiderio. La mia anima, lo avrebbe bramato per sempre.

Come feci poi a venir via da quell’isola è un mistero, stetti per molte ore, vagando su quella spiaggia pressoché infinita, una distesa di sabbia interminabile, fino a che non crollai stanco, a pochi passi dalla battigia.

Quando mi risvegliai, ennesimo stupore, avevo davanti agli occhi il nostro galeone arenato, e la mia ciurma decimata all’intorno, alcuni ancora assopiti, altri impegnati a visionare i danni ed altri ancora partiti in avanscoperta per reperire materiali adatti alla riparazione della nave.

L’isola era un’altra, non era la stessa, una comune isola tropicale con tanto di fiorente vegetazione e fauna rumorosa, sempre sperduta, ma popolata.

Pensai ancor di più che il mio fosse stato un sogno, o una visione dell’aldilà, nel mio stato di quasi morente, tuttavia l’ufficiale di coperta mi concesse squillante conferma.

«Ammiraglio!»

Mediante un gesto gli assicurai di stare bene, al che egli esclamò: «Per tutti i mari…! Credevamo di avervi perso in mare, durante la tempesta.»

Tacqui. Non mi sembrò opportuno rivelargli la sconvolgente esperienza. La mia onorabilità ne avrebbe pagato caro il prezzo.

M’informai dunque sulle condizioni del galeone, cercando con doviziosa perizia di lasciarla in fondo ai miei più remoti pensieri, eppur inconsapevolmente cercandola con gli occhi, bramando quel sapore, quel chiarore di stella che illumina la notte più intensa.

Nulla. Giorni e giorni, e nulla. Risalimmo a bordo, e puntammo rotta fino a casa. Lunghe notti di attesa sul ponte, per scorgere una deliziosa increspatura dell’acqua, segno del suo aggraziato e superbo danzare tra le onde, per poterle dire almeno un “grazie”, esprimerle tutta la mia immensa gratitudine.

Sono vecchio, ora. Ed ora narro, senza timore o ritrosia, della splendida Sirena che la vita mi salvò.

Non ho moglie, non ho figli, solamente il ricordo, di un divino Amore…


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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