L’AQUILA D’ORO di Marco Santori

L’aquila è un animale magico, nell’antica tradizione feerica è portatore di saggezza, forza e coraggio, un uccello maestoso, legato al sole. Non sto scrivendo una favola, e neanche parlerò di un’esperienza magica personale, voglio raccontarvi una leggenda, una leggenda che ancora si tramanda nel Salento.

Francamente non so se sia un fatto mai accaduto, però le vecchiette del posto ne parlano con quel fiabesco spirito romantico e dal verace retrogusto storico, che non si può non raccontarla, e non ricordarla.

Torniamo ai tempi della dominazione spagnola, a Brindisi, dove viveva un ricco signore, il sì detto Don Alfonso, di nobile casata e bramoso di creare degna discendenza attraverso la sua unica figlia. Non se ne menziona il nome, la fanciulla è conosciuta come la Principessa di Brindisi, una fanciulla dalla rara bellezza e giunta ormai in età da marito.

Naturalmente, essendo di alto lignaggio, Don Alfonso possedeva una grossa dote da destinare alla figlia e al suo consorte, dote che non poteva finire nelle mani di un qualunque signorotto superficiale e sciocco, dai vezzi troppo pronunciati e dalla mente povera. Anzi, voleva un Cavaliere, forte e valoroso, dal fine ingegno e dalla mirabile audacia.

Sicché, studiò un artifizio, un ingegnoso metodo per individuare il miglior Cavaliere che vi fosse sulla piazza, il più meritevole da diventare suo genero.

Aprì un bando, una gara nella quale si sfidavano i pretendenti a trovare la Principessa: in un’ala di un suo castello, che tra l’altro esiste ancora e si trova sull’Isola di Sant’Andrea, come vuole leggenda, Don Alfonso fece preparare tredici stanze, tutte differenti, e in ciascuna di esse fece alloggiare dodici damigelle, di spiccata bellezza, coetanee della Principessa. Nella tredicesima stanza alloggiò la Principessa, indossando un abito simile alle altre, in modo da confondersi.

Ciò però non era sufficiente, in quanto gli aspiranti alla mano della Principessa non dovevano solamente indovinare chi ella fosse, tra le tredici fanciulle, bensì dovevano individuare prima di tutto il luogo dove costei era stata nascosta.

Ardua impresa, tant’è che trascorsero numerose settimane, ed i poveri pretendenti, ormai sfiduciati, non riuscirono nemmeno a capire dove si trovasse il nascondiglio della Principessa.

Le settimane divennero mesi, ed iniziò a spargersi la voce di questa competizione anche oltre i confini della città, per quanto sibillina e piuttosto contorta, praticamente impossibile.

Una di queste voci giunse all’orecchio di un affascinante Cavaliere, figlio di un ricco Sultano, che attraccò col suo grande veliero per prendere parte alla sfida.

Fine ed arguto, il nobile Cavaliere comprese che sondare in lungo e in largo il territorio sarebbe stato vano, una inutile perdita di tempo, indi per cui studiò anch’egli uno stratagemma, al pari di Don Alfonso.


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Si recò presso la bottega del più rinomato orafo della città e, disegno alla mano, gli commissionò un’aquila in oro massiccio, a grandezza d’uomo, un’immensa scultura con il vuoto all’interno, una specie di Cavallo di Troia.

Il perché scelse l’aquila è un mistero ma, venuto dall’Oriente, e nel suo perenne viaggiare, il prode Cavaliere aveva probabilmente udito delle balde imprese di Ulisse, del suo astuto espediente per invadere la città di Troia, ed è anche probabile che ne ebbe ispirazione.

Infatti, una volta terminato il mastodontico gioiello, egli si nascose all’interno dell’aquila, ingiungendo al gioielliere di far correre la notizia a Don Alfonso, di aver creato una vera e propria rarità, degna soltanto di un Reale.

Come programmato dallo scaltro Cavaliere, Don Alfonso accorse pressoché all’istante ma, prima di deciderne l’acquisto, richiese al cesellatore di poterlo mostrare alla figlia. Se ella lo avesse accettato come dono di nozze, l’avrebbe successivamente acquistato.

Ironia della sorte, all’interno di tale dono di nozze era nascosto il più valido dei contendenti, cosa che senza dubbio lo avrebbe reso altroché felice.

Naturalmente l’orafo accettò la richiesta di Don Alfonso, su precise disposizioni del Cavaliere, ed in gran segreto la maestosa scultura fu condotta al cospetto della Principessa. Ella ne restò estasiata, a tal punto che decise di tenerla nella sua stanza, ad ammirare la perfetta manifattura di quel faraonico animale.

Quando la Principessa rimase sola, prima che ella si preparasse per la notte, il galante Cavaliere, con molta calma e delicatezza per non turbarla e non arrecarle spavento, uscì dal suo nascondiglio e s’inchinò dinanzi a lei, presentandosi.

Il colpo di fulmine fu inevitabile. E per entrambi. Lei bellissima, eterea come un Angelo, lui dal fascino esotico e misterioso, si piacquero al primo sguardo.

Dire che s’innamorarono è un po’ forte, anche se la storia vuole che il Cavaliere, non appena la vide, si dichiarò immediatamente innamorato, dal cuore perduto per la bella Principessa.

L’epilogo però è come quello nelle favole. I due si sposarono e vissero felici, per tutta la vita.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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