"Il Principe Azzurro" » Christine Kaminski, Favole e Magie d'Amore


Il Principe Azzurro

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barra_titolo_roseprincipe azzurroTrovare un Principe, vivere una Favola… il sogno di tutte le bambine del mondo. Ma, come fare?
Anzitutto per ogni Principessa corrisponde un Principe, un’Anima promessa ad un’altra, una promessa che si perde nella notte dei tempi e che forse neanche noi ricordiamo, ma lo sentiamo, lo percepiamo appena la rincontriamo… Non esistono rospi da baciare o incantesimi prodigiosi, non esistono ricerche o forzature, tranelli o sotterfugi, ruberie… tutti siamo Principi e Principesse ed ognuna ha già il suo, è già lì che la aspetta, oltre il tempo ed oltre lo spazio, l’unico neo è di riuscire a ritrovarlo ma arriverà da solo… colui che si armonizza con i battiti del nostro Cuore ed è un tutt’uno con la nostra Anima, la completa e la sublima. Non è impossibile, niente lo è, è solo difficile… bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco. Bisogna avere il coraggio di rischiare.

Conosco la storia di una Principessa che, in un improvviso giorno di Sole in una fredda giornata d’inverno, incontrò un Principe Azzurro. Non era il solito Principe con gli occhi azzurri e i capelli biondi e non aveva il cavallo bianco. I suoi occhi erano per metà verdi e metà castani. Quando il sole li sfiorava brillavano di magia. I suoi capelli erano scuri, forse non era bellissimo ma aveva qualcosa di speciale nel suo sorriso. Per lei era bellissimo.
Questo dolcissimo Principe aveva un sogno nel cassetto, uno zaino lo accompagnava ovunque e la poesia era la colonna sonora di tutta la sua vita. Non aveva bisogno di altro. Sorrideva sempre, aveva una buona parola per chiunque, nobile d’animo e romanticissimo scrittore.

Il Principe, in un giorno qualunque… s’innamorò di lei: una fra le tante. Bastò un incontro, soltanto uno sguardo, una parola di “troppo” e tutto accadde come nelle Favole. Era come se si conoscessero da tutta una vita… come se si fossero aspettati da una vita. E più si guardavano, più si convincevano di aver ritrovato la parte mancante dei loro Cuori, la metà perfetta.
Il Principe la prese per mano, la scosse, la spinse, la riprese, l’abbracciò, la cercò, la baciò, l’accarezzò, la osservò… scrisse delle storie per farla sognare, la riempì di coccole e segreti, pensò continuamente a lei. La portò nel suo Regno, la fece camminare in posti incantati, le mostrò tutte le bellezze della sua terra, luoghi ricchi di ricordi preziosi… anche l’aria profumava di Magia. Camminarono a lungo ed arrivarono sul punto più alto di quel Regno incantato, tutto era ai loro piedi… il Principe baciò la fortunata fanciulla che per magia si trasformò in una vera Principessa, e non una Principessa qualunque…
Una notte il Principe, nascondendosi dal mondo, andò a trovare la Principessa. Tutto era perfetto e fu bellissimo. La sua voce era bellissima, i suoi occhi bellissimi, le sue mani e le sue labbra erano bellissime, il buio che li avvolgeva era bellissimo e per la prima volta lei non ebbe paura. Non c’erano ombre dietro la porta o vicino la finestra… lui era lì con lei. La stringeva e lei sentiva il suo profumo, i loro respiri crescevano all’unisono, le loro Anime volteggiavano, s’intrecciavano ed univano… i sussurri dell’Anima e del Cuore li accompagnavano in quella danza d’estasi e d’Amore, il calore della passione che li accendeva, due luci nella notte che risplendevano dei loro più puri bagliori…
Poi, tutto si fermò… la Principessa spiò il suo Principe mentre dormiva profondamente. “Ci sono io nei tuoi sogni, Principe?” domandò fra sé. Nell’incredibile, lui riaprì gli occhi e le sorrise abbracciandola. L’aveva sentita… allora la Principessa posò la testa sul suo cuore sentendolo battere e tutto le parve troppo strano, forse troppo perfetto…
“È un cuore come un altro” si disse “è normale che batta… Batte per me il tuo cuore, Principe?” Stavolta lui non rispose…

E tutto riprese in un groviglio di sospiri e segreti sussurrati. Un’onda violenta di emozioni li travolse tirando la Principessa giù, sotto la superficie, senza lasciarle un respiro… e come il mare la lasciò conchiglia sulla riva deserta. La Magia finì e la Principessa si risvegliò insicura, senza più quei bramati baci e senza quegli abiti sontuosi e importanti da vera Principessa. E lui non fu più il suo Principe, si trasformò. Lei fuggì, si annientò. Tutto sembrò solo una splendida, ma fugace Favola… da un giorno all’altro tutto finì, così, senza preavviso, come il colpo di scena in un film romantico. La Principessa dové costringere il suo cuore a non soffrire, respinse le lacrime, provò a capire il Principe e, non riuscendoci, provò ad odiarlo. Ci provò…
Poi un giorno il Principe riapparve, così, di colpo, e le sussurrò quelle tanto agognate parole, parole non mai proferite ma silenziosamente sussurrate nel profondo della sua Anima… senza domande rispose alla sua domanda, le regalò un altro dei suoi incantevoli sorrisi, le restituì la Favola e la sua Magia… ed ora, non più una Favola, ma una Vita da Favola.

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Amore di Super Luna

Luna rossa

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Luna rossaApro con qualche cenno tecnico-scientifico, giusto per riscaldare la mia “penna”…
Questa sera, sì, stasera… la Super Luna. Un evento astronomico degno di nota, cioè, per coloro che studiano il Cielo e le Stelle, la vita dell’Universo, il movimento dei pianeti e dei loro satelliti, le eruzioni solari, le tempeste cosmiche… ecco, quest’ultima definizione la farei decisamente mia. Tempesta cosmica.
Ma andiamo per gradi. Sappiamo che la Luna è l’unico satellite del nostro pianeta (al contrario di Giove che ne conta addirittura 67), e sappiamo anche che essa gira intorno alla Terra, ma forse, non tutti sanno che la Luna non percorre un’orbita circolare, bensì ellittica, così, ogni mese in cui termina il suo lustro giretto e diventa piena (fase lunare del plenilunio), non si trova mai alla stessa distanza dalla Terra. I valori minimi e massimi (perigeo ed apogeo) scandiscono una differenza di circa 50.000 chilometri, ergo, quando la Luna piena è in perigeo, si trova alla sua minima distanza dalla Terra, è vicinissima ed è come se potessimo quasi sfiorarla…
Ieri sera ne ho avuto un assaggio, era bassissima e mi cullava con il suo colore caldo, armonico e sempre brillante… ed io, figlia della Luna per antonomasia, non posso non rimanerne magnetizzata. Figlia della Luna, figlia dell’Amore, del Romanticismo e del Sogno …. questo è il gramo destino del segno del Cancro. Scherzo ovviamente, ne sono fiera e felice, gli astri non avrebbero potuto riservarmi regalo migliore, transitando nel mio cielo al momento della mia nascita, però è dura, ve lo garantisco, essere dei sognatori nel senso più ampio del termine, idealisti, perfezionisti, artisti per ragione d’essere… beh, talora è un fardello alquanto pesantuccio, sia per le responsabilità che ne derivano, in quanto bisogna far fruttare questi doni a beneficio della Vita (intesa come evoluzione spirituale, universale), sia per la realtà che non molte volte si offre complice, privandoti di qualche stimolo in più, quando ti sbatte in pieno viso le sue regole e le sue crude manifestazioni. Ma non ho paura, in fondo non me ne curo neanche, perché dopotutto un po’ di sano realismo non fa mai male, miscelarli insieme nella formula perfetta, sovvenire l’ideale con le solide fondamenta della praticità effettiva su cui nasce e muore, questo mondo fisico ed oltremisura terreno. Che in sostanza, sarebbe la nostra casa.
È così anche un po’ per la Luna. Lei c’è, è vera e ci influenza, influenza la nostra vita sia fisica sia interiore, e questo è proprio l’incontro (scontro) tra evanescenza e concretezza, dacché, e guai a chi osasse contraddirmi – e rido – le astratte teorie sulla Luna dei “mistici” hanno trovato ben riscontro negli studi scientifici e nelle loro conseguenti verifiche.
La Luna è magica, non si discute, la Luna è femminile, questo è un fatto. Ed ogni donna lo sa, conosce i suoi segreti ed i propri, gli umori simbiotici e le profondità marine delle loro essenze, i loro cicli che coincidono… Si conoscono a livello ancestrale, sono fuse unite, dipendono l’una dall’altra.
Si dice che in questa notte la sua fertilità sia oltremodo attiva, per chi desiderasse un figlio, un incontro speciale… ma senza dubbio esalta ogni senso ed ogni sensazione, quindi qualsiasi cosa, sotto il suo volto pressoché accecante e magnetico, sarà vibrante ed intesa, perfetta. Unica.
E così questa notte sono qui, tutto il tempo alla mia finestra. Sorseggio vino bianco e scrivo, fumo anche… ma non ditelo a nessuno (!) – il fumo fa male non imitatemi – però se potete scrivetene, è una divina ispiratrice, una paradisiaca presenza che penetra soffice ma inondante, nei nostri più intimi pensieri, e li illumina, li impreziosisce e li porta delicata a destinazione. Dove dovrebbero essere, dove voi, dovreste essere.
Allora, per chi ancora non l’abbia fatto… affacciatevi adesso perché la prossima Super Luna ci farà visita il 14 novembre del 2016, e poi nel 2018, nel 2023 e nel 2034… chissà se ci saremo ancora? Io forse no, ma di sicuro da dove sarò mi racconterete del suo splendore, di nuovo, ancora ed ancora, ed io vi ascolterò per ore… mai sazia, mai placata.
In questi anni è stata spesso tra di noi, nel 2010 si è sporta in tutto il suo splendore per ben sei volte, e in questi ultimi quattro mesi, sono tre le volte in cui si è presentata talmente calda e possente. Chi l’ha vista? Ahah, non è uno slogan da tormentone, tranquilli, mi chiedevo soltanto perché francamente mi è scappata… ma del resto è così, giocare a nascondino quando si è piccoli è una cosa naturale, tra madri e figli succede così, ma l’Amore che li lega è grande, indissolubile ed anche se non soddisfa la vista, l’ultimo dei sensi per importanza, nutre di certo il primo. Che sarebbe il sesto, in scaletta… o forse il settimo, magari, il senso della donna, e il sette si sa… è il mio numero. Allora noi donne abbiamo il settimo senso, quel senso puramente dedicato alla Luna e ai suoi segreti, ai nostri, che mai, e poi mai, gli uomini ci potranno rubare…

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La Strega in Amore

principessa strega

barra_titolo_roseprincipessa stregaIl Principe era diventato Re. Eppur la sua amata, purtroppo, era disparsa in circostanze misteriose. Ma non si era arreso. Ancorché si fosse in un certo qual modo assopito all’idea, tuttora l’attendeva, confidava che presto o tardi sarebbe tornata da lui. Aveva fede, tanta di quella fede da farlo star male, dacché il dubbio divellente di questa sua speranza infondata vi andava ferocemente, spietatamente in conflitto. Riducendolo allo stremo.
L’aveva cercata, eccome se l’aveva cercata… ma era come s’ella si fosse dissolta dalla faccia della Terra, dall’esistenza, come se non fosse mai esistita.
Molto spesso, infatti, il Re si domandava se il suo non foss’altro stato che un miraggio, un lungo sogno ed intenso che, parso talmente reale, si era sostituito alla stessa realtà. Il loro magico incontro, le loro magiche lettere d’amore, il loro Amore anche magico, tutto era stato magico, dal principio all’inesorabile fine. Quando che, d’un tratto, ella scomparve, senza più far ritorno.
Coincidenza strana, a dir meno bizzarra era stato tuttavia il concomitante avvento di un’altra donna. Ma non era propriamente una donna. Era una Strega.
Accadde così, in un momento inatteso in un posto altrettanto inatteso. L’allora Principe si era recato per l’ennesima volta a far doni alla sua Principessa. L’aveva presa per mano e condotta nel grande giardino fiorito del palazzo reale, le aveva offerto una nivea rosa bianca e le aveva rinnovato il suo giuramento d’Amore, d’un tal dolce e poetico da tremarla in un sussulto lungo come il suo bacio che subitaneo l’aveva invasa di saporiti colori e profumati.
Lui le aveva promesso il suo Amore, lei gli aveva dato il suo Cuore, ovattandolo in uno scrigno di preziosi tesori che scintillavano guizzanti insieme ad esso che pulsava cadenzante, d’un Amore sbordante, che pulsava magnificamente, ed unicamente per lui.
E in siffatto giorno, nel mentre che il Principe s’inginocchiava al suo cospetto per proclamarle che anche il suo cuore sarebbe stato per sempre suo, un alone ombroso di finissima polvere accecante lo privò momentaneamente della vista, dopo averla percepita tremare in una guisa ch’egli non aveva mai veduto. Un maleficio? Un incantesimo che l’aveva trasbordata in una dimensione differente, superiore? Fatto fu, che della Principessa non si ebbe più novella, né sentore, finanche il suo profumo era svanito nell’etere, quel profumo che, costantemente, il Principe aveva ognora portato con sé, sentito su di sé, persino con lei distante, distante a mille e mille passi da lui.
Era rimasta solo quella rosa. Caduta in un soffio al suolo aprendosi nella sua corona per disperdere d’attorno i suoi candidi petali, un tonfo sordo che però riecheggiò virulento nell’animo del Principe.
Divenuto Re, doveva ora pensare al suo Regno. Ma non da solo. Ma non lo voleva. Voleva lei, voleva quel che era stata lei, quando l’aveva conosciuta, allorquando l’aveva amata. Ma lei non c’era più. C’era la Strega.
La incontrò ad una manciata di passi, seguendo con gli occhi quei petali che, spazzati dal vento, danzavano disegnando un serpentino sentiero che tracciava delle spire che pian piano lo stavan pressappoco soffocando, alla sola veduta. Ma non si mosse. Restò lì. Si lasciò “stregare”.
Ci si chiederebbe per qual balengo motivo il Principe la lasciò avvicinare a sé. Non lo sapeva. Era, però, come se reperisse in ella un che della sua perduta amata, un odore, un sentore impalpabile ma insinuante, rovinosamente invitante. Un altro maleficio. Ecco cosa aveva pensato il Principe.
E se la Strega aveva inghiottito la sua Principessa divorandone l’essenza? Era lì dentro? E, nel dubbio, non ebbe il coraggio di allontanarla, di bandirla come il vetusto Re si raccomandò, prima di trapassare fino al Mondo delle Essenze, come le damigelle più fidate, e i servitori, e i consiglieri di Corte gli avevan saggiamente consigliato. Al contrario, la accolse a palazzo, donandole nientedimeno che un’ala del castello dov’ella si crogiolava nei suoi sortilegi e nelle sue arcane attività.
Non l’aveva mai controllata, il Principe. Mai aveva osato. E mai era andato da lei. Timore, crudivoro timore che fosse un’efferata presenza, diabolica, di prenderne decisiva coscienza smarrendo così anche l’ultima speranza di ritrovare il suo Amore. L’ultima cosa che sarebbe perita, prima di lui.
Ma la Strega, a dispetto della sua nefanda parvenza, maligna nella parola, nel gesto, perfino negli occhi… custodiva in sé un segreto. Un grande segreto. Non era nata Strega, non del tutto almeno… e, di certo, non sarebbe mai perita da Strega. Ci stava lavorando, si direbbe comunemente, stava faticosamente lavorando per ricostruire quel che, venturosamente, ancora non era definitivamente perduto.
Studiava, e studiava, incurvata e rigida, tutta raggrinzita sui suoi tomi e innanzi al suo grosso leggìo, non dormiva, quasi non mangiava, chiusa, lì dentro in una penombra per chiunque inquietante, contornata da fiochi lumi e spezie sfrigolanti che emanavano un aroma maleodorante, per poco non nauseante.
E il Principe si fidava, non razionalmente, non coscientemente, ne sublimava la solitudine, non consentiva ad alcuno di disturbarla, non la disturbava egli stesso, ne sentiva soltanto la presenza, o l’assenza… misterioso desiderio di averla al suo fianco, di fronte, di poterla toccare. Un ennesimo, pernicioso conflitto.
E il vecchio Re morì, il Principe salì al trono e la Strega ancor lì dentro, senza nemmeno sbirciare in qualsivoglia fessura, indaffarata, ansiosa, il termine stava per scadere. L’ultima sua occasione.
E avvenne l’incoronazione, ed avvenne l’esultanza del popolo, la pomposa parata, ed avvenne l’integrale solitudine del nuovo Re.
In sintonia, inconsapevole ma eclatante, anch’egli di punto in bianco si raccolse nelle sue stanze. Si rinchiuse. Nessuno voleva vedere, con nessuno voleva conferire. La mancanza della sua amata si era fatta man mano più atroce, insopportabile, ora ancor di più. Ora più che mai.
E si deperì, si spense, s’incupì. Sparì.
Finché un giorno, d’improvviso, ricevé un dono. Dalla maestosa finestra che occupava gran parte della sontuosa parete della sua camera da letto, le tende in organza che aleggiavano grinzate dal vento, intravide un uccello volare e volteggiare nella sua direzione, dal cielo che sullo sfondo riprendeva evanescenti colori giallicci, sembrando bagliori di luce che si estendevano dal piumaggio posteriore di quella che pareva una colomba.
Ma, ciò che lo colpì in maggior misura, fu che dal becco di tale uccello sporgeva un fiore, candido come lui. Una rosa bianca.
Il Re strizzò le palpebre, anche per mettere a fuoco e si rese conto che non era mera visione.
La colomba non si arrestò, giunta in prossimità del trasparente velame lasciò cadere la rosa sul davanzale e sfrecciò in alto, in alto in alto, su nel cielo fino a scomparire.
Il Re non ricevé il tempo per avvicinarsi al fiore, splendente come mai potesse aspettarsi, che udì l’imponente porta schiudersi, ed un fruscìo intenso contro di essa. Il fruscìo di un abito regale.
Di scatto il Re si voltò, assalito da una vibrante sensazione, indefinibile da egli stesso, e rimase paralizzato allorché distinse sulla soglia, lei, sì. La sua Principessa.
Le corse incontro un po’ incerto, dibattuto tra sogno e realtà, timoroso che potesse ancora una volta dissolversi, lasciarlo di nuovo ferito, drasticamente disincantato.
Ma ella non disparve. Gli adornò un inchino ed un soave sorriso. «Vostra Maestà.» La voce era ancor più soave, diremo divina, ed il Re credé sul serio di essere rientrato in un sogno. «Sono io la Strega, la Strega che avete accolto a palazzo.»
«Or dunque ero nel giusto, eravate stata inghiottita dalla sua magia?»
Vaporosamente, ella dissonò col capo. «No, Sire, sono sempre io. Sono la vostra Principessa.»
«Ma perché… perché, Mia Amata?» Il Re era confuso, a dir nulla intontito.
«Maestà, Voi non avete dinanzi la Principessa che avete conosciuto. E del resto neanche Voi siete lo stesso Principe. Voi siete un Re, ed avete bisogno di una Regina, cosa che non sarei mai potuta essere, se quel giorno non avessi compiuto una scelta. La scelta di tornare ad essere Strega per diventare una vera Regina.»
«Errate, Voi eravate perfetta, eravate il mio sogno» si oppose vibrando.
«Il sogno è magia, e a volte la magia abbaglia, non emerge quel che di oscuro è radicato in noi, il triste risultato dei nostri patimenti. La magia del nostro incontro, l’Amore che ci ha immantinente travolti, non sarebbe stato sufficiente una volta che ci fossimo destati nella vita vera. Ma Voi avete avuto fede, avete avuto fiducia in me, avete visto la Strega e l’avete amata, non vi siete mai arreso, e tutto ciò mi ha concesso di tornare da Voi, di riprendere le mie vere sembianze, giacché ad oggi sono sicura che amate ed amerete qualunque aspetto di me, che mi amate veramente. E questa è la magia, magia vera. La magia del vostro cuore.»
«E se dovesse accadere di nuovo?» Il Re era palesemente scettico, voleva crederci, ma aveva paura di crederci. Aveva paura che di colpo, un giorno, la “vera” Strega sarebbe ritornata, spazzando via per sempre la sua adorata Principessa, la sua or ora Regina.
«Vi comprendo, e vi confesso che la Strega non svanirà completamente, ma confido che il vostro immutato Amore non consentirà ad essa di primeggiare. Avete bisogno di tempo, null’altro. Il tempo vi restituirà intera fiducia. Quel tempo che è occorso anche a me, per tornare da Voi. E sono tornata, per restare.»
E così furono le ultime parole della Strega, prima che principiasse di nuovo, rinnovato il loro percorso d’Amore. Un po’ timido, un po’ ritroso, ma con tanta brama di esplodere nuovamente, di vivere e rilucere. E per sempre.
L’Amore del Re l’aveva trasformata in una stupenda Regina, ma che restò comunque in parte Strega, la Strega del suo cuore. Che gli aveva stregato, l’anima e il cuore.
Questo, ci insegna che, dietro ad ogni Strega, si nasconde sempre l’animo nobile e delicato e sensibile di un’autentica Regina. Sono le ferite, le traumatiche vicissitudini, la crudezza virile a far sì che muti il suo volto, a trasformarlo in un’orripilante maschera degna delle Streghe più malvagie, ma il suo vero volto non cessa mai di essere lì, sopravvive in attesa, in attesa di recuperare morbidezza nelle sue linee, di mostrarsi alla luce del cuore, cosa possibile, soltanto con un grande, e vero Amore.

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Chrysallis

Chrysallis

barra_titolo_roseChrysallisVigilia… pare strano lo so, abitualmente il suo senso è senz’altro più generale, più ampio, per il comune sociale, una festa, una ricorrenza, una fede… ebbene in fondo, per me racchiude un po’ tutte queste cose, ed è per questo che questa notte ho deciso di festeggiare. Da sola. Qualcuno direbbe, e perché mai? Queste sono occasioni da condividere, ove gioire e “sfarfallare”. Momenti in cui amare, momenti da amare. È vero. Ma è anche vero che sto battendo questa strada in solitaria, e deve essere così, il termine di un percorso forse un po’ sui generis, ma di sicuro comune a molti di noi.
Vigilia e percorso, termini salienti per un semplice motivo. Questa è la notte del mio mese, entrante, mese di nascita che in quest’anno mi vedrà compiere un bel 42, tondo tondo, un 42 decisamente significativo. Dove credo che questo percorso sia agli sgoccioli. La mia trasformazione è quasi al termine. È andata.
Si direbbe, una coincidenza, e quando mai le date coincidono con le nostre tappe interiori, le nostre diritture d’arrivo? Vai di luogo comune, ma la sacralità o la battuta di una data è legittima pensarla solo a Natale, Capodanno, una Pasqua o la fine di un secolo. Io sono egocentrica, di fondo lo ammetto eccome, onde per cui le date sono unicamente mie, e le ricordo, me le incido sulla carne, tatuate nella mia mente e nessuno me le cancella.
Ed io festeggio, altroché se festeggio, giacché quanto ho raggiunto merita senza dubbio una tale solennità, solenne come il percorso che ho quasi terminato. E, per non parlare al vento o a vuoto o tanto per parlare… vi dirò quale.
Ho conosciuto un uomo, qualche anno addietro, in verità ne ho conosciuti molti… e chi non lo crederebbe. Dopotutto alla mia età è anche naturale, non sono una veterana ma resta comunque un determinato bagaglio vitale, per prima cosa emotivo. Ed ovviamente travagliato.
Un primo amore struggente, un secondo infiammante, un terzo quasi assassino, due convivenze, un matrimonio, tante parentesi sessuali od asessuate e poi… non saprei nemmeno definirlo. Non è “normale”, non è di questo mondo… ed è anche vero sì, ho amato tante volte, sono stata innamorata altrettante volte, con tutto di me, troppo di me… ma un amore così lungo non l’ho mai vissuto. E nemmeno così intenso. Autenticamente, intenso.
Si dice che il primo amore non si scorda mai, oppure che nulla è come il primo amore… forse sarò l’eccezione, o forse sarò la solita pecora nera, quella che volente o nolente, per forza o per sfrenato romanticismo, inusuale, passione cieca e avidità di sentimenti, non si è mai risparmiata, la briglia sciolta, il freno a mano difettato, mi sono sempre lanciata a precipizio ed ho sempre, provato, sentito, divorato passione e pensiero, consumato il più sottile strato della mia aura, il più incavato rifugio della mia anima. Ma, e come sempre c’è sempre un ma, tornando ai luoghi comuni del “rovescio della medaglia”, invece di scendere, sfiancata e demotivata, pian piano sono salita, andata sempre più su, e sempre più di corsa, tanto da perdere il fiato perdere me, perderne il senso. Dovrebbe essere il contrario? Sì, per chiunque presumo. Per me no, questa fame avida e mai deturpata dalla delusione o dal dolore, ha quasi preso il sopravvento, su di me, a tal punto da offuscarmi, via via, il preconcetto. Si badi, preconcetto per quel che intendo non è pregiudizio, prevenzione, insulsi paletti o standard mentali. E non è nemmeno un’opzione. È un preordinamento divino. È il concetto primigenio, primordiale. È puro. Il concetto preesistente, esistente da ancor prima della mia nascita, da ancor prima che nascesse il mondo. Il cerchio, e le due metà. Ricordate Platone? Essenziale concetto, eccolo. Diceva… all’albore della vita, eravamo cerchi, cerchi perfetti… molto semplice, elementare, ma è impresso, in me, sin dal momento in cui me ne hanno parlato la prima volta, come fosse stata una favola… Una favola, una certezza, un sogno o una realtà, quel che sia, per me è verità. Io c’ero, c’eravamo tutti. Anche tu. Quando quel lampo ci separò, dato che aspiravamo a diventare Dèi, ci sforzavamo di esserlo e in fondo lo eravamo, eravamo Dèi, sublimati da un amore completo, unico vero, il Tutto. L’Uno. Ma quegli stessi Dèi, quelli lì, superbi e punitori, primi peccatori di vanità umana, perbacco se non se la presero! Ci scagliarono un lampo, dividendoci a metà, in due metà perfette, ci sparpagliarono ai confini della Terra per separarci e da allora eccoci qua… a vagare per il mondo, per l’eternità… a cercare la nostra metà, a ritrovarla, vita dopo vita, per ricongiungerci e sempre così, in un ciclo senza fine.
E allora eccola, questa ricerca insaziabile che mi ha condotta a vedere in ognuno che abbia incrociato il mio sentimento “preesistente”, la potenziale metà. Affamata di destino. Irriducibile, insanguinata, con le mani tremanti sempre di nuovo in piedi, un colpo di spugna alle ferite e via, di nuovo in partenza. E ho detto bene, un colpo di spugna, perché è sempre e solo stato in superficie. Perché se in quella superfice la prospettiva pareva nuovamente linda e ferace, all’inverso quelle ferite marciavano a ritroso, mettendo su radici, profonde, ma così profonde che nemmeno io so dove sia l’inizio, e so che non c’è fine. Ed hanno cominciato a farsi sentire.
Allora una corsa al suicidio, poiché l’accanimento si trasformava mano mano in autodistruzione. Sì, un po’ come i bambini viziati… «Lo voglio!» Ma il prezzo? A quel livello il prezzo è salato, se non letale.
Ed è successo, questa cosa strana, indefinibile, quest’uomo strano, indefinibile… tutto è ancora indefinibile. Qualcosa però, è ben definito. Quello che vedete, quello che sono perché sì, quello che vedete è quello che sono, senza artifizi o arzigogoli, così, a volte bambina, a volte eccessivamente donna, a volte bizzarra, folle o saggia, eterea, una specie di guru… ma la spinta? E il potenziale… talvolta mi soffermo e penso, che lui abbia amato in me, proprio questo potenziale. Mi ha amata da subito, non per quel che saltava agli occhi, bensì per quello in cui mi sarei trasformata, quello che attendeva di fiorire, che sarebbe fiorito, grazie al suo amore… per quel che sono in realtà, per il mio ritorno. Un santone, un guru vero? Un mago… forse sì, un preveggente sicuramente lungimirante, che ha atteso per anni, tra una sparizione e l’altra, tra un volo e l’altro… e dunque mi dico… anzi mi chiedo, «Sono davvero così speciale?» Certo che per ciò che ho tirato fuori, chiunque – sano di mente – se la sarebbe data a gambe pure se si fosse trattato di inerpicarsi su una montagna alta duemila metri, seppur unica via d’uscita, ma l’avrebbe scalata. Col rischio di precipitare giù. Ma d’altronde anche lui è un pazzo, così come lo sono io. Follia del sognatore…
Dico la verità. A un dato momento, qualcosa si è acceso. Quando il tutto era andato a rotoli e di più, questa specie di illuminazione, ma non tardiva, fortunatamente… mi sono detta, «Questa è la mia occasione.» Salti giù? O vuoi affondare del tutto… dire che lo abbia fatto per un uomo, per una relazione d’amore, stupirebbe forse, o magari mi sminuirebbe… se non credete a Platone. Perché, non l’ho fatto per lui, o per me stessa, o per Noi… l’ho fatto perché era giusto, perché era il momento. Però questo l’ho pensato: «Devo farlo, io non voglio perderlo.» Lui è la spinta. L’unica, spinta. Non ce ne sono state altre, non ce ne sono stati altri, mai prima di lui… Ho ritrovato la verità, la verità del preconcetto. Grazie a lui. Lui lo chiama sogno, sicuramente più poetico… Il poeta del sogno. Mi chiamava farfalla, mi vedeva già farfalla… ed ero soltanto un bruco… carino, ma sempre un bruco. E dunque come non credere, o sentire, sulla mia pelle, incisivamente… potentemente, che lui sia la metà di me? Se ho trovato la pace, se sono finalmente sazia? Cambia, cambia tutto perché sono cambiata, Dio se sono cambiata. E non ci credevo, non ho mai creduto che si potesse cambiare. Il fallace preconcetto. Del tondo che non può diventare quadrato. Ergo mi sono messa in cerca di un’attenuante, una spiegazione tipicamente logica che esalta l’ego ed esilia la mia quintessenza, e come di regola è stato raggiunto un compromesso. Mi sono evoluta, democratica conclusione. Va bene, lo accetto, sapete tra moglie e marito… ma io non sono più quella di ieri. Oppure dormivo, semplicemente. E come in una favola, con un bacio lui mi ha risvegliata. Ma io non sono più quella che hai conosciuto, o quella che io, ho conosciuto. Questa è una realtà. Questa è la verità. E sono guarita… ho rivoluzionato anche la più infinitesima parte, di me. E in meglio. Ho trasformato ogni mia mancanza in ironia, ogni mio difetto in allegria, ogni amarezza in luce raggiante, ogni presenza in dono divino… la vera trasmutazione alchemica.
Ora non ho più timore di mettermi a nudo. Del giudizio, della maldicenza. Voglio essere sempre nuda, di fronte a te, di fronte a tutti, a me stessa. Neanche mia madre mi riconosce, e vi ho detto tutto. Indubbio è, che se avessi sbagliato quel bivio, un microscopico attimo che al presente vedo gigantesco, infinito come l’Universo, con il mio essere esclusivista, autocratico, possessivo, geloso, territoriale peggio di un felino… tanta strada non avrei fatto, o seguitato a fare… dacché in ogni relazione, in ogni amore successivo, via via questi lati si acutizzavano atrocemente. Più non trovavo “lui”, e più degeneravano. E mi arrabbiavo, diventavo arrabbiata sul serio. Ma ora lo avevo trovato, ci ho messo un po’, francamente… per rendermene conto, “concretamente”, sono trascorsi all’incirca tre anni, una miriade di ostacoli dell’ego e di somatizzazioni, di fustigazioni… e lui sempre lì, sorprendentemente, nonostante tutto… un po’ deluso un po’ incazzato, certamente esasperato, a volte davvero furioso pressappoco crudele, a dir poco ostile e vendicativo… ma ha avuto fede, molta più fede di me. Un’altra grande sorpresa, quando ne ho preso coscienza.
Le sorprese, le vere sorprese non sono mai immediate. Quelle che ti portano felicità, duratura, sono quelle che sono sempre state là, ad aspettare, ad attendere i tuoi occhi che si aprono di meraviglia, e ti restano scolpite nell’anima, una felicità non effimera ma perenne, una sorpresa senza fine.
Ma la particolarità, che tuttora mi sorprende, e che tuttora fatico a realizzare, è che io non sono mai stata un suo “disegno”. La sua persuasione inconsapevole è stata sempre il silenzio, la spinta consapevole il suo lasciarmi spazio nei miei eccessi, anche brutali. Ha semplicemente atteso. Che la farfalla dispiegasse finalmente, le sue nuove ali. Non mi ha minimamente forzata o ancor peggio, ricattata… come altri prima di lui, che onestamente ho mandato “altrove” e sono addirittura svaniti dalle mie reminiscenze, non ricordo neanche che siano esistiti… sapete molti soggetti ti prendono al volo, perché sei carina, socievole, intelligente, simpatica, originale, brillante, elegante, sensibile o a dir si voglia, insomma una tipa con cui non ci si annoia mai e di certo hai una bella figura, essendo sovente al centro dell’attenzione. E poi lungo la strada tendono a smussarti, a plasmarti, una volta che ti hanno “ingabbiata”, o credono di averlo fatto, per farti diventare perfetta, o meglio, come vogliono loro. Perfino a schiavizzarti, se non ad usarti. Ma lui mi voleva già, questo è l’aspetto più sorprendente, lui mi voleva già così, così com’ero. Mi diceva che ero perfetta. Appena mi aveva conosciuta… era entrato, era già entrato nel mio “sonno”. «Se non mente, ha indubbiamente un abbaglio» pensavo altroché convinta. Quindi, da buona giocatrice di roulette russa… ho rimischiato tutte le carte ed alcune le ho anche levate dal mazzo… ho barato. Test su test, paura, insicurezze, scetticismo a oltranza, brama del rischio, prove d’amore, bla bla bla… e chi lo sa… tutto, forse. Ma il peggio, il peggio di me. Gli ho dato soltanto quello. Ad un certo punto. Dio solo sa quanta oscurità è uscita da queste ossa… quanta rabbia zampillata al minimo sospetto di essere presa in giro, di essere ingannata. Una vera fiera, una vera furia. Chiaro che non ci ho creduto. Poteva essere talmente facile? No, assolutamente. Dalla folta gavetta emozionale da cui provenivo aspettavo di trapassarci, ed essere ancora in cerca. Due vite o forse più. E così queste montagne russe, sfibranti… un tiro alla fune che pareva interminabile, io che mi avvicinavo e lui che si allontanava, e viceversa. In un tempismo pressappoco snervante. Destituente.
Credo, tuttavia, che il punto fondamentale che mi consente di essere ancora qui, di amarlo come il primo giorno o forse più, ma senza dubbio con un senso diverso… è che lui non mi abbia dato modo di “pensare”, di meccanizzare o banalizzare, non c’erano momenti, progetti da fare, è sempre stato tutto aleatorio, sempre un punto interrogativo. Un momento. Eh sì, se vedi il futuro, il futuro è già finito. Questa è la cosa sensazionale, non vedo il futuro, vivo il presente. Magnificamente presente. E domani? Cosa ci sarà domani, lo lascio nelle tue mani…

Ma un ringraziamento è dovuto, magari altisonante, come queste pubbliche righe… Grazie, mio unico Amore. Per avermi svegliata, per avermi restituito Christine. Per avermi ridato, la mia metà. Perfetta.

Sonno di Chrysallis barra_titolo_rose2

Baruba e Neve, la storia del coniglietto che rese santa la Pasqua

Baruba

barra_titolo_roseconiglio-pasqualebL’alba s’elevava pigra, ed i primi raggi di sole indugiavano sulle foglie irrorate di rugiada. All’orizzonte una chiarità tipicamente primaverile annunciava il dì canterino, rilucente di allegrezza e fervore. Tutti gli animaletti della foresta eran gioiosi, saltellanti e in poderoso fermento per quella che sarebbe stata la Festa di Primavera, una Primavera inoltrata che di già scaldava coi suoi nitori dal giallo oro vivificante, dando le spalle all’inverno e agli ultimi strascichi di una gelida stagione che, ahimè, non aveva risparmiato molte delle creature del bosco, per la rigidità di un tepore inesistente e la carenza di cibo di cui la Natura, nel suo lungo torpore ristorante, non era stata prodiga per gli esseri più deboli e fragili.
La Festa di Primavera era, oltreché un’annunziazione della bella stagione a venire, anche un modo per celebrare coloro che non eran sopravvissuti, una sorta di commemorazione per dispensare calore agli Spiriti, per esprimere un amore che non di certo sarebbe perito, in seguito a tali tragiche fatalità.
Anche noi umani festeggiamo la Festa di Primavera, ma non ne abbiamo cognizione, la confondiamo con la Pasqua religiosa, la resurrezione di un Dio tanto caro agli uomini, ma anche una resurrezione personale, in ciascuno di noi, un nuovo inizio per poter rinnovare il nostro Spirito, anno dopo anno, vita dopo vita.
Quell’insolitamente soleggiato mattino, dopo tanti giorni di pioggia e di freddo pungente, il coniglietto Baruba saltellava più del solito, così felice che la sua famiglia fosse uscita indenne dall’algido periodo appena trascorso, tanto felice e spensierato che senza avvedersene si appressò ad un grosso casolare, al di là del bosco, su una lunga distesa campestre che ospitava ogni genere di piante e di frutteti. Era immenso, a tal punto che il perdersi sarebbe stata cosa certa, ma la gioia che percepiva era così coinvolgente che decise di avventurarsi. Magari avrebbe trovato qualche buona carota, dall’arancio vivo e succulenta, per poter dare il suo contributo al convivio del bosco.
«Fermo, sciagurato!» udì strepitare d’un tratto, ed il coniglietto, bianco come latte, si mise sulle sue zampette posteriori ed iniziò a scrutarsi d’attorno.
A tutta prima non adocchiò alcunché, indi per cui ricadde a terra con le zampe anteriori e si apprestò a scattare verso la campagna.
«Ah! Questi giovani incoscienti!» udì di nuovo, e di nuovo si bloccò.
«Chi sei?» domandò molto incuriosito.
«Sono sopra la tua testa, alza lo sguardo e mi vedrai.»
Baruba sollevò il musetto in corrispondenza di un’enorme sequoia, altissima nel tronco, pressoché infinita tanto da sembrare direttamente collegata al cielo, e da un ramo della folta chioma dell’albero vide spuntare un becco nero, nero nero come la notte, seguito da un piumaggio ancor più nero che con l’ombra delle foglie di un sole ancora basso, pareva un filino inquietante.
«Da dove vieni?» insisté Baruba, dacché quella specie di corvo non parlava.
«Io sono il Terzo Spirito, lo Spirito della Notte» disse finalmente il corvo, stendendo le sue aitanti ali per batterle una volta in segno solenne.
Il niveo coniglietto storse la bocca un po’ smorfieggiante. «Perché il terzo?»
«Il Signore dell’Universo è il primo Spirito, al disopra di Bene e Male, e sotto di lui ci sono lo Spirito del Bene e lo Spirito del Male. Io sono un riflesso del Terzo Spirito.»
Era ancora dubbioso. «Ma tu, se sei uno Spirito come farei io a vederti? E perché compari di giorno se il tuo mondo è la notte?»
«Io sono onnipresente, compaio e scompaio a dovere, quando c’è bisogno di me» quasi gracchiò la tetra creatura, visibilmente infastidita che il coniglio non lo conoscesse, che non conoscesse nemmeno il suo onorabile, seppur lugubre compito.
«E cosa dovresti fare in un giorno di festa come questo?» si preoccupò un po’ timido, timoroso che quello Spirito portasse con sé anche la morte.
«Devo fermare te.» Secco e conciso.
«Me?» rifece l’animaletto, ora sbalordito sul serio.
«Se attraverserai il confine incrinerai l’equilibrio delle cose, l’equilibrio su cui si poggia l’Universo. Non devi assolutamente avvicinarti a quella fattoria» gli spiegò, pur restando sul generico.
«Oh!» Baruba quasi arrossì. «Ti giuro che non sono un ladro, ma pensavo che qualche carota piantata dagli uomini non facesse granché differenza, non credevo di fare tanto danno…»
«Carota o non carota, tu non ti devi avvicinare» gli ordinò esplicitamente, stavolta perentorio. «Esistono degli equilibri che non si devono spezzare, gira al largo dalla fattoria e soprattutto dalle stalle, lascia che la storia segua il suo corso, altrimenti sarai tu a pagare, per tutti loro.»
«Loro chi?» si stupì totalmente ignaro. «E poi come fai, come fai a sapere quel che farò?»
«Io prevedo e provvedo.» Il suo gracchiare si fece maggiormente spettrale. «E ora va’, torna dalla tua famiglia e dimentica di avermi incontrato.»
«Ma…» Baruba era sul punto di obbiettare ma non fu in grado di proseguire con la sua protesta, in quanto il corvo sparì in una nuvola di fumo nero.
Ed ora? Pensa che ti pensa, il coniglietto non riusciva a venirne a capo. Sarebbe morto? Era così rischioso prendere una carota? Ma no! C’era qualcosa sotto, innegabilmente, e quello era lo Spirito della Notte, come diceva lui era il riflesso dello Spirito del Male, di sicuro era un che di malefico, esulava dal bene certamente, pertanto rispettare il suo ordine avrebbe al contempo rispettato le prerogative delle Forze del Male.
Si fece coraggio e, quatto quatto, a differenza dello sprint iniziale giocondo con il quale aveva inteso raggiungere i campi, si avviò per la campagna arata, a pancia rasoterra, assai guardingo.
Non giunse all’orto, la strada era sbarrata da un mastodontico caseggiato con recinti tutti attorno, da cui si dilatava un fracasso di rumori animaleschi. Le stalle. “Le stalle…” Era questo il luogo proibito.
Ma, curioso per natura, ancor più di un gatto, in un impulso che non seppe sedare Baruba si mise all’in piedi, orecchie dritte ed occhio scrutatore.
E, stupore dello stupore, vide una vasta distesa di bianco brulicante, pressappoco omogeneo per quanto le creature ivi intrappolate fossero ammassate le une con le altre. Belati di paura e disperazione, uno spettacolo che lo orripilò.
Allora si accostò al recinto, laddove un agnellino a muso appeso, terribilmente angosciato, scuoteva le candide e batuffolose orecchiette piangente.
«Perché piangi?» gli chiese un pochino intristito.
L’agnello lo guardò vitreo, tanto che il coniglietto si ghiacciò.
«Sto per morire.»
«Oh! Mi spiace… ti senti tanto male?» si angustiò Baruba, partecipe della sua sofferenza.
A quella insolita domanda l’agnellino lo fissò un po’ perplesso. «Non sai che giorno è oggi?»
Baruba annuì volitivo. «Certo che lo so, è la Festa di Primavera!» Lo esclamò con troppa gioiosa enfasi e si raffreddò, a causa della sua inopportuna indelicatezza. «Perdonami, io…» Non sapeva come rabbattarsi.
Però l’agnellino venne in suo soccorso dicendo: «Per voi è la Festa di Primavera, per noi è il giorno della morte.»
Il coniglietto non capiva, stavano forse tutti male? Poco probabile, perciò delicatamente gli domandò: «Chi vuole uccidervi?»
«Gli uomini, oggi ci uccideranno tutti, per mangiarci in onore della loro festa, la Santa Pasqua.»
«Ma che festa è!» sbottò il coniglio arrabbiatissimo. «E poi santa! Cosa di santo ci sarebbe in questo massacro?!»
«Nulla, assolutamente nulla…» mormorò l’agnellino gemente.
Baruba drizzò la testolina per guardare oltre l’agnello, per vedere quanti ne fossero, e si accorse che erano veramente centinaia, se non migliaia. Possibile che l’uomo fosse tanto crudele? “Se è così, non voglio neanche una delle loro carote” pensò indispettito, a dir poco disgustato.
«Posso fare qualcosa?» azzardò, seppur in contemporanea consapevole di non poter fare alcunché.
L’agnellino si confortò di tanta gentilezza, anche se non fu sufficiente ad alleviare il suo tormento. «Come ti chiami?»
«Baruba, e tu?»
«Neve, sono nato l’ultimo giorno dell’inverno, quando la neve biancheggiò per l’ultima volta gli aridi pendii della valle.»
Il coniglietto frattanto pensava pensava, pensava ad un sistema per salvarli, ma ovviamente era un’impresa titanica per l’esserino che era. E, in tutto quel frullio di pensieri, sbucò il becco del corvo. Era questo l’equilibrio a cui costui si riferiva? L’immensa gioia per la festa che avrebbe riscaldato i cuori di tutto il mondo doveva essere pagata con la morte di queste creature innocenti? Ed erano milioni, se realmente tale era la tradizione della crudeltà umana…
No. Non poteva permetterlo. Sicché, mentre un lampo di luce gli solcava la mente, per la geniale idea che ne fuoriuscì, con ferrea determinazione asserì: «Aspettami qui, tornerò a salvarti. A salvare tutti voi.»
«E come potresti?» replicò l’agnellino che mostrò eppure un briciolo di fede.
«Lo vedrai.» Prima di allontanarsi Baruba gli strizzò gli occhi d’intesa, eseguì un piccolo sopralluogo attraverso una finestra del casolare e via, quasi volando per rientrare nel bosco. Correva e correva, velocissimo come una freccia appena scoccata, ed in pochissimi istanti raggiunse la radura del bosco, dove gli animali erano in fase di riunione per la festa.
Tutti lì riuniti, Baruba balzò rapidissimo su un masso a bordo lago ed enunciò: «Amici, ho bisogno del vostro aiuto, di voi tutti. Ora.»
Si estese un ricco chiacchiericcio d’incredulità, finché un cervo esordì: «I preparativi sono incalzanti, non possiamo rimandare a domani?»
Il coniglietto scosse la testa con foga per rifiutare. «Sarebbe troppo tardi. E Madre Natura ne soffrirebbe.»
A quel nome enunciato si fecero tutti silenti ed attenti, cosicché Baruba spiegò con cura, ma molto sollecitamente, il piano che aveva progettato.
Il consenso fu unanime e tutti, dico tutti gli animali della foresta si prepararono ad adempiere, mentre Baruba saltava giù dal masso e riprendeva a correre, lesto lesto, verso la fattoria del terrore…
Giunto di nuovo al recinto, solertemente interpellò Neve e gli disse: «Avvicinatevi tutti all’uscita dei recinti, fate passaparola e tenetevi pronti a correre. Io vado a procurarmi le chiavi dei lucchetti.»
«Ma come farai?» stentò l’agnellino, era fiducioso ma temeva per la sua vita.
«Non pensarci, tu fai quello che ti ho chiesto, e fallo subito. Poi attendete il mio segnale, bisogna che siate coordinati, che iniziate a correre tutti contemporaneamente.»
Neve acconsentì e si mise subito all’opera, intanto che Baruba si avviava in direzione della casa degli uomini. Non era certo facile, aveva un gran fifa ma sentiva che era suo dovere, non se lo sarebbe mai perdonato se avesse chiuso gli occhi e guardato altrove, fingendo che quel massacro non fosse mai avvenuto.
Diede uno sguardo al cielo e felicemente adocchiò i primi rinforzi, uno stormo di uccelli, fitto fitto, che si dirigeva verso i campi di grano per assaltarli, accompagnato a distanza da uno sciame di locuste che aveva mirato orzo ed avena. Conigli, procioni e scoiattoli invasero gli orti, insieme ai topi, le volpi, le donnole, i criceti e i ricci che, pian pianino, fecero anch’essi la loro parte. I frutteti vennero assegnati ai cervi, cerbiatti, cinghiali ed orsi, i quali scuotevano con veemenza gli alberi per farne cadere i frutti. Le lontre ed i castori si tuffarono nei grossi recipienti d’acqua dei pozzi, emettendo un gran baccano. Aquile e falchi, con i loro acuminati artigli iniziarono a danneggiare le coperture del caseggiato, e i lupi si posizionarono ad ululare inquietanti al di là dei campi, così come gufi e civette che spargevano rimbombanti suoni gutturali, affinché si udisse il loro richiamo. E così tutti gli animali del bosco, compatti e determinati, per distrarre i carnefici dalla loro missione principale, tutti insieme a combattere per Madre Natura.
A sentir quel parapiglia, gli umani schizzarono tutti fuori dai loro alloggi, armati di fucili, forconi ed altri arnesi per fronteggiare quella sorta i rivoluzione, e Baruba colse all’immediato l’attimo.
Sgusciò dentro il casolare, al cui ingresso già lo attendevano una decina di scoiattoli che con le loro manine avrebbero potuto afferrare le chiavi, pochi minuti e l’opera fu compiuta. Ognuno di loro si posizionò ad ogni ingresso dei recinti, li sciolsero dalle catene e dopo averli aperti stettero in attesa del segnale.
«Neve…» lo chiamò Baruba, e l’agnellino quasi trotterellò nella sua direzione. «Ora!» Urlò talmente forte che riecheggiò in tutta la vallata, ed in tutta la vallata si alzò un boato di zoccoli scalpitanti, di belati raggianti, una corsa per la salvezza che parve a Baruba di un tal commovente, emozionante, che mentre correva insieme a Neve piangeva, piangeva a dirotto ma piangeva di gioia. La vera gioia.
Gli umani si fermarono inebetiti ad osservare quello spettacolo, senza poter accennare un lievissimo movimento per la strepitosa sorpresa, a dir nulla basiti, e dal canto loro, gli animali del bosco sì si fermarono anch’essi dalla loro distraente opera, ma unicamente per giovarsi della divina scena, commossi al pari del coniglietto bianco Baruba.
Forse l’equilibrio era spezzato, o forse avrebbe pagato con la sua vita ma non se ne curò affatto, perché sapeva che Madre Natura sarebbe stata felice, avrebbe recuperato energia e fiducia, felicissima che una buona parte della sua progenie fosse stata salvata dall’inconcepibile massacro, in un giorno solennemente dedicato a lei. La Natura doveva essere felice, era questa la cosa più importante, perché così girava il mondo.
E da allora il giorno della Pasqua divenne per Baruba e tutti gli animali del mondo, il giorno della salvezza e della resurrezione, ma la resurrezione dell’amore, del rispetto e la santità della vita. Una speranza per il futuro, e per tutti i nostri bambini…

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Il Principe dell’Amore

Principe dei Sogni

barra_titolo_rosePrincipe dei SogniIn un paese lontano lontano, dominato dall’alto da un grande colle fiorito, viveva un Principe dagli occhi scuri come la notte del bosco. Era bellissimo il Principe, di una bellezza sconvolgente, quasi come fosse stata dipinta dagli Angeli… il suo portamento era così elegante e fiero ed il suo incedere talmente maestoso che un’aura magnetica lo seguiva in ogni dove. Meraviglioso era il Principe, con quei suoi scuri capelli perennemente accarezzati dal vento, come amava il vento… ed amava sentirlo, ed udirlo, sfiorare dolcemente violento gli alberi ed i prati, i magnifici e variopinti fiori che affollavano il suo immenso Giardino.
Successore del Re di quella valle incantata, era da tutti conosciuto come “Il Principe dell’Amore”, in quanto credeva nell’Amore sopra ogni cosa, sopra tutto, ma in molti lo chiamavano altresì “Il Principe dei Sogni”, perché con la sua Corte di Maghi si occupava principalmente di questo… regalava sogni alle persone, e al contempo li realizzava… viaggiava per tutto il Regno, solcava mari e tempeste, fino ai suoi confini per donare un sogno anche alla più esigua creatura che lo avesse abitato. Ed il suo Regno, il Regno dei Sogni, era pregno d’amore e di speranze, pieno di colori e di magie. Di sogni realizzati.
Il Re suo padre era molto vecchio, mentre la Regina Madre era già purtroppo volata in cielo, per mano di una perfida Congrega di Maghi Neri interessati al dominio di quella valle intrisa di poteri magici, e bramavano di potersene appropriare per i loro malefici scopi. Capitanati da un losco Cavaliere usurpatore di Anime e di Colori, essi avevano intrapreso a concretizzare il loro disegno attorniando subdolamente la dolce dama di cortigiane infide, una delle quali era riuscita ad avvelenarla, provocandole un fulminante colpo al cuore. Indebolire il Re, strappandogli e strappando alla vita i suoi affetti più cari, il primo passo per la vittoria.
Il Principe aveva sofferto molto, moltissimo, era stato un acuminatissimo fendente al suo giovane cuore… a quel tempo era stato poco più che un sedicenne che non aveva mai guardato la morte, non ne aveva mai saggiato l’orrore, bensì soltanto la vita in tutte le sue cangianti gradazioni di colore, proprio come quelle delle sue tanto adorate rose che regnavano nel suo fiabesco, perfetto Giardino.
Un giorno, nel mentre che sostava nel suo Giardino a ritemprarsi del suo ultimo viaggio, una cosa singolare avvenne. Non s’è detto, che pur assicurando Amore e Felicità agli abitanti del suo Regno ed oltre, fin dove poteva, egli non aveva mai incontrato l’Amore. O, per meglio dire, l’Amore stesso non gli aveva ancora svelato il suo più profondo, e struggente volto. L’Amore si sa, ha tante facce e tante espressioni, una miriade di sfumature, l’Amore è il Signore delle Anime, il Dio delle Anime, il Padre del Cuore. E, nella sua veste di eterna ed altissima Divinità, l’Amore non si era mostrato nel suo lato più passionale e romantico, ancorché doloroso, non gli aveva mai arso il cuore né appannato la mente, consumato l’Anima. Affetto ed Amore possono talora essere confusi, essere ritenuti alla stessa stregua, la passione può intingere il suo rosso più dispotico e sgargiante ma non sempre accompagna l’Amore nel suo vero volto, non sempre è Amore Vero. Anzi, si è già fortunati se capiti almeno una volta nella vita…
E sì il Principe non era un vagheggino, nonpertanto ne aveva corteggiate tante di damigelle, e tante ne aveva amate… pensava lui. Stupendamente romantico, amava e idolatrava il mondo femminile nella sua vellutata delicatezza, la sua soavità, ogni fanciulla era stata per egli sempre un prezioso tesoro da non mai profanare, ma anzi da venerare e vezzeggiare. E quale miglior foggia per onorare una delicata donzella se non ricoprendola di fiori, tenerezza e candida Magia?
Il suo cuore era però rimasto sempre suo, non lo aveva mai dato, o lo aveva dato a metà. Mai gli era stato rapito. Anche se, i suoi sogni erano spesso popolati da una fanciulla misteriosa, mai conosciuta, una figura eterea e dorata… che volava ad un passo da terra sulla riva di quel fiume incantato dove spesso il Principe passeggiava, assorto, e sognava… sognava di poterla finalmente incontrare. Non conosceva il suo volto, così come non conosceva quel volto dell’Amore, ma in pari tempo ne conosceva il sentore, l’esistenza. Era sicuro che prima o poi l’avrebbe incontrata. La sua Fata, diceva, «lo so che esiste.»
Fu così che in quel giorno, un giorno come tanti credeva lui, il Destino bussò alla sua porta. Non aveva sembianze di Fata, per la verità non aveva neanche le sembianze di una dama. Era una farfalla.
Il Principe sulle prime non ne rilevò la presenza, mentre era intento a curare le sue amatissime rose. E, dassezzo, molteplici erano le variopinte farfalle che aleggiavano nel suo Giardino, una più incantevole dell’altra… eppure, questa farfalla aveva un nonsoché di speciale, e lui non poté evitare di notarla, tra tutte. Era blu, solamente blu.
Mimetizzatasi così bene tra le rose, anch’esse blu, dapprincipio la sua voce non venne distintamente udita, ma percepita solo come un sussurro soave. Il Principe pensò ad un sogno, uno di quei tanti sogni dove quella misteriosa fanciulla gli parlava, gli sussurrava frasi incomprensibili ma dal tono talmente inebriante e melodioso, che egli ne riceveva ugualmente estasi e brivido, un nugolo di emozioni che parevano provenire direttamente dal Divino…
«Principe dei Sogni» principiò la Farfalla, allorché egli ne distinse la presenza, «il nostro Reame è in pericolo, abbiamo bisogno di voi.»
Il Principe allungò la mano per sfiorarle un’ala freneticamente svolazzante e, nella sua immane gentilezza e premura dichiarò: «Tutto quel che posso.»
«Vedete» continuò la Farfalla «mi ero nascosta tra i petali per paura che le vostre sembianze non fossero reali, ho dovuto osservarvi con attenzione per riceverne certezza. Io sono una delle poche Anime ad essere scampata alla sanguinaria invasione dell’Armata delle Ombre. In molti sono periti durante la lotta per proteggere i Reggenti dalla conquista del nostro Regno e, ahimè, ciò non è purtroppo servito. Tante Anime sono state imprigionate per poterne estrarre aura ed essenza e le Anime sopravvissute sono fuggite nei Regni vicini. Il Re e la Regina sono stati destinati al capestro e la nostra Principessa fatta prigioniera, dacché il Cavaliere dell’Ombra Oscura se n’è invaghito e vuole farla sua. Terribile! Sarebbe la fine… in quanto la Principessa dei Sette Colori detiene le chiavi del Regno, come erede del Regno dell’Arcobaleno, e sarebbe costretta a cederle al suo consorte, semmai dovessero maritarsi.»
«Sarebbe davvero terribile» confermò il Principe, assai preoccupato. «Se il Cavaliere dell’Ombra Oscura s’impossessasse del Regno dell’Arcobaleno, il mondo sarebbe privato dei suoi colori…»
«…e senza colori non vivrebbe neanche il Regno dei Sogni» finì la Farfalla tristemente.
«Senza dubbio, il nostro Regno non sopravvivrebbe» confermò ancora, mentre la tribolazione s’inalberava sul suo volto improvvisamente di pietra.
«Come fare, mio onoratissimo Principe?» lo implorò la leggiadra creatura, posandosi vaporosamente sul palmo della mano che il Principe aveva teso verso di essa.
«Radunerò il mio esercito, non c’è un istante da perdere» egli asseverò, memore del suo drammatico lutto e la rabbia era salita ad aggredirlo procace.
«Non ritengo sia così semplice» si angosciò la Farfalla Blu.
«Cosa intendete dire.» Il Principe si stupì, dacché l’unico modo per salvare il loro Regno ed il suo era di distruggere il Cavaliere con tutta la sua Armata.
«Occorre astuzia e lungimiranza, e soprattutto Magia, ma una Magia potente» chiarificò con un sospiro. «Il Cavaliere è anche un potentissimo Mago che si dissolve sotto mutevoli forme nell’aria. Non è sovente visibile ed è difficile individuarlo, fa uso di incantesimi dell’ombra per occultarsi ed occultare le sue guardie, così come i suoi Maghi Neri che hanno un’incredibile padronanza della Magia Nera che sembra essersi piegata al loro volere. Ecco perché sono volata subito da voi, perché la vostra Corte conosce al dettaglio sortilegi che potrebbero sconfiggerlo. Sortilegi del Bene, Luce Bianca e forza dell’Amore, l’unica cosa a questo mondo che possa annientare il Male. Soltanto voi, con il vostro buon cuore e la potenza dei vostri sogni, potete salvare le nostre Anime.»
«D’accordo, interpellerò immediatamente i Maghi di Corte e studieranno un piano per ricacciarli all’inferno.»
La Farfalla gli sorrise grata ed il Principe s’incamminò istantaneamente verso il Palazzo di Vetro, adiacente al suo Castello, residenza della Gilda dei Maghi e l’Accademia della Confraternita degli Stregoni Celesti.
«Sua Maestà è molto generoso e ottimista» esordì il Primo Mago dell’Arcata Lucente quando il Principe gli espose la vicenda. «Disgraziatamente però, la nostra Magia non è mai stata impiegata per combattere e colerebbe a picco in un barbaglio. Noi costruiamo sogni, regaliamo felicità e benessere ai cuori, non possediamo mezzi atti a contrastare il Maligno e non siamo pronti per dare battaglia ad uno dei più crudeli esseri che abbiano mai popolato questa Terra. Noi periremo e perirete anche voi, assieme al vostro Regno.»
«Non esiste altra via. È necessario agire, e senza indugio» si oppose il Principe, il quale percepiva dentro di sé un’indefinibile sensazione. O forse una voce, una voce che prorompente gli urlava di non rinunciare, di non arrendersi.
«Al vostro servizio» s’inchinò il Mago, non potendo disobbedire all’ordine. Avvisato dei rischi, era sempre il Principe ad avere l’ultima parola. Vetusto e sfibrato dal dolore, il vecchio Re aveva lasciato tutto nelle mani del suo erede e non avrebbe avuto comunque voce in capitolo.
La Gilda si mise subito al lavoro e dopo pochissime lune aveva già qualcosa per il Principe. Le condizioni però erano pessime. Infatti, dopo parecchi studi e tanto peregrinare nelle lunghe e labirintiche biblioteche del Palazzo, insieme all’aiuto dell’Ordine delle Streghe Senza Nome, un Ordine neutro che si trovava al disopra della dicotomia tra Bene e Male, si scoprì che distruggendo la volontà del Cavaliere, in automatico sarebbe svanita la sua Armata e con essa la Congrega e tutti gli incantesimi e sortilegi da costui lanciati. Il Principe però doveva essere solo. Né soldati né esercito dovevano accompagnarlo in questa battaglia, nessuno… il rischio era troppo alto, stante il fatto che le spie del Cavaliere erano sparse dappertutto, mimetizzate ovunque in forma d’ombra, tra gli alberi, sotto i sassi, finanche nell’aria che circondava i suoi domini. E, con ciò, non gli sarebbe stato concesso nemmeno di attraversare il confine del Regno dell’Arcobaleno, e il poter dunque raggiungere il Cavaliere per fronteggiarlo.
Il Principe fu istruito a dovere sul da farsi e fu dotato di tre sacchetti di polvere magica. Una rossa, una gialla ed una blu. Quella gialla per renderlo invisibile, quella blu per rendere visibile il Cavaliere ancorandolo alla Terra in forma materiale e la rossa per combatterlo. Certo è, che il Principe, abituato a combattere solo con la spada si ritrovò un po’ in forse, insicuro di riuscire nell’impresa. E, inoltre, si potevano contare sulle dita di una mano le volte in cui egli l’aveva sguainata per combattere o ancor meno per uccidere qualcuno. Ma quella voce era sempre più prorompente addirittura dirompente, e dové per forza di cose ascoltarla. Non poteva rifiutarsi, doveva andare a salvare il Regno della Farfalla.
La mattina all’alba, quando i primi lustri raggi di sole salivano su per la collina, il Principe montò in groppa al suo destriero e, salutando i suoi sudditi ed il padre piangente, si avviò per il lungo sentiero, affiancato dalla Farfalla Blu che gli avrebbe fatto da guida. Una bizzarra sintonia si era creata tra di loro, ma intensissima, come se fossero Anime Antiche che si conoscevano dai primordi del mondo. Forse perché accomunati da uno stesso Destino, o perché compatti sul fronte per la difesa dei Sogni e dell’Amore, erano tuttavia diventati così affiatati che pareva quasi fossero Anime Gemelle, od una sola Anima… Il Principe era superbamente protettivo ed amorevole con lei, e lei dolcissima lo consolava ed incoraggiava coi suoi sussurri e carezze dalle sue setose ali. Al giorno d’oggi si potrebbe metaforicamente dire, un team vincente.
Giunto alla fine della foresta, il Principe scese dal cavallo e si avvolse completamente nel suo mantello sul quale era stata sparsa la polvere gialla. La Farfalla si era rifugiata nell’incavo del suo collo, sotto il suo orecchio per potergli bisbigliare il percorso più breve, e si apprestarono ad oltrepassare le fronde dei pantagruelici alberi che coprivano la visuale dell’ingresso del Regno.
Lo spettacolo fu orribile. Tutto il Regno era ricoperto da un’imponente cupola semitrasparente dal color del fango, un tetro scenario si muoveva all’interno di essa: Anime grigie che vagabondavano vitree e ricurve per le strade spoglie d’un più tenue colore, una sorta di cadaveri ambulanti che camminavano senza meta e senza un perché. Probabilmente erano coloro a cui era stata sottratta l’Anima, l’essenza della Vita.
Il Principe era sconcertato, ed in principio faticò a muovere un passo. La Farfalla si rese conto del suo turbamento e lo solleticò sul collo con un carezzevole battito d’ali.
«Non temete, Principe. Tutto questo finirà, grazie a voi.»
Egli si rianimò immantinente ed annuì, riprendendo il passo fino al sottile strato che delimitava la cupola, e vi entrò come fosse stata una bolla di sapone. La sensazione fu ancor più orrida della veduta. Il Principe si sentì improvvisamente stanco, demotivato, come se lo avessero privato della stessa voglia di vivere. Si scosse violentemente per riaversi, nel congruo pensiero che fossero gli effetti del sortilegio e, conferendosi tanto animo e coraggio, immise un profondo respiro e, dopo aver percorso quelle infauste strade, s’inerpicò per l’irta salita che conduceva al castello.
Inclinò lievemente il viso per domandare alla sua dolce Farfalla quale fosse il punto migliore per accedere nel castello, ma con gran stupore si accorse che non era più lì con lui. Pensò di dover tornare indietro per cercarla, un attimo di vorace panico lo attanagliò, nell’ipotesi che l’avessero catturata ma non v’era tempo, il sortilegio d’invisibilità non sarebbe durato ancora a lungo e, ad ogni buon conto, una volta riuscito nella sua impresa sarebbero stati tutti salvi, essa compresa. Lo sperava vivamente. Gli mancava terribilmente.
Raggiunto il vasto piazzale diede un solerte sguardo alle balconate, per assodare se esistesse eventualità di arrampicarsi fin lassù. Le porte erano praticamente serrate, impossibile varcarle, indi per cui doveva reperire un diverso sistema. Senza il supporto della Farfalla Blu non era granché semplice, non conosceva la disposizione del palazzo e rischiava ognora di diventare nuovamente visibile.
Si arrestò a riflettere, mentre il panico si elevava man mano a martoriarlo, non avendo alcuna idea di come procedere. Ed il perforante pensiero che un nonsoché di grave, o peggio di letale, fosse accaduto alla sua adorabile Farfalla non lo facilitava di certo. Decise allora, prima che angoscia e trepidazione s’impossessassero integralmente di lui, di aggirare il castello per verificare se sussistesse un accesso secondario. Il castello era gigantesco, ed il suo agire non sarebbe stato sbrigativo, sennonché, svoltato il primo angolo, sulla facciata laterale individuò delle crepe sul muro che gli avrebbero concesso di scalarlo.
Con due rapidissimi balzi fu dentro, giusto in tempo perché non appena si sporse sul corridoio, l’incantesimo si ruppe. Fu un trauma, il vedersi senza colore ma s’impose di non lasciarsi suggestionare, rammentando le confortanti parole della Farfalla sulla potenza dei suoi sogni che lo avrebbe sovvenuto conferendogli forza e motivazione.
Prese a percorrere cautamente il corridoio ed arrivò quasi senza avvedersene, guidato da una sibillina ma fervida forza che non poté identificare, in una immensa stanza vuota, con al centro una specie di enorme feretro fatto di cristallo. O almeno sembrava, perché l’assenza di colori, solamente quella tonalità fangosa che rendeva tutto uguale, spento e senza vita, gli impediva di distinguerne esattamente la manifattura.
Con passo lento e sempre cauto si approssimò a quella specie di scrigno gigante e lo stupore lo colse irruente, rilevandoci all’interno una figura di donna, distesa, e che pareva fosse conquistata da un sonno profondo. Che fosse la Principessa? Strano, però, dal momento che la Farfalla Blu tale particolare non glielo aveva riportato, all’inverso, dal suo racconto era venuto fuori che fosse prigioniera e null’altro.
Ad ogni modo non disponeva di ulteriore tempo, se ne sarebbe occupato in seguito, una volta distrutto il mostro. Frugò nel sacchetto per l’ultima dose di polvere gialla, ne era rimasta veramente poca, ma per giungere a destinazione gli sarebbe stata sufficiente. Si riavvolse col mantello e s’instradò su per le scale, per raggiungere il picco della torre, dimora del Cavaliere.
Tutto avvenne in un battito di ciglia, a tal punto che il Principe neanche se ne avvide. Arrivato di fronte alla ciclopica porta in legno massiccio tutta intarsiata di terrificanti simboli demoniaci, l’incantesimo d’invisibilità si spezzò e d’improvviso essa si spalancò, comparendone un mastodontico drago che gli sbarrò la strada emanando saette e fuoco dalle sue fauci. D’istinto il Principe sfoderò la spada e, gettandosi a terra di schiena per scivolare sotto la pancia del drago lo infilzò sul torace, all’altezza del cuore. In un boato il drago esplose divenendo fumo e cenere che si espansero per tutta la stanza, allorquando il Principe, intuendo il trucco, afferrò con virulenta energia il sacchetto di polvere blu, rovesciandolo con un frenetico gesto per tutto il perimetro della stanza.
Apparve il Cavaliere che, non affatto contento di esser stato buggerato, agitò in alto le mani facendone comparire due sfere fiammeggianti da destinare al temerario intruso. Fece per scagliargliele contro, che il Principe afferrò il sacchetto di polvere rossa, e senza un pensiero decelerante infilò a tutta mano il pugno nel sacchetto per spargerla sul Cavaliere. Polvere e sfere s’incontrarono, in una collisione deflagrata che alzò tutto intorno una nebbia di polvere e scintille, alcune delle quali raggiunsero il Cavaliere che nell’efferato impatto perse la capacità visiva. Urlò, ed urlò talmente forte che l’eco si udì perfino al di fuori delle mura.
Approfittando di questa momentanea infermità il Principe avanzò con energia verso il mostro oscuro e, impugnata una corpulenta dose di polvere rossa, con divellente violenza gliela gettò sulla testa che in un baluginìo si disintegrò.
Fu così che il Cavaliere divenne “Il Cavaliere Senza Testa”: il Male non può essere totalmente distrutto, e così anche il Cavaliere. Il suo corpo tramortito tremolò, senza più volontà si sentì perso ed inerme, ergo con uno scatto scivolò fuori da una delle monumentali finestre del palazzo, per scomparire oltre l’orizzonte. Un orizzonte giallo oro che aveva finalmente ripreso la sua vita ed il suo colore.
La battaglia era finita, il Principe era vittorioso.
«Dèi del Cielo… non speravo sarebbe stato talmente semplice» si sollevò il Principe, ancora ghermito dall’affanno per la velocità con cui era avvenuto il tutto.
«Principe.»
A dir poco felicemente egli riconobbe la voce e si volse per cercare con gli occhi la Farfalla di nuovo blu.
«È tempo di salvare la Principessa.»
Adagio, alquanto stremato il Principe s’incamminò nella sua direzione, seguendola con la fiducia nel cuore allorché la Farfalla prese a volare davanti a lui per fargli strada.
Come supposto, la Principessa era nella stanza vuota che aveva pocanzi visitato, chiusa nello scrigno di cristallo, e lui poté comodamente distinguerla dall’armoniosa esplosione di colori tornata a vivere nel Regno. Si avvicinò al feretro, fu in procinto di aprirlo che la Farfalla, fermatasi dietro di lui lo richiamò.
«Aspettate, Principe.»
Egli si volse sorpreso, benché di fondo non sapesse minimamente come avrebbe potuto svegliare la Principessa, e facendosi cadere le braccia lungo i fianchi postulò: «Bisogna ricorrere ad un altro incantesimo per sciogliere il suo sopore?»
«All’incirca, ma non occorrerà l’intervento dei vostri Maghi» puntualizzò la Farfalla, ancora ferma in quel punto. «E in ciascun caso la Magia da sola non funzionerebbe.»
«Non comprendo.» Il Principe si fece confuso.
«Non riuscirete mai ad aprirla, non nel modo che intendete voi. E questo incantesimo del sonno è speciale, non si spezza con la fine della volontà del Cavaliere ma al contrario è il Cavaliere stesso che può scioglierlo. Il sortilegio è stato appositamente da lui creato per sopravvivere per sempre, affinché nessun abitante del Regno osasse ucciderlo.»
Il Principe osservò lo scrigno ed in effetti rilevò che non v’era alcuna serratura. «E allora, come possiamo liberarla?»
«Venite. Venite da me.»
Egli non obiettò e tranquillamente si fece avanti, senza sapere di un filo cosa lo attendesse. La Farfalla Blu parve sorridere, e allorquando il Principe le fu dinanzi gli disse: «Forse questa è la prova più dura, perché è necessario che voi abbiate fede.»
Il Principe non sapeva certo a cosa si riferisse, ragion per cui restò in attesa che essa proseguisse.
«Guardatemi, Principe, e ditemi cosa vedete.»
Un po’ sbalestrato il Principe aguzzò la vista e la osservò con cura. Trascorsero alcuni istanti e non ne ricavò nulla, poi un bagliore gli accese la mente. Si volse verso lo scrigno e poi di nuovo verso la Farfalla, intuendo che vi fosse una connessione fra loro.
Il punto chiave era “guardare”, ma evidentemente non con la vista. Forse con gli occhi del cuore? Era forse necessaria la forza dell’Amore, in questo frangente, come la Farfalla gli aveva detto che fosse? Aver fede nell’Amore, a dispetto delle apparenze? Allora egli pensò alle variegate forme dell’Amore, ai suoi innumerevoli volti… I volti. Ma si confuse ancora. Allora guardò la Farfalla ed in silenzio la interrogò. Non riusciva davvero a risolvere l’arcano.
La Farfalla Blu gli restituì uno sguardo contristato. «Purtroppo non posso aiutarvi, Principe. Ne va della mia vita.»
Nulladimeno, all’opposto, queste parole gli diedero la spinta alla comprensione: «Siete voi… siete voi la Principessa?» Non ebbe tempo di aggiungere alcunché che una folgore di luce penetrò nella stanza, colpendo dapprima la Farfalla e di seguito lo scrigno che in un rintocco si aprì.
E, mentre il Principe si era immobilizzato ad osservare quella suggestiva scena, a dir nulla ammaliante, la Farfalla gli piroettò intorno dalle caviglie sino alla testa circondandolo di una luce ancor più sfolgorante, emanante innumerevoli guizzi di luce bianca ed azzurrina e, prima di rientrare nello scrigno, si soffermò suadentemente delicata sulle sue labbra per baciarlo sulla bocca.
La Farfalla Blu era l’Anima della Principessa, costretta ad essere separata dal suo corpo sinché ella non avesse acconsentito ad accogliere come consorte il Cavaliere dell’Ombra Oscura. Un segreto che lei stessa non avrebbe mai potuto rivelare, pena la condanna ad una vita senza vita, come tutti gli abitanti del suo Regno. Dopo quel bacio ebbe la chiave per liberarsi dal sortilegio, il bacio di un’Anima nobile che avesse riconosciuto in essa la Principessa, il bacio del Vero Amore che può spezzare qualsiasi maledizione, e volteggiò sfrecciante per ricongiungersi al suo corpo.
Pian piano la Principessa dischiuse le palpebre, sollevandosi con il busto per mettersi seduta, piuttosto intorpidita, e fievolmente mosse la testa per dipingere un armonioso sorriso al Principe.
Il Principe era tuttora immobile in loco, combattuto tra sbalordimento e rapente estasi, o forse per giovarsi appieno di quell’incanto. Una Magia che a dispetto di una vita vissuta di Magia, non aveva mai veduto di cotale spettacolarità, così splendida e perfetta. E quando la Principessa si mostrò in tutta la sua incantata bellezza, egli non poté evitare di trattenere il respiro.
«La Fata…» mormorò, riconoscendo in un battito la fanciulla che aveva sempre spadroneggiato nei suoi sogni. E a rilento, sempre più estasiato, si avvicinò allo scrigno e l’aiutò ad uscirne.
«Qual è il vostro nome?» domandò l’eterea fanciulla.
«Il mio nome è Stefan Del Sogno Splendente, per servirvi» professò il Principe, inchinandosi al suo cospetto.
«Il Sogno Splendente…» rifece lei, dal tono estasiato.
«È il nome della mia Casata.»
«Isabel Illumina Arcobaleno, ed io sono vostra, per sempre al vostro fianco» proclamò la Principessa, avvolgendogli delicata una mano per farlo levare in piedi.
«Quale miglior dono, mia fatata Principessa. Ma non posso accettare» ricusò il Principe, seppur a malincuore.
«Non desiderate che io vi porga la mia mano, illustre Principe?» La Principessa era interdetta, tale gesto eroico meritava questo e ben altro.
«Non fraintendete. Voi siete l’Amore. Ora finalmente lo vedo, vedo l’Amore e lo riconosco. E l’Amore non è dovuto, l’Amore nasce e vive in sé e per sé. Non può essere obbligato né imprigionato, dev’essere libero. Deve provenire dal cuore.»
La Principessa non ebbe parole, per siffatta nobiltà d’animo e di cuore che l’aveva stupendamente pervasa. «Io vi amo, Principe. Vi ho amato appena vi ho visto, tra quelle rose.» Sollevò un palmo e lo accarezzò teneramente sensuosa su di una guancia. «Ma forse avete ragione. Il vostro eroismo è il solo a prendere posto, ora, non lasciando spazio ai sentimenti più spontanei. Al vero Amore che alberga dentro di noi. Appena neonato, Esso ha bisogno di nutrirsi e di crescere, d’espandersi totalmente nei nostri cuori.»
«Dolci parole e del tutto giuste, mio venerato sogno realizzato» si inebriò il Principe. «Ed io, vi giuro, sono disposto ad attendere sino alla fine dei miei giorni.»
Cosicché, seppur immancabile il per sempre felici e contenti, questa favola non riscuote l’abituale finale di una qualunque favola che dà gioia e letizia ai bimbi, giacché è la Favola che non finisce e non finirà… è eterna, come eterno sarà il loro Amore, senza tempo e senza fine. Il Principe non sposò la Principessa e nemmeno la portò nel suo Regno, ma al contrario affrontò una delle più ardue battaglie che avesse mai sostenuto. Corteggiare la Principessa, affinché ella cadesse in assoluto Amore ed in nome dell’Amore gli avrebbe concesso intero il suo cuore, senza obblighi né riconoscenza, né il minimo dubbio o ripensamento.
Ancora oggi il Principe si reca alla Corte dell’Arcobaleno per donarle se stesso ed i suoi fiori, la sua Magia e le sue sublimi parole d’Amore, dandole tempo e dandosi tempo per raggiungere il connubio perfetto, l’Agape bramato. E, la Principessa, or ora perdutamente innamorata del Principe, senza che forse egli immagini l’entità del suo sentimento per lui, purissimo come non mai, si bea delle sue galanti visite e del profumo dei suoi fiori, del desiderio inebriato dall’attesa, del soave profumo di Vita che il Principe le ha regalato, il suo adoratissimo Stefan del suo sogno splendente.
E il Cavaliere? Il Cavaliere Senza Testa restò corporeo e divenne una perduta Anima errante che tuttora vaga per il mondo, senza pensiero e senza coscienza, che di tanto in tanto stende il suo velo oscuro nei cuori degli sfiduciati e dei disperati, ma, puntualmente, giunge in soccorso il Principe con i suoi Sogni e le sue Speranze, in sella al suo niveo cavallo alato ricevuto in dono dagli Dèi, per aver salvato tutte le Anime del mondo.

Happy Ending barra_titolo_rose2

Un Anno che finisce, un Capodanno non è mai banale…

Buon 2014

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capodanno 2014In attesa dell’ora X, questa Fata Stregata, come la chiama il suo beneamatissimo Principe, si accinge a far bilanci, o magari uno, uno davvero importante – per me strabiliante – la sintesi del Tutto.
Anno complicato, travagliato, affaticato e a tratti pazzesco, per quanto inaspettato in numerosi suoi aspetti. Il 13 è un bel numero, sempre amato, come il 17 e tutti i 7 del mondo. Il 7 è, e resterà il mio numero prediletto, punto d’incontro per congiunzioni strane, magiche, non per nulla la mia data di nascita è piena di 7.
Ma questo 13, dicevo dunque, ha un bel po’ di cose da raccontare… prima di tutto, evento secolare, quantomeno per la mia esistenza, in questo anno magico, e posso sicuramente definirlo così, ho ribaltato priorità e lifestyle. Da sfegatata e più che convinta cittadina quale sono sempre stata, mi sono trasformata in una eccellentissima (consentitemelo dire) “ragazza di campagna”. Da un attico che svettava sopra il mondo, una specie di torre irraggiungibile, da un bunker alato ho piantato le tende in mezzo ad un bosco, con tanto di fiume sovversivo che per ben due volte è stato sul punto di straripare. Dedita ai fiori, al rastrello e alla “zappa”, ho abbandonato il mio superinseparabile tacco 12 per indossare sempre e solo tacco 0, improvvisandomi papera per i primi tre mesi… mesi ardui, il tallone ballava ed il mondo si alzava, piccola per piccolezza alla fine ho riscoperto la sua grandezza…
Niente maschere, quelle in effetti mai, ma un capello sconvolto od un occhio appeso non l’ho più disdegnato, neanche in pubblico. Non che di pubblico in questo borgo di venti abitanti si possa parlare, considerata altresì la vita media che sfiora i 70 anni, ma ero sempre stata molto legata al mio, come dire, presentarmi senza una virgola fuori posto, mentre in questi ultimi sei mesi posso dire di non aver mai azzeccato una mise, un colore con l’altro, un calzino con l’altro… ebbene ridete, perché l’altra volta, sono andata a far spesa con un calzino differente dall’altro. Niente di trascendentale, direste, d’inverno si trotterella con le scarpe chiuse, il massimo della disinvoltura, se non fosse che le mie “pantofole” formato kamikaze offrono il tallone scoperto. Bella scena dunque. Perché uno era blu, e l’altro grigio.
Vestiario a parte, che seppur non sembri incidere è quanto mai esplicativo, in me è esploso un amore ossessivo per la Natura. Ossessivo? Noooo, dicevo per enfatizzare, le ossessioni lasciamole alle persone malate, è meglio… non che non avessi mai amato la Natura, tutt’altro, ma come si dice, “io qua e tu là”, ognuno in sé e per sé ed amici forever.

Restiamo in superficie, ed annoveriamo il boom di tutta la faccenda. Ho fatto la cameriera, se non schiava, ad una colonia felina, composta da ben 21 “belve” – sappiamo che gatti selvatici poco hanno a che fare con i gatti “domestici”, sono prepotenti, incontentabili, dispettosi, opportunisti ladri e dannosi a non finire. E asociali oltre ogni limite prevedibile.
Beh, com’è andata a finire? Tutta la buona volontà, ma ho quasi rischiato l’esaurimento. Evidentemente avevo troppo sopravvalutato il mio amore per i miei simili, e sono rimasta amputata con lo stesso machete con cui avevo bambinescamente giocato al boscaiolo. Questo si ridimensiona, la sperimentazione ha dato i suoi primi frutti. Si ritornerà all’origine, ovvero i quattro gatti che eravamo, nello stretto familiare. Anzi, apro parentesi, chi volesse adottarne uno sarà mio creditore vita natural durante!

Parto sempre dalla fine, ovvio, altrimenti che anticonformista sarei… contando in primis la materializzazione della mia evoluzione personale, quel che mi è successo dentro, in fondo, quanto ho dolorosamente scavato e patito, quante unghie spezzate… ma non voglio perdermi in chiacchiere.
Si dice che quando guardi in faccia la morte, e la guardi in tutta la sua spaventosità, allora lì ti possono accadere due cose… o ti danni per sempre, oppure diventi un santo. Insomma, la sto un po’ personalizzando ma il succo è questo. Non ero un diavolo, certo che no, però ero davvero terribile, un vero enfant terrible… non tanto per indole quanto per rabbia, rabbia nei confronti della vita, delle iniquità della vita, di tutto ciò che mi aveva tolto senza ripagarmi di mezzo centesimo… senza contare quel che non mi aveva mai dato. E, si sa, una persona incattivita può far molto più danno di una persona cattiva, perfino della cattiveria pura, ma è unicamente lei stessa che sborsa lo scotto, al momento del conto… perché le persone dattorno che capitano a tiro sotto questa specie di fuoco incrociato, furbamente, e giustamente, se la danno a gambe più che levate. E resta solamente una scheggia impazzita che trasforma il suo destino in follia, ed eterna solitudine.

In pratica, ho subìto un boom evolutivo che ha poi avuto, in un colpo solo, nell’arco di un solo anno… delle drastiche ripercussioni sulla mia vita “reale”, le quali in un attimo mi hanno condotta a realizzarlo, concretamente, prepotentemente… perché prima di quel tempo non avevo tanto preso coscienza, chiaro che ci stavo lavorando, e parecchio e faticosamente, dopo 40 anni storti prendere il dritto potrebbe rappresentare un’impresa titanica, se non utopica… e dopo aver intrapreso una miriade di strade difficilmente te ne accorgi quando sei sulla strada giusta, quando stai per arrivare, sei troppo spompato per accorgertene… lo so non è molto poetico da dire, ma a volte un po’ di cruda praticità è doverosa.
Non so se è mai capitato a qualcuno di voi, vivere due vite nella medesima vita, e parlo di due vite completamente differenti, di due persone differenti, in uno stesso corpo. Tempi diversi ovviamente. In sostanza mi sono risparmiata la barba di una reincarnazione, le attese i traumi e pure il vuoto nero…
Il bello della cosa, però, è che quel che avevo costruito in antecedenza è rimasto, i ricordi, i bei sentimenti, le persone che mi amano e che amo… insomma, una gran bella fortuna, perché quando mi sono risvegliata da questo sonno intriso di veleno ed insania, tirandomi via da quella bara di cristallo imperdonabile come marmo, ho ritrovato tutto il buono che avevo finora costruito, solo il buono… che avevo trovato, e conquistato, non è stato tutto perduto, non mi sono perduta… non ho dovuto ricominciare da capo, non ho dovuto crearmi una nuova realtà. Ho preso quella che c’era, e ci ho infilato un glorioso tappeto rosso bordato d’oro scintillante, posandoci su una bella bionda d’altezza media (…!) che procedeva sciantosa da gran protagonista, lanciando fiori e baci al nuovo mondo che la accoglieva… niente nani però, no, solo grandi persone… ed un bel Principe che ha sempre saputo, ed ha saputo aspettare…

Or dunque, cosa manca? Direi nulla! E Tutto. Ma è un bene che sia così… voglio che ci sia ancora molto, molto da vivere e tanto da imparare, da scoprire, tanti fiori a cui sorridere… ed un Amore da perfezionare. Amare Amare ed ancora Amare… senza più rabbia.

Qualsiasi incongruenza o sgrammaticatura non vogliatemene, ma son sotto un ottimo Vermentino di Gallura …e la rima come finale, è davvero di un equo banale ;)

Buon 2014

Concludo, e seriamente: il mio Augurio per questo 2014, è che possiate ritrovare la Luce, come è accaduto a me, o forse soltanto trovarla… quella vera, la vera e risplendente Luce che brilla e anela, nel più profondo della vostra Anima. Quella Luce che è lì che aspetta, sì… aspetta Voi, aspetta che la troviate la rincorriate… è un po’ giocherellona è vero, un pochino diffidente, però vi ama di sicuro e ne sono sicura… e se non riuscite ad afferrare il filo per uscire dal labirinto, truccate… sfondate i muri, insistete, fatevi male, insanguinatevi… perché il premio, ve lo garantisco, è quanto di più puro e vero e bellissimo si possa ottenere. Non l’uscita, ma l’entrata… il senso della vostra Vita. E ne vale grandiosamente la pena.

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Quando si dice Amore…

Ti Amo

barra_titolo_rosetiamo1Parlare d’Amore oggi pare una cosa scontata, o peggio voler far circolare la solita aria fritta. Io ho un concetto piuttosto particolare dell’Amore, diciamo immacolato, sia pure inviolato. Potrebbe sembrare abbastanza cinico visto che ne ho fatto una professione, con l’Amore, ma d’altronde una delle cose fondamentali per raggiungere pienezza di vita è proprio questa, guadagnarti “da vivere” mediante una tua passione, facendo quello che ti piace, che gratifica, che ti soddisfa, qualcosa con cui puoi dare e darti completamente, e non tutti purtroppo, dato anche il periodo storico fortemente drammatico che stiamo vivendo, ne hanno la possibilità.
Premesso che Amore non significa una scatola di cioccolatini a San Valentino od una rosa per un’occasione speciale, anche se un dolcetto ed un fiore fanno sempre piacere (gestuale s’intende, i fiori devono morire esattamente dove sono nati), l’Amore rappresenta per me forse più un ideale, una meta irraggiungibile, perché essendo “Tutto”, ed il Tutto che deve essere, implicherebbe l’oscuramento di ogni cosa che esiste al di fuori di esso. Badando però, che non esiste nulla che non sia Amore, che non sia nato dall’Amore, l’Amore ha quante più facce possibili possano esistere su questa Terra, ed oltre… dalla microscopica molecola che forma una goccia del mare, che Ama il mare, ad un singolo frammento di polvere di stella, che vive del suo Cielo… un lampo od un raggio di sole, un fiore che si bagna di rugiada o la pioggia che porta con sé l’arcobaleno, qualsiasi cosa è generata dall’Amore.
Dunque, tornando al mio concetto “personale”, Amore per me significa prima di tutto fusione, simbiosi, totale dedizione… immolare se stessi e la propria vita ad un altro essere, o forse soltanto il nostro, l’altra nostra parte, la cosiddetta anima gemella… ma perché “gemella”? Non è forse parte della tua Anima, non è forse la tua… Anima? Non è l’altro te? Colui che ti completa, come uno dei più romantici poeti direbbe, due corpi ed una sola anima… il centro del tuo mondo, quello a cui daresti tutto e per cui faresti tutto, il motore di ogni tuo momento, la prima cosa a cui pensi al mattino, appena schiudi le palpebre… l’ultimo pensiero che sfuma dalla tua mente prima che il soffio dell’onirico prenda il sopravvento… oppure durante ogni minuto, ogni secondo della tua giornata, sempre presente, sempre fisso come un faro accecante che da lontano, o vicino… illumina i tuoi passi, guida i tuoi passi… Tutto in funzione di questo “altro” essere, tutto per lui… tu, fai.

Poi questo concetto, del “dare” senza voler nulla, così si dice sia l’Amore… Amare, e dunque dare, senza aspettarsi nulla in cambio, fine a se stesso, uhm… io francamente non lo condivido tanto, nulla è fine a se stesso, nulla si basta da solo e da cosa nasce cosa, da vita nasce vita… ed Amare include qualsiasi aspetto, positivo e negativo, dell’Amore stesso e della natura umana, della sua stessa dualità… e dove la mettiamo la passione? Il desiderio, la bramosia del possesso, la sublime eccitazione del possesso, l’estasi del possedere… non come oggetto, non come proprietà ma come appartenenza, legame, e perciò te lo dico “sei mio”, e non ho riserve od alcuna paura di dirlo, perché amandoti io ti appartengo, e tu amandomi appartieni a me, esattamente come ti appartiene un pezzo della tua Anima… non è forse questo, Amarsi? Non c’è sensazione più colmante, ed inebriante… di dire “sono tua”, o dire alla persona che ami “sei mia”, quale migliore simbiosi di questa? Quale miglior dichiarazione, o simbolo, dell’Amore perfetto? È il mio mantra… perché come per magia, ed è una magia sul serio, quando dico che sei mio, con certezza e con convinzione, con tutto il mio essere, svanisce qualunque sorta di paura, la paura di perdere “l’oggetto” desiderato, amato, venerato… e quando ricevi conferma, beh, la vera estasi d’Amore…

Allora che cos’è l’Amore? Quello tanto professato da Madre Teresa di Calcutta, da Gandhi, o pure da Padre Pio… tutti santi, tutti abnegati… e mi chiedo, “ma loro lo hanno mai provato l’Amore? E l’odio…”, perché se non provi odio puoi star sicuro che neanche l’Amore è autentico. Anche Dio, come risulterebbe dalla concezione cristiana, DICE che noi siamo sue creature, “sue”… ed il suo Amore, incondizionato (si dice…), prevede però che tu non commetta peccato e che tu segua i suoi comandamenti (od ordini… visto che ti punisce), altrimenti ti spedisce in purgatorio, se ti va bene, o all’inferno… dunque, non siamo posseduti anche da lui? Non esiste un “compromesso” anche con lui? Dio non si aspetta di ricevere? Ti dà Amore, vita, ma aspetta di essere ricambiato, in un verso o nell’altro, potrei anche sostenere che ne abbia bisogno, e non vedo perché noi dovremmo essere diversi, se siamo una parte di lui… l’Amore non è a senso unico, l’amore vuoi o non vuoi deve tornare indietro, in qualsiasi sia la sua manifestazione, è un ciclo che deve continuare, come il ciclo della vita, una continua rotazione del dare e ricevere, senza interruzioni, altrimenti muore. Lì si ferma e lì muore.
Allora, chi ti dirà “Sei libero di starmi lontano tutte le volte che vuoi”, ad esempio, probabilmente non ti ama o non sa cosa sia veramente l’Amore, non sa sentirsi amato e non è sicuro del tuo Amore, perché saprebbe bene che tu, amandolo, non potresti star lontano da lui nemmeno per un momento… L’Amore brucia, l’Amore vuole, l’Amore vive… non è una posa statica nel fondo di una tazza di caffè, ma piuttosto bolle e ribolle come il magma di un vulcano, ha un perpetuo agitarsi nelle spire della passione, nei vortici di desideri e pulsioni, si comprime ed esplode, quando viene soffocato. Ti dà, ti dà troppo, ti dà Tutto, ed il Tutto vuole. Ne ha bisogno. Ha fame. Ne ha bisogno per vivere, per bruciare, per alimentarsi, per non spegnersi… cosa farebbe una macchina senza benzina? Per dire… concetto clamorosamente elementare, ma se non nutri il tuo corpo, se non lo alimenti… non diventa forse un cadavere? Noi siamo un involucro di sentimenti, e come il nostro involucro vuole essere sostentato, cibato, per potersi mantenere in vita, anche i nostri sentimenti hanno bisogno di CIBO, altrimenti la tua mano si atrofizza, così come il tuo cuore…
Amore libero? Sì l’Amore è libero, sopra ogni cosa, ma un qualcosa può essere libero soltanto se è vivo, se vive, la condizione di libertà è un fatto dinamico, un agire, e non un passivo moto riflesso. È vita. Io sono libero se sono vivo, e sono vivo se Amo. E se Amo do tutto me stesso. Semplice no?
Quindi il ricevere è decisamente in automatico, che tu te lo aspetti oppure no, ma perché non aspettarselo? Sentire i fremiti dell’attesa, la gioia dell’arrivo, il mistico della partenza… la completezza. Perché far finta che non ne abbiamo bisogno, fingere, mascherarci, quando è la cosa che più desideriamo al mondo? Un sorriso, una carezza, l’attenzione della persona amata… quale ipocrisia impera nel momento che si dice “Ti amo e mi basta, basta il mio Amore”. E invece no, io ho bisogno del tuo Amore. Quale più magnifica dichiarazione di questa? Così liberatoria, sgravante, innalzante… e spalancante le miracolose sensazioni dell’essere, del sentirsi prepotentemente vivi quando urli: “Ti voglio!”
Ricordo una canzoncina, che or ora mi sovviene, così d’emblée… che così faceva: “Dammi il tuo amore, non chiedermi niente… dimmi che, hai bisogno di me. Tu sei sempre mia, anche quando vado via… tu sei l’unica donna per me.” È proprio vero, che è nelle cose più semplici, che si ritrovano le cose più grandi…

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La Generazione degli Anni ’70, un piede tra due Ere

Trova Amore

barra_titolo_roseTrova AmoreNoi siamo una generazione strana, quella nata negli anni ’70. Una generazione che conserva ancora il sapore della vita senza tecnologia. Rammento che all’epoca in cui andavo a scuola non esistevano cellulari e computer, Internet era un concetto inesistente e non esistevano neanche macchine fotografiche per poter fotografare una immagine sullo schermo di un televisore. Oh se ci ho provato! «Sono in fase di brevetto, forse un giorno» mi diceva il mio fotografo, quel poveretto che sommergevo ogni settimana, puntualmente, di rullini fotografici e di domande.
Ho sempre follemente amato la fotografia, i ricordi, immortalare momenti speciali con le persone che ami…

Mi ricordo quando avevo da poco superato i vent’anni, il primo cellulare… non lo aveva quasi nessuno… tra i miei amici fui la prima e spesi 1.700.000 lire per un ETACS della Motorola, un vero e proprio mattone, il cui invio degli SMS era ancora utopia. Le tariffe? Uh! Con la SIP (Telecom) pagavi quasi 2.000 lire al minuto, per non parlare del costo dell’abbonamento ultra-lusso e della ricezione, potevi telefonare solo in cima ad una montagna… «Sai» mi disse un mio amico «in futuro ci sarà l’opportunità di inserire nel cellulare una scheda con un numero che potrai spostare da un telefono all’altro, con un credito prepagato senza l’obbligo di avere un abbonamento, e potrai telefonare ovunque grazie all’utilizzo dei satelliti.» Sembrava una cosa eccezionale, una rivoluzione. Ed ecco che, nel giro di 10 anni, oltre alla rivoluzionaria invenzione della SIM, con gli SMS arrivano anche gli MMS, le fotocamere sui telefonini… fino ad arrivare ad Internet e la possibilità di comunicare sui Social, i Social… altro che passi da gigante, in pochissimi anni la tecnologia si è sbalzata di un salto mastodontico, come se fosse passata dal paleolitico al neolitico in un colpo solo, lasciandoci tutti inebetiti… se me lo avessero detto fino a 15 anni fa non ci avrei mai creduto, di poter intessere relazioni attraverso una tastiera ed un monitor… consolidare splendide amicizie esclusivamente virtuali, incontrare l’Amore…

Credo che la sensazione valga un po’ per tutti quelli della mia età, anche se forse lo hanno dimenticato… hanno dimenticato cos’era uscire senza telefono o il Social in tasca… le passeggiate del doposcuola per cercare un amico od un ragazzo che ti faceva battere il cuore, poter soltanto vederlo e fargli un sorriso, catturargli uno sguardo e portarlo a casa con te nei tuoi sogni della notte a venire… quanti chilometri su e giù per il Corso principale, su e giù, su e giù, fino allo sfinimento… o per cercare una cabina telefonica per dire «Mamma, ho perso l’autobus!» E ritardare fino al massimo possibile il tuo rientro a casa… Quale miglior pretesto, il non avere nessuno che ti cambiasse un gettone per telefonare? Mitico gettone… e quanto pesava! Perché mica te ne bastava uno… se prendevi possesso della cabina c’era tutta una lista di amici, o di persone che da casa era vietato chiamare… «Ancora al telefono!» Quando paparino alzava la cornetta per telefonare ad un cliente e ti udiva ancora confabulare di segreti ed emozioni… Ed eccole qua, le più salate punizioni, il lucchetto al telefono! Oppure, «per una settimana solo casa e scuola»… che martirio! Parlavi con il muro o ti toccava studiare… Eppure bei tempi… tempi in cui ti bastava una paghetta settimanale di 10.000 lire e ci trascorrevi interi pomeriggi senza troppe pretese, una pizza, una Coca Cola, e tante risate con gli amichetti del cuore nella pizzeria all’angolo della strada dove avevi il ritrovo del tuo gruppo, o magari quando ti rinchiudevi di mattina in un pub per aver marinato la scuola, giocare ridere scherzare… guardarti negli occhi e gioire di un sorriso… Ora dove sono i sorrisi? Guardi la foto su un profilo, leggi un commento con uno smile, questi sono i sorrisi della nuova Era… «Ti abbraccio», come se fosse la stessa cosa… il calore di un abbraccio sarà sempre insostituibile, non c’è Social che tenga… non c’è tecnologia più appagante di un tenersi per mano, di un guardarsi trasognati negli occhi, di un bacio… passeggiare lungo i viali alberati della tua città e sentire le stagioni, il sole sul viso, la pioggia il freddo… la differenza tra la notte e il giorno, l’incanto della luna… Ricordi preziosi… il tempo in cui scendevi sotto casa appena adempiuti i tuoi doveri di studente e correvi, giocavi a nascondino o a campana, «Un due tre Stella!» …per competere con la tua super-modificata BMX o gironzolare con il tuo Bravo, e chi se lo dimentica il “Ciao”… rosa! E scrivere cartoline, lettere… fiumi e fiumi di inchiostro… quante penne consumate! Ricordo che quando trascorrevo le vacanze estive dai miei nonni in Belgio dedicavo intere giornate a scrivere cartoline per i miei amici della lontana seppur amatissima Italia, con una lista di fronte che non terminava mai… e poi uscire fuori e sognare in giardino, guardare tuo nonno che potava le rose e coltivava l’orto… Tutt’altro che chiudere il libro ed accendere subito il PC, trascorrere tutto il tuo tempo libero rinchiuso in una stanza a giocare su un portale, immergersi in un mondo totalmente fantastico e virtuale, irreale… a chattare o scriversi sui Social…

Io sono la prima, non lo nego, sarà un po’ per la professione che svolgo, la quale mi costringe perennemente davanti ad un PC, e un po’ per le occasioni che scarseggiano, quando mi capita di uscire per svagarmi od essere in compagnia di amici, sono così rade che perdi l’abitudine, perdi persino l’abitudine della semplice conversazione a tu per tu… non si esce più come una volta soprattutto le persone della mia età, un po’ per la crisi, un po’ perché si è perso il senso del “contatto”, e la differenza si nota… si sente. Per noi che ci siamo nati e cresciuti è un po’ più difficile stabilizzarsi in questa condizione, in questa realtà. E francamente in mezzo ai ventenni di oggi non mi sento tanto a mio agio, sono lontani mille anni luce dai miei canoni di vita, dai miei principi e dalle mie idee, anch’io conservo ancora quel sapore… È troppo il divario che sussiste, la mentalità, il modo di raffrontarsi, la velocità, lo “sballo”… e pensare che al tempo dei miei vent’anni mi trovavo benissimo con i quarantenni, tanta differenza non si percepiva, eravamo creature dello stesso pianeta…

Ecco, noi degli anni ’70 siamo coloro che hanno vissuto due mondi, un po’ come E.T. che si ritrova sulla Terra, o forse come andare su Marte… Mi stupisco grandemente di come ci siamo adattati, perché se le altre generazioni, le generazioni precedenti hanno avuto più o meno modo di assistere ad un’evoluzione che si è dispiegata lentamente, nel corso dei decenni, dei secoli, noi ci siamo ritrovati da una cabina telefonica ad un Internet Cafè in un battibaleno, neanche il tempo di esclamare «Ops!» Abbiamo assistito alla nascita di una nuova Era eppure teniamo un piede fermo in quella in cui siamo cresciuti e diventati pressappoco degli adulti. Ma l’effetto si sente, eccome… molti individui della mia età si sentono alle volte esclusi, nostalgici, sebbene il trantran tecnologico quotidiano mascheri e addirittura stronchi il ricordo, il ricordo di un altro mondo in cui l’odierno quarantenne è cresciuto, e spesso è il primo a nascondersi dietro ad un monitor per socializzare, per inibire paure e non perdere il controllo delle situazioni… E ci definiscono “strani”, le generazioni moderne, i nostri stessi figli… alcuni genitori non riescono a fare i genitori non perché “incompetenti”, bensì perché sono fortemente spaesati, altalenanti e confusi, a volte contraddittori… i nostri genitori invece rammento che erano ben ferrati! I loro esempi non si possono più seguire, come essi facevano a loro volta con i metodi dei nostri nonni, è tutto completamente diverso… ora non si possono più porre freni, non c’è più controllo, monitoraggio, con Internet anche dentro casa non si è più al sicuro, la stessa tecnologia è galeotta per combinare disastri, per ritrovarsi al Pronto Soccorso o al camposanto nel giro di cinque minuti…

Forse siamo i primi ad escluderci, forse siamo proprio noi a creare questa linea di demarcazione e a mantenerla impressa nelle nostre stesse menti senza nemmeno rendercene conto, sebbene magari siamo insuperabili nell’uso di questa tecnologia o i più sfegatati utilizzatori di Facebook… ma il ricordo c’è sempre, il ricordo di un’altra vita, nella stessa vita… e di tanto in tanto volgiamo lo sguardo indietro, riviviamo materialmente quei remoti periodi, ne risentiamo il sapore, i profumi e le sensazioni… allora iniziamo a viaggiare con il pensiero e nel bel mezzo di una conversazione ci togliamo la parola, guardiamo oltre il volto del nostro interlocutore, guardiamo oltre… vediamo altro. «Certo che sei strana…» Ma già tanto che non ti dicano che sei pazzo…

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Cuore di Ninfa

cuore di ninfa

barra_titolo_rosecuore di ninfaC’era una volta una bella Ninfa, che soleva adagiarsi in bagni di sole sulle sponde di un gaio ruscelletto che percorreva tutta la sua Terra, da Nord a Sud.
Ella viveva su di un’isola, tutta colorata e cangiante, grondante di fiori e di vera felicità. Molte altre creature magiche, vivevano assieme a lei, creature di ogni genere e forma, così diverse tra loro ma così simili… tutte unite da un profondo senso di pace e di Amore, che governavano indiscussi su quella favolosa Terra ricolma di Magia e di incanto. Non v’erano mostri, esseri brutti e cattivi e non vi erano Streghe cattive, né Maghi o Stregoni dal potere malvagio, perlomeno al tempo in cui ebbe inizio questa favola…
La Ninfa aveva moltissimi amici e, caso strano, soprattutto un Satiro che, sappiamo bene, non è un gran cavaliere con la stirpe delle Ninfe. Di norma, egli ama importunarle ed insediarle, talvolta abbastanza prepotentemente, ma con la sua Ninfa era diverso, le voleva bene, e la proteggeva, seppur la punzecchiasse ognora, forse per farla ridere e sempre gioire.
Ma, nondimeno, spiccava altresì tra i suoi devoti amati una Fatina dalle ali purpuree e lucenti, che quando scrollavano la loro polvere fatata diventavano azzurre, come il cielo. La adorava la Fata, avrebbe fatto qualunque cosa per lei, tanto bella e così buona di cuore, la Ninfa…
Tutti la amavano, ed ella tutti amava, dall’essere più bizzarro a quello più armonioso. Suoi compagni fedeli erano un pettirosso giocoso e canterino, uno Spiritello della Natura un po’ pazzerello ed un cervo. Il cervo, grande signore dei boschi, re della foresta, che incarna la natura selvaggia e fertile della foresta, dimora della Ninfa.
Un giorno, mentre stava sorseggiando da un calice fatto di petali di fiori un buon nettare di ambrosia che il suo astuto amico Satiro aveva rubato agli Dèi per offrirglielo in dono in occasione dell’Equinozio d’Autunno, cantava la Ninfa… sotto i raggi solari di una stupenda giornata settembrina, ammaliata dal caldo colore dorato delle foglie che le giravano tutte attorno, come una vaporosa corona di musica e di soffice vento che le scompigliava i lustri capelli color del tabacco dai fili d’oro… intrecciati d’oro e gigli, fiore simbolo della purezza della Grande Dea.
E ballava la Ninfa, in un vortice di dolci colori e sapori, deliziosi profumi d’una festa a venire, lei… sacerdotessa tra le Ninfe, si apprestava ad adornare l’altare per onorare la sua Dea, la sua Terra… per festeggiare il raccolto della sua tanto amata Madre Terra, la Grande Madre.
La foresta era in fermento, tutte le creature si apprestavano al grande simposio, gli alberi e i fiori e le piante tutte, sussurravano melodie di sottofondo, inni alla gioia e alla prosperità, ringraziando soavi i doni della Madre che li avvolgeva col suo protettivo manto. Dilettevole il chiacchiericcio dei Folletti, invogliante lo svolazzare compulsivo delle Fate, esemplare il lavoro zelante degli Gnomi e dei Nani, magnifica la musica degli Elfi e sublime era il frusciare degli arboscelli contro le vesti delle Ninfe che danzando e salmodiando, ornavano i sentieri di petali e di auree candele dal fuoco magico. E lì lei, la Ninfa, al centro di tutto… al centro del Divino Amore che quell’isola incarnava, una Terra Magica nascosta all’occhio umano e dunque preservata dalla mano dell’uomo… soltanto un essere puro di cuore avrebbe potuto vederla, ma sempre con il permesso della Grande Madre.
Fece sera, e come un soffio di vento tutto ebbe inizio, l’incontro. Non si sa bene come cominciò, come la bella Ninfa si accorse di questa singolare creatura, lei… sempre attorniata da esplosioni di gaiezza e festosità che catturavano eterni la sua attenzione, lui… sempre riservato agli angoli della foresta, non era un burlone come tutti gli altri della sua razza, ed ancorché conservasse della stessa sua razza la prediletta tendenza ai giochi di parole, non era un gran chiacchierone, mai una volta che le avesse rivolto una parola, un sorriso, ma lo sguardo sì… la osservava lo Gnomo, non perdeva mai un attimo della sua bellezza, carpiva ogni suo sussurro, ogni suo respiro, coglieva la sua voce fra gli alberi, nelle onde birichine di quel ruscello, ovunque… sapeva tutto di lei.
Fu un momento, lo Gnomo si avvicinò, la Ninfa lo guardò… e s’immobilizzò. Sorreggeva in mano un prezioso, lo Gnomo, un principesco gioiello forgiato con scintillante argento, simbolo dell’anima, ed una gemma, che egli aveva dissotterrato in una caverna dove ogni giorno lavorava con i suoi gioviali e vivaci compagni. Un ciondolo, con a capo un meraviglioso cristallo, un quarzo rosa.
La Ninfa osservò il monile, ferma e un po’ stupita. Non utilizzò il suo potere, lo Gnomo, di generare in ella sentimenti o sogni, illusioni, semplicemente le offrì quel dono, e le diede le spalle per ripercorrere la strada che lo aveva condotto a lei.
«Perché rosa?» chiese la Ninfa, intuendo che non fosse una coincidenza.
«Guarisce tutte le ferite, anche le più invedibili» rispose lo Gnomo, senza toglierle le spalle.
La Ninfa non commentò, come faceva lui a sapere che fosse ella vittima di un Amore infelice? Era stata innamorata, lungamente, di un Semidio, figlio di Afrodite ed un Centauro, che le aveva mendacemente occupato il cuore, lo aveva offuscato ed infine lo aveva annientato. Benché forte nel tempo, non era stato un Amore declamato, la Ninfa non amava decantare il suo Amore, in pochi erano coloro che potessero entrare nel suo cuore e pochi coloro con cui ella lo aveva condiviso. Pochi sapevano, ed in pochi avrebbero saputo.
Mentre seguitava ad osservarlo assalita da sconcerto e fine turbamento, la Fatina dalle ali lucenti le si fece vicina. Anch’ella aveva intuito, la Fata le tolse delicata dalle mani il ciondolo e glielo adagiò altrettanto delicata sulla testa, come un diadema.
Sì, per lo Gnomo era la sua Regina… e desiderava proteggerla, curarla, salvaguardare la sua mente ed il suo cuore, la sua sensibile anima da qualunque altro mendace essere che avesse covato l’intento di ingannarla, di farle del male.
La Fata lasciò andare la mano in una soffice carezza, celebrante. Volandole tutt’attorno alla chioma il pettirosso ben bene glielo sistemò, lo Spiritello spirò sulla pietra, irradiandola ancor più di luce. Era bella la Ninfa, con quella luce di riverberi che le adornavano la fronte, eppure al contempo un’ombra scura era scesa a velarle lo sguardo. Non per quell’Amore fallito, non per il ricordo riemerso di un dolore, bensì per la pervadente malinconia dello Gnomo, che la amava e che sapeva, non sarebbe mai stato alla sua altezza.
Anche la Ninfa era una Dea, e poteva pertanto leggere nel cuore, di chi avesse voluto, e lo Gnomo voleva, combattuto, ma voleva che lei sapesse che la amava, pur senza dirglielo… e null’altro. Sapeva prevedere il futuro lo Gnomo, come tutti gli altri suoi fratelli aveva il dono della preveggenza, ed era cosciente che semmai ella avesse potuto riservargli un posto nel suo cuore, non sarebbe durata a lungo.
Lo Gnomo abitava lontano, lontano da quella foresta e da quel tintinnante ruscello, ma gli Gnomi si sa, corrono molto velocemente, molto più di una lepre, ed essendo Spiriti della Terra hanno la capacità di infiltrarsi dappertutto, nel sottosuolo, sotto le montagne, e proprio sotto le montagne e colline e i prati aveva scavato un cunicolo, il quale attraversava l’intera isola fino alla foresta, centro di culto di tutte le creature che abitavano quella Terra Magica, ma per lui era molto più di questo… era il centro del suo sogno, la dimora del suo Amore.
E correva, appena poteva, correva sempre per poter vedere almeno un istante, la sua Ninfa… oppure la vedeva tra la nebbia, quel fumo bianco e puro, denso di luce, nel quale la sua Ninfa gli compariva, in ogni dove, in ogni luogo in cui fosse egli agitava la sua bacchetta magica ed appariva lei. Una volta intenta a danzare, una volta a cantare, a sognare… sulle sponde del gaio ruscelletto. Ed il suo Amore cresceva. Lento, inesorabile…
Chissà da quanto tempo lo Gnomo la amava, chissà quanto tempo aveva atteso per offrirle quel dono… chissà, se la Ninfa lo avrebbe più rivisto…

Trascorsero i mesi, ed il ricordo dello Gnomo diventava via via più sbiadito, nella mente della Ninfa.
Lo Gnomo era letteralmente svanito, e la vita della bella Ninfa aveva ripreso ad incedere, come d’abitudine, sempre tra letizia e sorrisi.
Un bel dì, quando l’inverno aveva già regalato i suoi bei candidi e purificatori fiocchi di neve, si diede il via alla preparazione della prossima festa, il Solstizio d’Inverno. Inverno od Estate che fosse, il calore non mutava… l’energia e la dedizione, la gran voglia del Piccolo Popolo era sempre splendente, traboccante di gioia e di scintillanti colori.
Altra festa dedicata alla Grande Madre Terra, nella notte del Solstizio si celebra la nascita del Dio Sole, figlio della Grande Madre e della Promessa, la rinascita della Luce, per cui particolare attenzione si prestava alla ricorrenza, tutto doveva essere perfetto.
Gli Spiriti della Terra e dei Boschi offrivano l’ultimo contributo, dacché, una volta trionfata l’oscurità del periodo più buio dell’anno, avrebbero dovuto ritirarsi a lungo riposo, per poi riprendere solerte il lavoro agli albori primaverili, restituendo nuovi boccioli di vita alla Terra.
Lo Gnomo, che durante quei mesi si era ritirato a vita ancor più solitaria, sentiva l’ansia volteggiare. Rivedere la sua Ninfa… e poterle rivolgere l’ultima parola, prima del ritorno della Primavera, un qualcosa che aveva atteso con grande fervore ma con sincrona inquietudine. Era l’occasione adatta per confessarle il suo Amore, aveva deciso.
Sicché, giunta la grande sera, raccolse pieno il suo coraggio e si apprestò a partire, sempre rapido ed operoso lungo l’intricata galleria che lo conduceva alla luce, la sua luce… la sua Ninfa.
Le celebrazioni erano già state avviate, un tripudio di musiche e di balli sfrenati inondava la foresta tutta. Festa solare, sovvenuta dal fuoco sacro che emergeva al centro come il Sole che accende e ravviva tutte le creature, al centro dell’Universo, aveva pervaso di energia e di gaiezza l’intera compagnia.
La Ninfa era splendida, oltre ogni dire… e lo Gnomo ne rimase a dir nulla folgorato. Il coraggio scemò, lo stimolo disparve, ed il timore di perderla ebbe più forza di qualsivoglia sentimento d’Amore.
Sarebbe stata la fine, la fine del Tutto. Un “no”, od un artefatto rifiuto, bastava un semplice sguardo di diniego e sarebbe crollato. Lui, le sue speranze, il suo sogno vitale. E non vedeva più altro, nel suo domani.
Ma, meraviglia delle meraviglie, fu proprio lei, la Ninfa, a farsi avanti appena lo notò ai piedi di un albero, come sempre appartato e con il capo chino e tormentato.
«Benvenuto, mio caro amico» gli disse, e lo Gnomo non credeva di aver udito codeste parole.
Ma, in maggior misura, non aveva aspettato di vederle quell’abbagliante luce negli occhi, talmente serena e spensierata, lui la riconosceva… riconosceva l’oscurato ed il nascosto, e quella luce era pura, limpida, non nascondeva nulla dietro di essa. Ogni più piccolo residuo di afflizione, era sparito.
La Ninfa, inaspettatamente, gli tese adagio la mano, a pugno chiuso. Lo Gnomo ne fu poco poco interdetto, certo non capiva, quando, dalle dita non serrate di quel pugno, vide filtrare perlucenti riverberi cristallini.
E lo riconobbe. Era il quarzo rosa che le aveva donato quella sera, la sera dell’Equinozio.
«Credo che ora serva più a te, che a me» gli spiegò la Ninfa, con un così dolce sorriso che lo Gnomo si sciolse tutto, da capo a piedi.
E via le paure, via le tribolazioni ed i tormenti, lo Gnomo si liberò da quella malefica zavorra e di getto declamò: «È il mio Amore per voi, delicata Ninfa delle acque struggenti. È per voi, che il mio cuore è in pena.»
La Ninfa stette in posa silenziosa, non voleva ferire il suo delicato cuore, era consapevole che adoperando errate parole lo avrebbe minato nella sua ammirata parte ardimentosa, fuor di dubbio tirata allo scoperto a gran fatica.
«Non essere in pena per me, tenero Spirito della Terra che mi è Madre e tanto adorata. Io sono al pari della tua stirpe, sembianze dissimili, ma sono fiera di poter essere accomunata con le tue qualità, proprie del nostro sensibile mondo. Siamo uguali, io e te, e non devi avere alcun timore se il riflesso del tuo specchio è poco clemente con quanto desideri. Amore è Amore, non ha specchi e non ha trame, non tesse fili di superficialità e nemmeno guarda le dimensioni della tua mano. Sono le mani del cuore a dire Amore, e le tue sono immense.»
E con un candido, mirifico sorriso ella coronò: «Io sarò qui, quando lo vorrai.»
E lo Gnomo capì. Capì che l’empio ostacolo non dimorava nella sua natura, nel suo aspetto o nei suoi limiti, bensì nella sua mente. Capì e sorrise.
Un lieve inchino lo accomiatò, ed assai serenamente si allontanò dalla Ninfa. Sarebbe tornato il giorno in cui sarebbe stato pronto. Lui, doveva essere pronto.
Distrutte le barriere, superate le inutili fragilità del suo cuore, sarebbe potuto tornare a lei, libero, senza catene e senza paure, e lì si sarebbe visto, davvero, se il loro poteva dirsi Amore.

rosa_srosaTratto dall’Antologia “Raccontami una Favola” (1a Edizione, Anno 2013)

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Odysseus, l’Eroe…

ulisse

barra_titolo_roseulisseEsemplare e dominante figura del mito greco, Ulisse, che i Greci chiamavano Odisseo (dal greco Ὀδυσσεύς, Odysseus), è il personaggio più seducente e versatile tra gli eroi del Mondo Antico. Originario di Itaca, è uno degli eroi Achei descritti e narrati da Omero nell’Iliade, ed in seguito protagonista dell’Odissea, una decennale epopea in cui si narra il suo ritorno in patria dopo la caduta di Troia.
Al contrario di Achille, personaggio principale dell’Iliade, il quale agisce dominato dagli istinti primordiali (l’Ira in particolare), Ulisse invece (“uomo dal multiforme ingegno”), ricorre sovente a stratagemmi e ai suoi molteplici talenti. Egli è la personificazione dell’astuzia, del coraggio e della curiosità, nonché simbolo di diplomazia ed abilità oratoria. Un Eroe leggendario dalla straordinaria risolutezza d’animo, era anche un acuto osservatore ed un abilissimo stratega, molto prudente. Grazie a ciò, egli poté superare difficoltà all’apparenza insormontabili, riuscendo così a ritornare nella sua amata patria, come appunto ci narra Omero nell’Odissea.
Ulisse è considerato uno degli Eroi più valorosi, inferiore solo ad Achille ed Aiace Telamonio, ma è il primo fra tutti per quanto concerne l’intelligenza strategica e l’astuzia politica. A lui non vengono attribuiti i soliti epiteti degli altri combattenti, quali “omicida” o “distruttore di schiere”, bensì le sue qualità sono riferibili all’eloquenza persuasiva, alla sagace razionalità, alla pregevole lungimiranza. Queste facoltà vengono approfondite nell’Odissea, e addirittura egli stesso dimostra di vedersi diverso e più complesso rispetto agli altri Eroi.
Odisseo è l’eroe multiforme, diverso dal solito che si fonda solamente sul valore guerriero e sul senso dell’onore, egli infatti si adatta alle circostanze, senza affrontarle con uno slancio distruttivo. Sua è la caratteristica dello spirito indomito, che lo spinge ad esaminare uomini e cose, a cercare di scoprire il bene e il male ed il limite che li contraddistingue, alla continua ricerca del senso della vita, ma, come ogni Eroe, è destinato a perire senza aver ricevuto alcuna risposta.
Per la sua sete di conoscenza, per il non domato spirito e per quel sofferto e doloroso amore per la vita che lo avvicina all’uomo moderno, Ulisse resta tra gli Eroi dell’antichità la personalità di maggior rilievo, insostituibile e indiscusso emblema della storia dell’umanità ai confini della leggenda: valoroso condottiero con una grande capacità intellettiva, nonostante la sua bramosa sete di conoscenza, durante il suo lungo ed avventuroso viaggio era sovente assalito da momenti di sconforto e profonda nostalgia della patria e dei suoi familiari.

Figlio di Anticlea e di Laerte, da parte materna è nipote di Hermes, il Dio Mercurio, anch’egli un grande oratore e finemente astuto, una genesi sicuramente determinante. In gioventù, secondo la tradizione tarda, Ulisse venne educato dal centauro Chirone e, divenuto adulto, ottenne il trono di Itaca e sposò Penelope, figlia di Icario, re di Sparta, e cugina di Elena, da cui generò Telemaco.
Per non recarsi alla guerra di Troia, Ulisse, che amava teneramente la giovane moglie e non voleva allontanarsene, si era finto pazzo, ma Palamede, re dell’isola di Eubea, pose davanti al suo aratro il figlioletto Telemaco e ne rese così manifesto il raggiro. Ulisse infatti, costretto a bloccare l’aratro per non travolgere ed uccidere il bimbo, mostrò suo malgrado di essere sano di mente e di conseguenza non gli fu ulteriormente possibile sottrarsi alla “chiamata alle armi”.
Nell’Iliade egli viene descritto come un ardito guerriero, ma la figura di Odisseo è sempre e soprattutto quella d’un abile oratore e stratega, non puramente di un guerriero. Quando egli parlava si trasformava, catturando con incredibile magnetismo l’attenzione degli astanti, ma ivi non era una figura di spicco, la figura centrale del poema, mentre nell’Odissea l’Eroe greco è il protagonista dell’intero poema, che prende appunto da lui il nome.
In questo secondo poema epico di Omero, si pone quindi l’accento sulle arti dell’ingegno piuttosto che sul valore militare di Ulisse. L’interminabile navigazione nel Mediterraneo (che si protrae per dieci anni) lo porterà a conoscere popoli e culture diverse. Il viaggio in mare rappresenta la vita, con le sue difficoltà ed imprevisti, e ciascuno, alla fine, riesce ad approdare in un porto sicuro soltanto quando ritrova se stesso, tuttavia, al contempo, si può approdare ovunque ma mai sarà mai possibile “sbarcare” da se stessi. In fondo si potrebbe condensare così l’Odissea di ogni individuo, ben rappresentato da quello che Jung chiama “l’archetipo Odisseo”: l’inquieto decennale errare di Odisseo, dopo la distruzione di Troia, e ancora, nelle molteplici rivisitazioni del mito, dopo il ritorno ad Itaca, di nuovo ad errare ed errare per mare, fino alla morte.
Infatti Dante, Tennyson, D’Annunzio e Pascoli, immaginano che riprenda a navigare per cercare, cercare e forse trovare il senso della vita, del tempo, dello spazio, dell’essere Uomo. Più probabile però che Ulisse abbia compreso che non v’è alcun senso oltre, né significato recondito da carpire: casuale la vita, ineluttabile la morte. In mezzo, un senso che ognuno di noi cerca, in completa solitudine, di dare a questo viaggio senza ritorno, chiamato “vita”.
Ed il viaggio di Ulisse rappresenta in un certo qual modo anche il nostro. Il viaggio, la voglia di “evadere”, di conoscere, di sfidare quell’ignoto, quel qualcosa vicino o lontano che ci attrae verso la nostra Itaca, la nostra meta, il nostro desiderio. Un cammino che ci porta all’esperienza della realtà ma soprattutto alla conoscenza di noi stessi.
A volte invece restiamo delusi dalla stessa realtà e così fuggiamo col nostro viaggio, perché forse il viaggio ci serve per crearci un mondo dove possiamo avventurarci insieme alle possibilità di migliorarci, ma è cosa questa che ci induce a non approdare mai, che ci pone sempre davanti ad una sfida, ad una voglia di conoscere, di provare, di proseguire anche se con forte nostalgia di quelle poche sicurezze che lasciamo. E questo rappresenta Odisseo, l’impossibilità di spiegare a noi stessi chi siamo, e quale scopo abbia la nostra vita, il senso della vita ricercato in ogni viaggio. Forse si viaggia per viaggiare, senza barattare il viaggio con la meta, come se ogni secondo fosse l’ultimo, raggiungere il tempo per fissarlo almeno un attimo negli occhi. Alla fine Ulisse approderà ad Itaca, ove trarrà vendetta sui Proci, ricongiungendosi con la famiglia, la fedele sposa Penelope e l’amato figlio Telemaco, eppure ciò non lo fermerà dal ripartire ancora una volta, alla volta dell’Ignoto…

Tutto si è compiuto. Nella pace che segue la tempesta, dopo tanto sangue e tanta tribolazione, Odisseo trova il sospirato riposo. Nella pace dell’Eroe, infine tornato ad Itaca, finalmente tra le braccia della sua adorata Penelope, l’eroe stesso avverte però una sorta di svuotamento di senso, percepisce l’incompiutezza, la precarietà del vivere.
Ma, fiero del suo orgoglio di essere mortale, l’Eroe, l’essere mortale dai sentimenti divini, Ulisse rifiuta comunque il dono dell’immortalità. Ciò avviene nel libro V dell’Odissea, il quale si apre con un Concilio degli Dèi in cui Atena ribadisce la necessità di inviare Hermes dalla Ninfa Calypso, affinché questa lasci libero Odisseo, il re giusto, l’uomo dotato di grande pìetas, di ripartire per Itaca.
L’isola di Calypso è Ogigia, nell’ombelico del mondo, il luogo fuori dal tempo e fuori dallo spazio, una sorta di Limbo, uno spazio inesistente ma è ovunque, è il centro di ogni cosa. L’isola di Ogigia ha le caratteristiche di un regno ai confini del mondo, il mare intorno è deserto, lo stesso nome di Calypso deriva dal greco nascondere o nascondersi, dunque ella sarebbe “occultatrice”, e in effetti questa Dea, solitaria come nessun’altra, riesce a tenere occultato Ulisse per un periodo di tempo lungo ben sette anni.
L’affascinante Ninfa abitava in una grotta profonda, con molte sale, che si apriva su giardini naturali, un bosco sacro con grandi alberi e sorgenti che scorrevano attraverso l’erba, e trascorreva il tempo a filare e tessere con le sue ancelle, anch’esse Ninfe, che cantavano mentre lavoravano.
Ulisse, dopo aver visto annegare tutti i suoi compagni, lui solo scampato al vortice di Cariddi, era approdato sull’isola, quasi morto, e Calypso lo raccolse e lo curò, se ne innamorò appassionatamente, lo amò e lo tenne con sé, secondo Omero, per sette anni, offrendogli appunto l’immortalità, ma che l’Eroe insistentemente rifiutava. Ulisse conservava in fondo al cuore il desiderio di tornare ad Itaca e, pur ricambiando l’amore della bella Ninfa, non si lasciò sedurre fino al punto da dimenticare Itaca ed i suoi affetti: la moglie Penelope, il vecchio padre Laerte, il giovane figlio Telemaco ed il fedele cane Argo. Ma per sette anni, volati come un attimo, l’incanto della giovane e bella Calypso lo coinvolse profondamente, tanto da annullare il senso e la percezione del tempo. Con Calypso era un’eterna primavera, giornate solari e notti da favola popolate di stelle.
Sull’isola di Ogigia il tempo scorre lentissimo. Come il giardino delle Esperidi, come i Campi Elisi, Ogigia non è un luogo per vivere, ma per conoscere. Odisseo piange sulla riva del mare, durante questi sette anni. Pur ammaliato dalla Ninfa, sente chiaramente di essere esistito per tutto quel tempo, ma che non ha vissuto.
Calypso tenta di trattenere l’amato con questa carta formidabile, promette a Odisseo l’immortalità, gli dice anche che la donna che ama invecchierà e sfiorirà il suo amore. Odisseo però è sicuro di poter e voler amare l’essenza di Penelope e, soprattutto, vuole ritornare a “vivere”, quindi rifiuta con tenacia l’offerta di Calipso. Essere immortale, vivere per sempre così, implicherebbe la scomparsa di tutti coloro che hanno costituito il mondo dei suoi affetti, avrebbe schivato vecchiaia e morte ma, quelli che lo avevano amato e che lui aveva amato, sarebbero diventati ombre dell’Ade, sperdute nei meandri della fioca luce degli Inferi. Tenerli con sé, che anch’essi fossero partecipi della sua immortalità ed eterna giovinezza, questo solo egli avrebbe potuto accettare. Ma era chiedere troppo a Calypso, innamorata di Ulisse, non certo di coloro che Ulisse amava e rimpiangeva.
Pertanto, nonostante il sortilegio da cui era stato penetrato, Ulisse preferì la sua vita di mortale tra i suoi cari mortali, la sua Penelope. Penelope, la donna, totalmente mortale, per cui Ulisse ha rifiutato il letto di Dee immortali e la possibilità di diventare come loro. Il ritorno da lei è visto come il telos, la finalità a cui tende tutto il poema. Lei che ha un’immensa ed integrale fiducia nel marito e nelle sue capacità, sa che Ulisse non ha fallito, nel suo profondo sa che non può essere morto e che farà ritorno in patria, dovessero passare altri vent’anni, dovesse ella aspettare un’intera esistenza, ed è per questo che tesse e ritesse, disfa continuamente la sua tela per fuorviare i Proci. Sa che prima o poi il suo amato tornerà da lei.
Ulisse, che tutti i giorni piange sullo scoglio più esposto guardando il mare, è di nuovo pronto per riprendere a navigare. Calypso non può che lasciarlo andare, anche perché Zeus le ha ormai ingiunto di liberarlo, ma Ulisse sospetta che le sue parole di dolce congedo nascondano “un altro male”, un’altra astuzia per invischiarlo e trattenerlo. Ferita dalla tenerezza, Calypso chiama allora Ulisse alitros, “furfante”, e gli accarezza la mano. Nessun’altra donna avrebbe usato con lui una parola così intima e così giusta.

Un’altra importante dote dell’Eroe è il suo essere un encomiabile capo, un vero leader, nella dimostrazione di affetto, generosità e senso di responsabilità nei confronti dei suoi compagni, e viene posta in risalto dal suo incontro con la Maga Circe. Circe è una Dea, figlia del Sole e della Ninfa Perseide, che vive in una magnifica reggia sull’isola di Ea (identificata con il Monte Circeo, che da lei prende nome), insieme a quattro Ninfe, immortali come lei, che le fanno da ancelle. Dotata di straordinari poteri magici, ella tramuta in porci i compagni di Ulisse, come è solita fare con tutti gli uomini che giungono da lei.
Circe è di tutt’altro stampo rispetto a Calypso, rappresenta la dimensione primordiale dell’istinto e della sensualità, la quale rende gli uomini (che non riescono a superarla) simili ad animali. Personificazione dell’ambivalenza dell’uomo nei confronti delle donne, Circe riesce perfettamente ad incarnare sia le paure maschili che le ansie femminili, nei confronti dei poteri apparentemente magici attribuiti alla collera delle donne.
Il filtro di Circe non fa che portare alla luce la natura “bestiale” dei compagni di Ulisse, e la loro trasformazione in animali non è altro che l’oggettivazione della collera della Maga nei confronti di “maschi” che vogliono consumare un atto sessuale al di fuori del contesto dell’affettività e dell’amore, usando il corpo femminile come un semplice oggetto di piacere e null’altro.
Le capacità seduttive di Circe fanno presa anche su Ulisse, ma la conoscenza più approfondita della sua affettività, fa sì che l’impietosa Circe non possa trasformarlo in animale, e che anzi s’innamori di lui. Il salto di qualità compiuto da Ulisse nei suoi rapporti con il femminile e la sua presa di coscienza del problema della sessualità riscattano anche gli altri membri della sua specie, liberandoli dall’apparenza belluina.
Così Ulisse, grazie anche all’aiuto di Hermes che gli suggerisce di accettare l’amore della Maga per persuaderla a restituire la forma umana ai suoi fedeli compagni, dopo quasi un anno di instancabili tentativi riesce a farle rompere l’incantesimo e riceve perfino sostegno dalla Dea, sotto forma di accorgimenti, per superare le Sirene ed il loro stregato canto, al momento della sua partenza per riprendere il viaggio fino a casa.

In definitiva l’Odissea è un poema avventuroso, quasi romanzesco, dove l’Eroe è uno solo, e non più in veste di combattente. Egli si oppone inerme ai pericoli della vita, agli elementi avversi della Natura, all’ira implacabile di un Nume che lo perseguita. Non aspira alla conquista di una città nemica, ove porre il piede da vincitore, bensì al ritorno in patria, per riposare il suo piede sulla sua isola cara, e chinarsi a baciare commosso le zolle della sua terra. Il suo eroismo è fatto di fede e di perseveranza, d’amore per la sposa che lo attende, per il figliuolo lasciato bambino e che rivedrà uomo: sono queste le forze che lo guidano e lo sostengono, rendendolo “insommergibile” dalle onde dei mari e dalla sventura, sordo alle lusinghe di chi cerca di trattenerlo per la via.
Nella Divina Commedia invece, Dante colloca Ulisse all’Inferno, fra i consiglieri fraudolenti, in mezzo a quanti durante la vita terrena hanno dato al prossimo suggerimenti ingannevoli. Nel XXVI canto egli appare avvolto in un’unica fiamma a due cime assieme a Diomede (l’amico più caro di Odisseo nelle vicende troiane), d’intesa col quale era stato autore ed artefice di inique gesta: sono lingue di fuoco che nascondono la loro figura, come essi nella vita hanno oscurato la verità (pena del contrappasso).
Il poeta pone Ulisse tra i fraudolenti per vari motivi, politici e morali: l’inganno del cavallo, il furto del Palladio che sottolinea il suo disprezzo per le cose sacre, l’abbandono della famiglia per appagare la sua sete di conoscenza, il superamento delle Colonne d’Ercole alla ricerca dell’Ignoto, azione empia nei confronti degli Dèi. Ma la sua figura assume una dimensione eroica quando, testimoniando una diversa versione circa la conclusione della vita dell’Eroe, Dante racconta di una seconda partenza da Itaca con gli anziani compagni, nell’ardente ansia “di divenir del mondo esperto e delli vizi umani e del valore”, diviene eroico per lo stesso attraversamento del limite imposto dalle Colonne d’Ercole ed il “folle volo” verso la montagna del Purgatorio, quando un turbine provocò l’affondamento dell’imbarcazione ed egli perì con l’intero equipaggio, esemplare punizione per la sfida alle leggi eterne e i divieti divini.
Celebri rimangono le terzine che Dante mette in bocca all’Eroe quando intende persuadere i compagni a spingersi verso l’Oceano: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Questo è l’episodio della morte di Ulisse: oltrepassando le colonne d’Ercole infatti, l’Eroe e i suoi compagni naufragano penosamente vicino alla montagna del Purgatorio.
Per Dante questo viaggio simboleggia il proposito di oltrepassare i limiti della conoscenza umana, della compiutezza del genere umano. Il peccato di Ulisse, oltre all’inganno che ha prodotto sofferenza e dolore, è l’aver portato all’estremo la propria virtù cercando di assomigliare a Dio. L’Eroe dimentica di essere un semplice essere umano, e glorifica le proprie capacità trasformando ciò che era positivo, ovvero il desiderio di seguire la virtù e la conoscenza, in un’insensata voglia di superare il limite.

All’ambiente culturale romantico appartiene poi il celebre Ulisse del poeta inglese Alfred Tennyson. Il testo è un monologo dell’eroe che, tornato in patria, non riesce ad abituarsi alla nuova vita, dedicata agli ozi e alla tranquillità, alla quale si mostra insofferente. Ulisse decide così di salpare per un altro viaggio verso l’Ignoto.
Con queste parole Ulisse si rivolge ai suoi compagni: “È stupido fermarsi, imporsi una fine: e sarebbe vile, per pochi anni, mettere da parte e risparmiare me stesso e questo spirito che si strugge nel desiderio di seguir conoscenza”. È evidente come Tennyson guardi più all’Ulisse dantesco che non a quello di Omero (lo dimostrano anche alcune formule riprese in inglese “seguir conoscenza” / “to follow knowledge”), ma con una sostanziale differenza. I due poeti guardano con prospettive opposte il personaggio di Ulisse: mentre Dante lega Ulisse ad un giudizio morale negativo, Tennyson vede l’Eroe romantico per eccellenza, il Faust con la sua Sehnsucht, la malattia del desiderio e dell’ansia di conoscenza, l’uomo che vuole spingersi oltre i limiti imposti ed affermare se stesso.

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Odysseus Song

Cammino in un tramonto
di mille anni fa
con un vento un sentimento
che mi invade nell’anima

Un canto dolce di sirene
mi chiama tra gli uomini e le vie
e l’anima mia soffre
vuole uscire andare perché
nessuno può capire un porto
se non sa il mare che cos’è

E a casa non ritornerei
con le nuvole sogno di andare via
dai palazzi di vergogna
dalle strade di ipocrisia

Amore un’isola prima o poi ti darò
per ogni lacrima che per me verserai
sulla tela dei sogni tuoi

Cambierà… cambierà…
cambierà… oh cambierà

Come un fiore dentro un muro
vive l’anima che è in me
cerca quello che non ha
nuvole… alberi… noi
…io ti tendo le mie mani
dove sono le mani tue…

Il canto dell’amore
mi tormenta e chiede di te
ma un animale nel mio cuore
ha deciso la via per me

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