UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 7

«Il signor Bowen ha ordinato la prima colazione per due persone, però non immaginavo che la donna che si era portato in camera fossi tu… perché ti sei fatta usare così?» s’indignò, insistendo con il suo fare disapprovante, di certo ingelosito dall’assimilata cognizione che quel tizio l’avesse sedotta senza alcun particolare sforzo, lui che invece ci aveva provato più di una volta a trascinarla nel suo letto, ma con scarsissimi, anzi, nulli risultati. «E lui dov’è?»

«Non lo so…» ciondolò Dea, tuttavia un rumore di acqua scrosciante proveniva dalla stanza da bagno, e lei, che lo udì solo in quel mentre, lo guardò eloquente e proseguì: «Bobby, non farne parola con nessuno, intesi?»

«Va bene, comunque è il caso che tu ti muova, sono le otto passate» bofonchiò lui, stizzito.

«Cosa!» Dea si sbalzò fulmineamente fuori dal letto e il povero disgraziato rimase a bocca spalancata, intravedendo quella Venere ignuda che raccoglieva i suoi vestiti sparsi in terra.

«Potresti almeno voltarti, o no?» sbraitò lei, seccata.

«Oh… sì, scusami.» E seppur nientemeno reticente, scostò lo sguardo alla sua destra. «Ti conviene sbrigarti, prima che lui esca.»

Russell non li aveva uditi, immerso com’era nella doccia e nei suoi ridondanti pensieri, sprofondato nelle sensazioni della notte appena trascorsa con Dea, inimitabile.

E nonostante che si fosse prosciugato in quell’interminabile nottata, nel possederla e nel godere di lei fin quasi all’infinito, e detenendo in medesimo tempo una considerevole mancanza di sonno per quel maledetto fuso orario che ancora non riusciva a compensare, non era ugualmente riuscito a chiudere occhio, sebbene ad un certo punto lei si fosse addormentata, esausta in seguito alla valanga di quelle intensissime emozioni sopravvenute.

E l’aveva osservata tutta la notte, nella sua mirabile bellezza, nell’aumentata innocenza donatale dal suo sonno profondo, munificamente rigeneratore. Non era riuscito ad assopirsi, quantunque ci avesse provato, e l’aveva carezzata senza sosta, senza arrivare a far null’altro, ninnandola come la più dolce e indifesa delle bambine.

Un angelo, magicamente incontrato nella città degli angeli.


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Eh sì, era arrivato il momento, il dannato momento di fare qualcosa, ma francamente non sapeva da dove iniziare.

Quegli accadimenti lo avevano confuso alla grande, più di quanto ci si fosse sentito per la storia con Janice. Aveva perso di netto la strada maestra ed ora si ritrovava globalmente disorientato, fermo lì, senza riuscire a compiere un passo, senza sapere quale direzione prendere.

O forse, ciò che più lo disorientava era il fatto di non essere in grado di compositamente capire, a prescindere da quale decisione concretizzare.

Dea lo aveva perfino travolto mediante la sua freschezza e il suo sensibile animo, ma la sua riservatezza, il suo essere talora ermetico, lo facevano tribolare a sufficienza. Molti dubbi avevano assalito la sua mente, insicuro se questa donna fosse effettivamente come gli era parsa, o se fosse lui ad essere febbrilmente desideroso di conoscere qualcuno di diverso, che fosse materialmente estraneo a quel mondo in cui si sentiva infognato, stipato di gente fasulla e prettamente inaffidabile, vuota.

E si rese purtroppo conto di non dover assolutamente perdere di vista la realtà dei fatti, benché la desiderasse con l’intero se stesso, in una entità addirittura inquietante. Però in concreto non la conosceva, ancorché lei gli avesse inalterabilmente trasmesso purezza e verità, lasciandolo iteratamente interdetto, ma sempre oltremodo affascinato.

Uscì dalla doccia e si avvolse con l’accappatoio, si arrestò ad osservarsi per qualche minuto allo specchio e per poco non restò sbigottito, nell’intravedere una strana luce nei suoi occhi, sorprendente. Sembrava avessero riacquistato la vivida energia che da giovane era sempre trasparsa da essi, ma che con il trascorrere del tempo si era progressivamente svigorita, spegnendosi pian piano e lasciando via via il passo ad una luce scostante, sempre più fredda, insoddisfatta.

Scosse lievemente il capo e sorrise, a quanto pareva era coinvolto più di quanto volesse ammettere. Evidentemente quel sentore avvertito la sera precedente era stato veritiero, ossia del sentirsi molto fortunato e non per aver ricevuto l’Oscar. La sua fortuna era un’altra, e adesso ne stava man mano prendendo tangibile coscienza.

Uscì dalla stanza da bagno e fu scavalcato da un attimo di stupore, allorché assodò che il letto era vuoto e che non c’erano neanche più i vestiti di Dea in terra. Solo il lungo abito da sera era rimasto lì dov’era.

Si approssimò a grandi passi all’armadio e con cura si vestì, si sistemò i nerissimi e corti capelli con un po’ di gel e si sedé sul bordo del letto, impugnando il ricevitore del telefono della suite.

«Buongiorno» presentò, allorquando risposero alla chiamata. «Sono Russell Bowen, avrei bisogno cortesemente di una informazione.»

E appena il concierge lo invitò a proseguire, lui gli richiese: «Ho urgenza di sapere a quale piano si trovi in questo momento miss Dea Sutherland.»

Dall’altra parte ci fu un secondo di esitazione, ma in seguito l’uomo lo informò che la donna era ferma al sesto piano, intenta a sistemare le stanze assieme alle sue colleghe.

«La ringrazio.» E in men che non si dica, uscì dalla suite.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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