UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 7

Dea si cinse di poco il busto con le braccia, un po’ intimidita da quello sguardo insistente, e lui, impossibilitato a distogliere la sua attenzione da quell’incantevole e polarizzante figura, le accarezzò dolcemente il ventre, rabbrividendo al contatto di quell’epidermide così morbida, luminosa, leggermente dorata dal sole.

«Sei tu, Dea, che a mio avviso hai spezzato molti cuori. Ne hai fatti delirare, impazzire di uomini, non è così?»

Lei ora s’intimidì a dismisura, e mordicchiandosi le labbra, quasi come se lo stesse supplicando gli sussurrò: «Spero non tu…»

Russell carpì un sottile malessere emerso dalla modulazione della sua voce, per cui, rifinendo un’aria indulgente, seppur alquanto angustiata, melodiosamente le chiese: «Qualcuno ti ha fatto del male?»

«Non voglio pensarci…» E stavolta lo guardò autenticamente supplichevole. «Adesso voglio solo pensare a questo momento, voglio pensare a te.»

Russell a quella tenera esternazione, si emozionò e le sorrise folgorato. «Dea… vieni qui, voglio stringerti.» E l’abbracciò con immenso calore. «Sei troppo fragile, ed anche se dovessi impazzire per te, non avrei mai il coraggio di farti del male.»

Dea si legò a lui interamente, miracolosamente rincuorata, e dopo averla cullata per alcuni favolosi, ineguagliabili istanti che lei reputò invero sublimi, anche Russell si svestì. La coprì morbido con il suo corpo e la vezzeggiò per un po’ sui capelli, sulla fronte, sulle guance, rimirandola avvinto, quando, in un palpito di frenetico e sordo desiderio, ricominciò a baciarla con genuino ardore, totalmente perso in quel dolce, squisito sapore.

E nel tempo in cui si unì a lei, Dea emise un fulmineo gemito, scaraventata di prepotenza in quella sconvolgente sensazione. Arcuò immantinente la sua schiena e si aggrappò alle spalle di lui, con un tale rigoglio da riuscire quasi a penetrare con le unghie in quella cute arroventata, supremamente vellutata.

«Russell…» quasi gemé, dopo qualche stordente, incredibile attimo. «Dio, ma dove sono…» tremolò, rintronata, sentendosi a momenti disperdere in quella singolare, speciale realtà. «Non lasciarmi sola…»

E lui, a quell’implorazione inaspettata ma destabilizzante, incomprensibile, fu scosso da un istantaneo brivido, assalito dall’immediato impulso di proteggerla, involgerla a sé. Con un braccio la strinse energico, comprimendola rassicurante al suo cuore, e con l’altra mano le avvolse amorevolmente la testa, avvicinandola tenero alla sua spalla.


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«Sono qui con te, mia dolcissima creatura» vibrò, rasentando anche lui il completo stordimento. «Che cosa mi stai facendo… chi sei, Dea… chi sei…» ansò, nel momento in cui cominciò a contrarsi, nell’aver percepito sopraggiungere l’attimo, quel magnifico attimo infinito ricolmo di vita pura e vera, pura come lei.

E quando quell’attimo arrivò, lasciandoli persi e frastornati, l’una nelle braccia dell’altro, ogni dubbio scomparve, ogni paura svanì, perché quella divina emozione li catapultò in un mondo nuovo, indescrivibile.

Lui la strinse sempre più vigoroso, sussultando come mai avrebbe creduto, e lei si lasciò incomparabilmente avvolgere, tremando come mai prima di allora.

Rimasero così, immoti, stretti come in un unico corpo, nel vivido proposito di trattenere il più possibile quelle supreme e sbalorditive sensazioni. Erano aggrediti dal timore di proferire anche una sola parola, un qualcosa che provocasse il dissolversi di quella magica atmosfera, timorosi che l’egemonica realtà avrebbe potuto far rispuntare le loro ansie, la consapevolezza delle loro effettive, irrisolvibili condizioni, le loro vite del tutto separate, diametralmente opposte.

Ma Russell d’improvviso sollevò il capo per guardarla negli occhi, per potersi tuffare nell’azzurro limpido delle sue iridi, nitido e screziato al pari di una marea spumeggiante e sfumata da ogni mirifica gradazione di blu, il cielo che ora vedeva risplendere attraverso di essi. Rimase letteralmente abbagliato dalla sua celestiale e rifulgente luce, dalla sua espressione sognante, meravigliosa.

Le scostò premurosamente i capelli dal volto e s’immerse ancor di più in quegli occhi, accendendo inevitabilmente i suoi, per tanto, prodigioso splendore trasfuso. «Sei splendida. Un vero, bellissimo raggio di sole.»

«Servizio in camera!»

A quel bussare insistente, Dea aprì bruscamente gli occhi, e sulle prime fu incapace di far mente locale su dove si trovasse.

Poi con calma si osservò intorno e un lampo le folgorò la mente, riaffiorando nella sua testa quel che di bellissimo era accaduto la notte precedente, con Russell.

Si girò per guardare il posto di fianco a sé, però con una data incredulità non rilevò nessuno nel letto. Iniziò pian piano a disporsi in posizione eretta, quando udì la porta che di sorpresa si aprì e immediatamente s’immobilizzò.

«Dea!» gridò l’uomo che, arrestatosi all’ingresso della suite, la fissava allibito, avendola scorta al di là della porta spalancata della stanza da letto.

«Bobby…» farfugliò lei, imbarazzatissima, mentre cercava di nascondersi alla meglio con il lenzuolo.

«Per la miseria, sei nel letto di Bowen… ma che diavolo ti è saltato in mente!» si raccapricciò l’altro, occhieggiandola con uno sguardo che lei avrebbe definito residente a metà strada tra l’inorridito e il biasimevole.

«Andiamo, Bobby, non dirmi che non hai mai fatto follie in vita tua» lo azzittì, consistentemente infastidita dal suo fare inquisitore.

Lui si raffreddò, eppure non smise di fissarla ammonente. «Ok, però… lo sai che ore sono?»

«Beh… no» arrancò, agitando la testa piuttosto informicolita, sebbene quell’irruzione l’avesse abbastanza strattonata dal suo torpore. «Ma perché sei qui?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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