UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 7

Al sentire quelle mani roventi e dispoticamente decise, Dea si ritrovò ad effondere un ansito incontrollato. D’impulso inarcò la schiena e pressò il décolleté contro il suo torace, quasi con violenza, per la repentina e dominante frenesia che l’aveva espugnata, rimuovendole ogni più piccolo freno inibitorio, conquistata, dispersa, detenuta da quelle dita che lei stava desiderando al culmine che la toccassero, che le donassero brividi a iosa, al limite della tolleranza.

E a quel sancente atto di integro, smobilitante abbandono, Russell s’infiammò fuor di ogni misura. Sfilò le mani da sotto il blazer e con torrida veemenza le contornò il volto con le mani, guardandola dritta negli occhi, predato, a dir poco infuocato. «Stai con me, stanotte?»

Dea fece scendere lo sguardo, incapace di contenere tanta intensità. «Stanotte

Lui si arrestò a fissarla assorto, ma bastò poco che raddolcì smisuratamente la sua espressione, nel mentre che insisteva a cingerle il viso, pervaso e deliziato dal sorprendente calore che lei sprigionava da quella pelle soffice e liscia come seta, un vero diletto per i suoi polpastrelli pretenziosi ed affamati.

«Fin quando lo vorrai» le cadenzò, d’emblée, e Dea eclissò il viso nell’arco della sua spalla, sconcertata, colpita da quelle parole, ammutolita.

«Non mi spezzerai il cuore?» sondò, pochi secondi dopo, aggomitolata timida al suo torace, nascosta, ma abbracciandolo con una tale impetuosità, da rimanerne scompaginata lei stessa.

«Non potrei mai.»

Russell le accarezzò la testa con tanta di quella premura, che lei si legò ancor di più alla sua schiena, rincuorata e sublimata, e lui, dopo averla ninnata per un po’, la separò lieve da sé ed estrasse dalla sua tasca la tessera per aprire l’elegante porta d’ingresso della suite.

A rilento si addentrarono nel luogo e Dea si fermò a pochi passi dall’uscio, immota, intanto che lui posava la card sul mobiletto accanto all’ingresso.

Russell sollevò gli occhi su di lei e la osservò per alcuni taciturni istanti, estasiato da quella sorta di visione, nel vederla lì, titubante, palesemente indecisa, fortemente indifesa, come se fosse stata un cucciolo sguarnito da coccolare e rasserenare, bisognoso di un po’ di fiducia, della certezza che non stesse sbagliando a fidarsi di lui.


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E s’intenerì al colmo, con suprema morbidezza le si avvicinò e le incorniciò ancora il viso con le mani, guardandola con interminabile dolcezza, al fine di trasfonderle quella piena fiducia di cui lei, specie adesso, aveva un’impellente necessità di ricevere.

«Ho paura» esternò Dea, fiocamente, aprendosi infine a lui, manifestando intero il suo turbamento.

«Anch’io ne ho» le confidò lui, sottovoce, poi di nuovo la abbracciò e la strinse forte, con totale calorosità, inesprimibile amabilità, seppur di poco irrigidito, perché in simultanea un desiderio incontrollabile si stava innalzando in lui. Gli stava prevaricando ogni senso, ogni razionale pensiero.

«Non sai quanto ti desidero, Dea, ed è così forte che non riesco a resistere, non riesco a controllarmi, a pensare…» le mormorò, suadente in un orecchio, e si scostò per contemplarla ancora, vezzeggiandole tenue una guancia, quella bocca così deliziosamente effigiata, appetibile e prelibata come un frutto proibito, pronto da essere colto, divorato con perfetta cupidigia.

Lei inclinò il capo per assaporare al massimo la sua tenera e calda carezza, socchiudendo rapita gli occhi, ma di colpo si sentì sollevare da terra, nel tempo in cui lui ricominciava a baciarla morbidissimo, avanzando adagio verso la camera da letto.

Russell si sdraiò con lei, e impaziente di poterla toccare sulla sua nuda pelle, le sfilò subito il blazer, seguitando a baciarla sensuoso, divenendo in ugual tempo avido, smanioso, di un tale coinvolgente e procace, che anche lei afferrò d’istinto, ma trepida e delicata, i lembi del giubbetto e glielo tolse. Ed infilò le mani sotto la sua t-shirt, bramosa di sentire la sua schiena, così ardente e lussureggiante da privarla della facoltà di regolarmente respirare.

E mentre seguitava ad accarezzargliela sempre più inebriata, Dea mediante il suo corpo, lenta e sinuosa, insinuante, cercò di aderirgli per intero, desiderosa di percepire integrale il suo battito, meravigliosi i suoi fremiti.

Lui, a quelle flessuose ma accattivanti, sovvertenti movenze, ondeggiò in un fervido tremito, e con lo sguardo oltremisura infiammato, asservito dal suo calore, perfettamente governato dalla prorompente e incombente bramosia di possederla, in un concitato sussurro anelò: «Sei la donna più sensuale che io abbia mai conosciuto.»

«È difficile da credere» brusì lei, fulgida e frangibile, con una così nivea, eterea espressione, che lui divampò in un soffio, sopraffatto dalla sua sconfinata luce, quasi vinto dal proprio desiderio.

«Non come te, te lo giuro, sei così innocente, così vera… mi fai perdere la testa, Dea, ed anche la totale padronanza dei miei gesti.»

E non poté più aspettare.

Lentamente si posizionò in ginocchio sul letto, adagiato sui suoi polpacci, determinato ad assaporare per gradi, appieno quel portentoso momento, sebbene l’incalzante impulso di travolgerla, prenderla all’istante, fosse talmente sedizioso in sé, da fargli sul serio perdere il controllo. Tuttavia si frenò, si sedò, con doverosa calma le tolse gli stivaletti e con doviziosa delicatezza le sbottonò la cinghia, sfilandole subito dopo i pantaloni. Rimase senza fiato.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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