UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 7

«A quale piano è situata la tua stanza?» s’informò Russell, quando si ritrovarono nell’ascensore dell’albergo.

«Al tuo» accennò Dea, piuttosto imbarazzata, volgendo lo sguardo altrove per sciorinare un’aria indifferente.

Lui fletté la sua arcata sopracciliare, interdetto da codesta risposta. «Ci sono alloggi del personale al mio piano?»

«Certo… credevi che sarei venuta nella tua suite?» strimpellò lei, sorridendo ilare, nel tentativo di svicolare dall’incaglio in cui si era appena infilata.

«No, però è alquanto insolito.» Eppure non approfondì, non raccolse neanche la sua gaudiosa provocazione, e spinse il pulsante che riportava il numero sette.

E allorquando furono dirimpetto alla porta della suite dove alloggiava Russell, si trattennero per qualche minuto a fissarsi, studiandosi ogni ridottissimo tratto, il più piccolo lineamento, incontrollatamente sospesi in quella particolare condizione, incerti se sarebbe stata l’ultima volta, se tale fosse l’ultima opportunità concessa per potersi rimirare.

Lui era sempre più incantato da quella deliziosa e fresca parvenza che gli aveva donato aria pura e letizia intraducibili, lei eccezionalmente rapita da quell’uomo che, oltre ad essere di una bellezza, di un fascino insuperabile, aveva dimostrato di essere una persona straordinaria, sensibile e autentica, al di là del supereroe austero e coriaceo, talora ombroso e insofferente com’era sempre apparso nelle sue interviste, quasi inumano per quanto perfetto. Un soggetto tutto d’un pezzo, impiegabile e inaffondabile, inattaccabile dagli stessi sentimenti della vita reale, benché, in genuino paradosso, nell’espletare la sua professione di attore, lui riuscisse a permeare la vera essenza di un qualsivoglia essere umano.

«Beh…» introdusse Dea, ad un certo punto, per risvegliarsi dal suo torpore contemplativo, paventando che quel contesto potesse lasciarla senza respiro, soprattutto senza un briciolo di ragionevolezza, data l’indicibile intensità di quel momento che lei avrebbe definito magico, un momento che non aveva mai vissuto prima di allora con un uomo. Nessun uomo l’aveva mai guardata così.

«Ti ringrazio, Russell, è stato tutto molto bello. Sono felice di averti conosciuto, davvero.»

Russell rimase senza aprir bocca, fissandola con un intenso e significativo sguardo, scombussolante, e lei placida, ma segretamente scossa ed oscillante, gli sorrise, dandogli le spalle per allontanarsi da lui.


Advertisment

loading...

«Dea.»

E lei rabbrividì, all’udire dolce e insidioso quel richiamo che giungeva a penetrarla, ad invaderla dentro alla stregua di un implacabile maestrale, una specie di attraente ma letale tortura.

Si fermò e restò di spalle per svariati secondi, palpabilmente tremante, nell’avvertire la tremenda paura di guardarlo di nuovo negli occhi, il prevaricante timore di non ritrovare più la forza di andar via da lui.

Ma ogni suo buon proposito sparì, si dissolse in uno sfavillio, e nella più totale incoscienza, inverosimilmente irriflessiva, Dea si volse languidamente verso di lui, con il cuore battente, ingovernabile, che era come se si fosse conficcato impazzito nella sua laringe.

Russell sollevò il mento e socchiuse le palpebre, dischiuse di poco le labbra ma non disse una sola parola. Lentamente mosse un braccio e le tese la mano, con il palmo rivolto verso l’alto, in taciturna ma spodestante attesa.

Dea a quel gesto sussultò, e con lo sguardo smarrito abbozzò un indugiante atto di protesta con il capo. «Non chiedermelo» lo impetrò, pianissimo, forsennatamente dibattuta con se stessa, ma lui seguitava a fissarla imperterrito, silente. Era ancora in attesa.

Però di punto in bianco lei si mosse. “Non posso resistere” pensò. “Non ci riesco…” E istintivamente posò la mano sulla sua, lui gliela chiuse affinché non gli sfuggisse più e l’attirò fulmineo a sé, bramoso di avvolgerla, godere di quell’essere che gli stava irreversibilmente rubando l’anima.

Affondò le mani tra i suoi capelli e con impeto la baciò, ansioso di sentirla dentro di sé, impetuosamente, noncurante di ciò che avrebbe potuto significare quel gesto, di dove avrebbe potuto condurli. Eppure, a dispetto delle sue onorevoli e sagge intenzioni, la cosa non lo sfiorò di un minimo, in via del tutto stupefacente, in modo enigmatico, assurdo, ma non gli interessava di niente e di nessuno, ora gli importava solamente di lei.

Seguitò a baciarla, a travolgerla per alcuni, lunghissimi secondi, oltremodo inebriato da quel sapore, immergendosi per intero in quella sensazione inenarrabile, indispensabile e spadroneggiante, ma di un tale sbaragliante da permettergli di vacillare.

Poi, tutt’a un tratto, lui abbandonò adagio la sua bocca per accostare le labbra ad un suo orecchio, anelante, pressappoco vaneggiante.

«Ma chi sei, Dea» le mormorò, con una così calda voce e sensuale che lei vibrò, racchiusa in un fremito di proporzioni maestose. «Da quale pianeta provieni.»

Dea socchiuse gli occhi e levò all’insù la testa, e Russell, usufruendo di quel discreto, seducente invito, le sfiorò il collo con le labbra, possessivo ma delicato, fremente, devolvendosi da sé un portentoso tremito. Il suo corpo principiò a rispondere inconsapevole, trascinato e invaso, sgominato da una trepidazione voracemente rincorsa, addirittura braccata, fino all’indefinibile delirio.

E lei bruciò di un impulso insopprimibile, gli circondò la nuca congiungendosi ad essa con foga, abbandonata e cosparsa su di lui, lui che a quell’invitante movenza, scivolò le mani lungo la sua schiena per raggiungerle i fianchi.

Penetrò con esse sotto il blazer e le risalì, con piena aderenza alla sua pelle, fino ad approdare al suo collo per stringerlo, per possederlo, chiuderlo con forza, attirandola vigoroso a sé per aderire integralmente ad un nuovo bacio, diventato travolgente.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *