UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 6

«Sai…» riprese lui, e Dea trabalzò. «Pensavo che fossi più giovane.»

«Ehi, ma che villano!» lo rampognò, in tutta risposta, con il proposito di scacciare via dalla sua testa quelle penose, avvilenti riflessioni. «Le buone maniere non sono il tuo forte, lo sai che non si toccano mai questi tasti, quando si parla con una signora?» Ma si accorse fulminea di aver espresso una vera e ridevole sciocchezza, sebbene in quel contesto lei stesse meramente giocherellando.

Russell era una persona estremamente rispettosa ed educata, alla pari di un autentico gentleman, e lei lo aveva gradualmente assodato durante lo svolgimento della serata, in più di una occasione.

Lo aveva osservato con cura, ma sempre di soppiatto, e in quell’istante rifletté su come lui avesse reagito alle varie situazioni, anche le più imbarazzanti e forse scomode, su come avesse conversato o risposto con garbo ad ogni persona che aveva avuto dinanzi, con piena disinvoltura, un fair play, una sicurezza di sé veramente invidiabile.

E certo era, che al di là della sua condizione economica significativamente auspicabile, per quanto rara, il suo modo di essere così umile e modesto lo rendeva proprio una mosca bianca in quel suo ambiente. E seppur lei non avesse nozione di come in realtà fosse, senz’altro non racchiudeva in sé simili personalità, così limpide ma prodigiosamente intriganti, a dir niente interessanti.

«Sai cosa intendevo.» E la guardò deliziato. «Il tuo aspetto non dimostra per niente la tua età, e ti garantisco che questa non è altro che una constatazione, sincera e disinteressata.»

«Ti ringrazio, anche tu» si sciolse, con un friabile sorriso.

Russell non afferrò. «Io, cosa?»

«Beh, non sei male, cioè, rispetto alle altre persone, sembri diverso» focalizzò lei, ritrosamente.

«Da loro, Dea, non da te, ma credo di avertelo già detto, giusto?»


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«Certo, ma tu… ecco, sei così misterioso, anche se sei vero, intendo, non fingi o menti, né ti atteggi, eppure non si capisce molto di ciò che pensi. Non sei così trasparente, come dici di ritenere me, e che comunque sono, in effetti.»

«Ti disturba che io sia così?» esplorò lui, interessato da quel suo riscontro.

«No, sinceramente no, anzi, mi piace quando un uomo lo è, è stimolante, avvincente, e mi piace scoprire piano una persona. Ho sempre tante cose da sapere, perciò non mi annoio, ecco perché forse io mi reputo alquanto banale da questo punto di vista» valutò, compiendo una piccola alzata di spalle.

«Oh, Dea, tu sei tutto fuorché banale, fidati» abrogò lui, scuotendo lieto il capo.

«Sì, però, se sai tutto di me, se già capisci tutto di me, che gusto c’è?» argomentò, dopo aver storto la bocca in una modica smorfia, un filino spiazzata dalla piega che aveva preso il loro discorso. Era piuttosto intimo per due persone che si conoscevano appena, o più che altro per come lei riuscisse ad esternargli serenamente l’interesse che aveva per lui, ormai lampante dalle ultime sue dichiarazioni.

«Magari, Dea, perché è l’esatto contrario, non si capisce affatto il tuo mondo segreto, bensì soltanto come ti senti, che cosa pensi di qualcuno o di qualcosa, ed è forse in questo che io e te siamo dissimili. Io oscuro i miei stati d’animo ma non i fatti concernenti la mia esistenza, logicamente perché sono alla portata di tutti e quindi combatterei contro i mulini a vento se cercassi di nascondere determinate cose su di me. O forse questa nostra diversità è dovuta puramente al nostro sistema di vita, per come siamo costretti ad essere nell’ambito in cui viviamo. È una questione di libero arbitrio che in alcuni casi non sussiste, per abitudine, per un semplice adeguamento all’ambiente che frequentiamo.»

Dea lo scrutò cogitante. «Dici che se vivessi in un ambiente come il mio, tu saresti come me?»

«È probabile, in quanto anni fa ero così, precisamente come te. Ci sono aspetti di me che ho dovuto soffocare per non permettere di farmi invadere nella mia essenza, per tenere qualcosa per me, di personale, per non dare tutto quello che sono, in sostanza per non vendermi, per non essere alla completa mercé degli altri. Nella maggior parte dei casi non lo meritano, ne approfitterebbero a loro vantaggio, per fare notizia, o anche solo per farsi pubblicità.»

Lei lo guardò comprensiva, un pochino dispiaciuta. «Deve essere dura vivere in questo modo, costringersi a non esprimere ciò che si è, il non essere liberi di esternare i propri sentimenti.»

«Già, è uno scotto abbastanza gravoso, però ormai mi sono abituato, perché per contro ricevo tanto altro, e non ti parlo di onori o denaro, successo, ma me stesso. Un po’ come te, che l’hai trovata viaggiando, che hai dovuto rinunciare ad altre cose ma che dopotutto non ti pesa. Insomma, vale la pena come scambio.»

«Beh, sì, in teoria, però certe volte non è facile, e mi ritrovo a dubitare se non sarebbe meglio l’opposto, per avere un po’ di tranquillità, un po’ di serenità.»

«Fa tutto parte del gioco, ma vedrai, in futuro raccoglierai i tuoi frutti, stanne sicura. E ti ritroverai ad un punto in cui gli altri ti ammireranno, se non invidieranno, per quello che avrai, per come sarai.»

«Cosa fai, il fattucchiere di secondo lavoro?» lo dileggiò lei, candidamente ironica.

Lui rise. «No, ma sono certo di non sbagliarmi, specialmente perché parlo per esperienza personale, in base ai tuoi presupposti, a quello che vedo e che sento.»

Dea lo contemplò ammaliata, suggestionata dalla pace e da quella rinnovata sicurezza che lui riusciva ad infonderle.

“Che peccato” pensò, subito dopo, forse aveva trovato il suo re e l’indomani non lo avrebbe più rivisto, si sarebbe dissolto come il più meraviglioso dei miraggi.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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