UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 6

«Allora, cosa studi, Dea?» Russell sviò la piega che aveva assunto la loro conversazione, deciso a non perdersi dietro ad inutili adulazioni e conoscere qualche aspetto differente di lei, la cui personalità gli suscitava un cospicuo interesse.

«Studio Psicologia alla California University.»

«Ah…» Era perplesso.

Dea s’incuriosì di quell’indefinita reazione, non arrivando per l’ennesima volta a capire che cosa Russell stesse pensando, se in sintesi fosse per lui un bene o un male questo lato di lei. «Ti sorprende?»

Russell mosse il capo per discordare. «Per la verità no, al contrario, sono impressionato, soprattutto perché è una bizzarra coincidenza, sai, anch’io avevo prescelto quel piano di studi, anche se dopo non ho terminato il college. Fare l’attore, per quanto possa sembrare meraviglioso, è un mestiere abbastanza faticoso, riesce a prosciugarti tutte le energie e ti lascia ben poco spazio per fare dell’altro.»

«Immagino, specialmente così, come lo fai tu» si ritrovò ad esternare lei, in un altro incontrastabile impulso.

Russell arcuò un sopracciglio, leggermente interdetto da quell’impensata dichiarazione, o piuttosto, da quello schermato apprezzamento. «E come lo farei, secondo te?»

«Andiamo, non sarai mica in cerca di complimenti!» lo schernì, fintamente derisoria, sempre propensa ad alleviare, per quanto possibile, la loro gradevolissima chiacchierata.

«Niente affatto, non si può piacere a tutti, desideravo solo sapere cosa pensi di me.»

«Oh, beh…» titubò lei, impacciata, arrossendo tenue per la timidezza che riscontrava nel dovergli manifestare le sue considerazioni. «Io trovo che tu sia fantastico, ogni tuo film che ho visto mi ha così coinvolta, che alle volte ho addirittura versato qualche lacrima di commozione. Riesci a trapassare lo schermo con il tuo carisma, ad entrare nell’animo altrui, sei capace di provocare delle emozioni talmente vivide e vere, da rimanere senza fiato.»


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Russell incamerò un lieve sorriso, era compiaciuto da quella sintetica, genuina valutazione su di lui, tuttavia, sempre più intrigato dalla presenza che gli sostava dinanzi, trasferì un’altra volta l’attenzione su di lei. «Invece tu, cosa vorresti fare da grande?»

Dea emise una sorta di ghigno, incupita. «Sì, da grande… come se potessi scegliere…» compitò, fastosamente caustica, e lui, per sovvenirla da quell’immediata, perspicua disillusione, le citò: «Ognuno di noi è artefice del proprio destino, basta volerlo.»

«Non è così semplice, Russell» oppugnò lei, sfumando in un tono sconsolato, palesemente depresso. «La mia strada è già segnata, purtroppo. Quando mi laureerò sarò costretta a fare un qualcosa che non voglio, che proprio non mi piace, però d’altra parte non si può avere tutto quello che si desidera, o se non altro pensare unicamente a se stessi. Troppe sono le cose, gli individui a cui dover rendere conto, specie se intendiamo vivere serenamente insieme alle altre persone, ridurre al minimo i problemi e gli impedimenti.»

«È per la tua famiglia? Sono i tuoi genitori che t’impongono determinate scelte?»

«Ti prego, non voglio parlarne» protestò, scrollando la testa maggiormente sconfortata, dato che alla fine cadevano sempre lì, dove lei non voleva categoricamente andare a parare.

«Dea, io non so quanti anni tu abbia, però sei abbastanza adulta da importi, per scegliere, e obbiettivamente possiedi delle ottime qualità, potresti fare qualsiasi cosa tu voglia. Di questo sono fondatamente sicuro.»

«E tu che ne sai?» si stranì lei, nel sospetto che Russell la stesse puramente lusingando e niente di più.

«Non ci vuole tanto a capirlo, e a mio avviso dovresti fare ciò che ti piace, anche se può risultarti doppiamente faticoso, ma almeno riceveresti delle considerevoli soddisfazioni e saresti veramente felice, magari anche molto fiera di te stessa. E ti assicuro, questo è un elemento da non sottovalutare, potrebbe condizionare tutta la tua esistenza.»

«Magari hai ragione, ma non sempre si può fare quello che si vuole e talvolta ci si deve inevitabilmente accontentare, in special modo se non si hanno le possibilità. Io ho più di trent’anni, Russell, e nella mia vita ho fatto solo che viaggiare, forse anche bighellonare, intraprendendo i lavori più assurdi per pagare i posti in cui sono stata, e di fondo non ho creato nulla, ho perso soltanto tempo.»

«Io non credo» confutò lui, risoluto, pur donandole un sorriso squisitamente confortante. «Hai creato qualcosa di molto bello e quel qualcosa sei tu, Dea. Non valutare le cose per pura deduzione, ogni professione può offrirti qualcosa d’importante, ma in conclusione è soltanto un’occupazione, quello che conta è il risultato, ovvero ciò che si diventa nell’intraprenderla.»

«Sei molto carino, Russell, ma ciò non mi aiuta. Sono ancora ferma in questo dannato limbo e non riesco a venirne fuori, per quanto io possa urlare e dimenarmi.»

«Tempo al tempo, il tuo momento arriverà, ne sono certo» la rinfrancò, con un sorriso stringente, scintillando il terso argento delle sue iridi.

Lei rimase a bocca schiusa, muta, finitamente intrappolata da quell’aria così rincuorante, e prese subito atto che la calma e la sicurezza di quell’uomo, la sua pace interiore e il suo fagocitante fascino, il fatto che lui sapesse alla perfezione quel di cui stesse parlando, erano tutti aspetti che miscelati insieme le donavano una copiosa, soave serenità, davvero una fiducia come pochi.

E si rese immantinente conto che l’aver accettato il suo invito a chiarire le cose tra loro era stato un grave, serio errore, anche se poi effettivamente non avevano chiarito nulla di ciò che era avvenuto al party. La situazione era rimasta invariata, e in pratica permaneva solo il poderoso e logorante trasporto che provava nei suoi confronti. Si stava sostanzialmente brutalizzando da sola.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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