UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 6

«Se hai perso il sentiero e non trovi più la tua favola, posso invitarti nella mia, se gradisci! Non è molto lussuosa, forse neanche tanto appetibile, però dopo un po’ ti ci abitui…» giocò Dea, forzando un allietato sorriso, allo scopo di risollevare gli animi che si erano piuttosto aggravati. «Ma in definitiva qualunque condizione ha i suoi risvolti negativi» contrassegnò, a mezza voce, incupendo repentinamente il suo timbro di voce, e senza neppure accorgersene.

Russell lo colse in pieno. «Sei felice, Dea?»

«Io, beh… in verità non lo so, è sempre tutto così veloce e frenetico nella mia vita, che non riesco mai a soffermarmi quanto basta. Non ho mai il tempo sufficiente per meditare sui miei stati d’animo, per capire quello che vorrei fare della mia esistenza, ma soprattutto di me. Solo di una cosa sono sicura…» Ed arrossì, sorridendo di straforo.

«C’è un principe nella tua vita, Cinderella?» le chiese lui, in affievolito tono carezzevole, nell’aver intuito a cosa la donna si riferisse, e lei adesso avvampò, centrata in pieno. Un’altra volta.

«No… non ancora, o può darsi che non arriverà mai, chi lo sa» si sfiduciò, un tantino melanconica. «È possibile che io sia un po’ troppo cresciuta per continuare a sognare, o magari sono diventata troppo esigente e quindi non ho mai scorto in nessuno quel forte batticuore che ti scuote l’anima, fino a farla quasi scoppiare di felicità.»

E si arginò, smarrendosi in un lampo nei suoi occhi, nel timore che Russell potesse intuire come lui, viceversa, fosse riuscito a scatenare in lei, in una forma così semplice e con una rapidità talmente sconcertante, quelle emozioni da tempo ricercate ma sempre sfuggite per un soffio. Ogni volta l’infausta realtà l’aveva fatta ripiombare a terra in un rintronante tonfo, sfiancata, nuovamente delusa di aver creduto in qualcuno che si era poi dimostrato diverso o, tutt’al più, manifestato per quello che in effetti era.

«Forse è vero che hai incontrato solo persone che non hanno saputo apprezzarti come si deve, però non perdere la fiducia, prima o poi arriverà» la rincuorò lui, addolcendo a dismisura il suo sguardo dal vivido argento pulsante.

«Già… chi di speranza vive…» parafrasò cinica lei, tentando salubremente di fugare gli occhi affinché Russell non arguisse il suo portentoso desiderio, la tremenda voglia che fosse lui l’uomo che stava aspettando da una vita.

E si sentì una stupida, giacché si era fatta incantare come una novellina, una sciocca bambina alla perenne ricerca del suo re. E la situazione da favola vissuta in quella serata che sembrava non avesse più fine, interminabile anche nel suo splendore, nella sua ineffabile magia, non aveva fatto che alimentare le sue prepotenti e perpetue aspettative, sin da quando aveva scoperto quanto bello fosse l’amore, quanto meraviglioso fosse amare ed essere amati sul serio, incondizionatamente.

«Comunque» si rianimò, da ultimo, effondendo un debole colpetto di tosse, determinata a ricomporsi in toto da quei ragionamenti distruttivamente imperanti, «non ritengo che siano state le persone che ho incontrato a non avermi apprezzata, probabilmente lo hanno fatto, anche se a modo loro. Ed è questo, il loro modo, l’amore che non è amore, capisci cosa intendo?»


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«Più di quanto tu possa immaginare» aderì lui, indirizzandole un’occhiata rattristata, forse abbattuta, ma in seguito vivacizzò i suoi occhi e amenamente le domandò: «Stai cercando di cambiare discorso?»

«Eh?» sobbalzò, presa in contropiede.

«Dea, tu sai tutto di me, o quasi, mentre io di te non so nulla, e per qualche strampalato motivo scivoli sempre in calcio d’angolo. Non avrai mica qualcosa da nascondere?»

Lei raggelò, ma prontamente si riconquistò, passandosi una mano tra i lunghi capelli in aria distratta, volontariamente casuale. «Non c’è molto da sapere. A vent’anni, dopo il primo anno di college ho lasciato la mia casa paterna per girare il mondo, per conoscere gente nuova, diversa, ma successivamente mi sono resa conto che quella che cercavo era soltanto me stessa. Solo da qualche anno sono tornata a Los Angeles per riprendere gli studi, e nel frattempo lavoro al Summer Season per sbarcare il lunario.»

«L’hai trovata?» s’intrigò lui, impressionato. «Voglio dire, te stessa.»

«Ci sto lavorando…» scherzò, ma non troppo.

«Sei incredibile…» commentò Russell, sempre più colpito. «E la tua famiglia cosa ne pensa?»

Dea s’irrigidì in un battibaleno, chinando impulsivamente lo sguardo, taciturna, inibita a tal punto, che lui socchiuse di poco le palpebre, riflettendo con attenzione su quell’atteggiamento ritroso. Ma per non manifestarsi indelicato, avendo celermente tratto le sue conclusioni, poco dopo congiunse: «Preferisci non parlarne?»

«Sì, se non ti dispiace, e non solo di questo, ci sono cose che vorrei dimenticare, proprio come te» generalizzò, cercando di esibirsi inflessibile, tuttavia quell’affermazione fu scortata da una schermata amarezza emersa dalla sua voce, comunque trasparsa per intero dalla sua espressione.

«Ok, magari sto esagerando» si limitò lui, nell’aver inteso il suo preponderante, anche se inspiegabile disagio.

«Beh, direi, mi stai praticamente facendo il terzo grado!» Dea si sforzò di sdrammatizzare, ma per prima cosa di non toccare tasti per lei d’assai dolenti.

La sua famiglia era di sicuro l’ultimo argomento di cui avrebbe desiderato parlare, specie con lui, considerando che potenzialmente quella era l’ultima volta che avrebbe potuto conversarci in una maniera così piacevole e gratificante. Non intendeva affatto sciupare una così memorabile occasione angustiandosi nel parlare di sé, o perlopiù nel ripensare a quella che era la sua vita, impervia e stabilmente circoscritta da saldi e insormontabili picchetti.

«D’accordo, cercherò di non calcare eccessivamente la mano» ironizzò Russell, per non gravarla, lanciandole una temperante occhiata divertita.

«A onor del vero, dovresti proprio ritrarla e frenare un po’. Io non amo parlare dei miei fatti personali, delle mie esperienze, e tu sei riuscito a carpire fin troppe informazioni» assodò lei, sentenziante e volitiva, seppur sostenendo un tono gioioso, all’apparenza spensierato.

«Ti fa paura, Dea? Hai paura che sapendo troppo di te, io possa farti del male?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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