UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 5

Uscirono dalla suite per indirizzarsi fuori dall’albergo, fortunatamente quasi deserto data l’ora tarda, e restarono in  silenzio per l’intero percorso, come se entrambi avessero preferito aspettare di essere comodamente seduti, faccia a faccia, prima di affrontare ciascun tipo di discorso.

Russell, appena giunti nella hall s’infilò il cappello e gli occhiali, con l’intenzione di occultare il suo volto, e quando furono nella caffetteria tese un biglietto da mille dollari al proprietario, richiedendogli gentilmente di chiudere il locale per un paio d’ore.

Di primo acchito quest’ultimo non lo aveva riconosciuto, efficacemente camuffato dal suo abbigliamento sportivo, ma allorché Russell si tolse gli occhiali, lo identificò all’istante e rischiò quasi un infarto. «Oh… signor Bowen, è davvero un onore. Cosa posso farvi servire?»

«Per me una tazza di caffè.» E voltandosi verso Dea che gli tracciò un cenno indicativo con il capo, lui riformulò: «Due tazze di caffè, grazie.»

L’uomo rimase gratificato da siffatta cordialità, e subito li fece accomodare ad un tavolo lontano dalle vetrate che ridavano sulla strada, per permettere loro di fruire di adeguata intimità.

«Mi scusi…» azzardò l’uomo, tentennante, quando servì di persona la loro ordinazione. «Non vorrei essere inopportuno, mi rendo conto che… insomma…»

«Certamente» lo interruppe Russell, garbato e bendisposto, intuendo quella che era la richiesta che l’uomo stentava ad elaborargli. «Le firmerò un autografo e se lo desidera, anche una dedica alla sua caffetteria.»

«Ah… è grandioso, sono veramente onorato, di solito è difficile trovare gente dello spettacolo come lei, così gentile e disponibile.» E guardò Dea, miniando con la testa un cenno di lauta approvazione. «Vi auguro una buona serata» si licenziò, scomparendo speditamente dalla loro vista.

Russell si tolse il berretto e si rilassò sulla poltroncina, sentendosi abbastanza provato per il garbuglio di avvenimenti intercorsi in un lasso di tempo così ridotto, e comunque anche per la differenza di fuso orario che ancora non riusciva ad equamente smaltire.

«Sei stanco?» Dea lo osservò comprensiva. «Non era una cosa talmente urgente, magari era preferibile che ti andassi a riposare, avremmo potuto parlarne in un altro momento.»


Advertisment

loading...

“O magari non parlarne affatto” aggregò nella sua mente, con un impercettibile sospiro, ben consapevole di sostare sull’orlo di un precipizio, che in sostanza si stesse annodando la corda da sé per farsi impiccare.

«Non preoccuparti, sono abituato a ritmi peggiori» sminuì, sempre amabile, ma in contemporanea effigiò un’espressione assai mortificata. «Dea» si avvilì, distintamente prostrato. «Mi dispiace di essere stato così istintivo, e se ti ho in qualche modo offesa, non era mia intenzione.»

«Lo so…» pispigliò lei, e Russell la scrutò oculatamente in volto.

«Ne sei certa?» la contraddisse, velatamente scettico.

«Sì, cioè… mi spiegheresti perché lo hai fatto?» si affrancò, guardandolo intimidita, poiché affrontare quell’argomento la imbarazzava atrocemente, sebbene fossero lì per quello, ma solo adesso si era accorta di non essere tanto sciolta, soprattutto pronta per intavolarlo.

«Te l’ho precisato prima, Dea, è stato più forte di me, e mi sono già sufficientemente rimproverato per essere stato così prepotente, non succederà ancora. Ti garantisco che non ti costringerò mai più a fare qualcosa che tu non voglia, non è nella mia natura.»

«Chi ti dice che io non lo volessi?» infirmò Dea, d’impulso, sorprendendosi lei stessa per quella dichiarazione così diretta, e orientò subito gli occhi verso il tavolo per non imbarazzarsi ulteriormente.

Lui rimase confuso, silente, istantaneamente interdetto dalla sua franchezza, e lei sospirando a iosa, «Forse sono io che ti ho inviato particolari messaggi, Russell, ed è probabile che tu ne abbia recepito qualcuno, anzi, direi tutti» addusse, proseguendo a serbare gli occhi reclinati in corrispondenza del tavolo.

A quelle parole, Russell adagiò morbidamente una mano sulla sua e lei sussultò a quel sensivo, conturbante contatto.

Innalzò il suo sguardo su di lui, e raccogliendo tutto il suo coraggio Dea principiò: «Io sapevo, o meglio, so che hai una relazione, ed è forse questo il fattore scatenante che mi ha condotta a reagire con tanta esagerazione. La mia stima per te è sempre stata grandissima, è incredibilmente aumentata in quelle poche ore che ti ho conosciuto di persona, e vederti comportare così, con una tale leggerezza, mi ha stupita e considerevolmente delusa. Credevo che tu fossi una persona affidabile, ma a quanto risulta ho preso un altro abbaglio.»

«Dea.» Lui ritrasse la mano e sorseggiò pensieroso il suo caffè. «Non voglio mentirti. È vero, sto con un’altra donna, da troppo tempo ormai, tanto da divenire una parte sostanziale della mia vita, siamo cresciuti insieme e ci siamo presi e ripresi per tante di quelle volte, che ho cessato persino di contarle. Abbiamo avuto altre relazioni, ma alla fine siamo sempre tornati insieme.»

Lei trabalzò sulla poltroncina e fece scendere di nuovo lo sguardo, spietatamente infilzata da quella lama acuminata, ormai cosciente che non avrebbe mai potuto sperare di stare con lui, ora più che mai.

Ma poi, quando mai avrebbe potuto sperarlo sul serio?

«Tuttavia…» Russell proseguì il suo discorso, intensificando in un bagliore l’argenteo dei suoi occhi. «…da quando ti ho incontrata qualcosa in me è cambiato, o può darsi che lo fosse  già da tempo, quindi è anche possibile che me ne stia rendendo conto soltanto ora, e magari tu mi sei stata di immenso aiuto, senza nemmeno saperlo.»

«E come?» s’incuriosì, con un fil di voce, esibendogli un’aria sconfortata.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *