UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 5

Dea esibiva uno sguardo timido e ritroso, intanto che lui le scrutava con discrezione la figura, e per non sentirsi in ulteriore imbarazzo, d’un tratto gli inoltrò: «Volevo riconsegnarti l’abito e il collier.»

Russell le rivolse un tenero sorriso. «L’abito puoi tenerlo, è stato acquistato espressamente per te.» Le tolse delicatamente il cofanetto dalle mani. «Questo lo restituirò domani mattina, alla gioielleria dell’hotel.»

«Va bene, grazie, scusa per il disturbo.» E mogiamente gli mostrò le spalle per congedarsi, desiderosa di scappar via da lui, da quelle incalzanti sensazioni che non riusciva a frenare, più di tutto quando lui la guardava in quel modo, con quel meraviglioso bagliore negli occhi che le impediva di vedere lucidamente attorno a sé, o più precisamente di ragionare.

«Dea.» E lei a quel richiamo si volse nella sua direzione, feralmente scossa da quel suo morbido tono suadente. «Ti va di parlarne?»

Lei stette immobile, con le labbra socchiuse, cercando di placare quel tumulto che non le dava più pace, ma dopo, decisa a serbare una determinata indifferenza, anche se piuttosto a fatica sostenne: «Non credo ci sia molto da dire…» Però la sua voce fu domata da una fulminea emozione, al solo pensare di trascorrere altro tempo con lui, specie nella suite, soli, lontani ed isolati da tutto il mondo circostante.

«Io invece credo di sì» obiettò lui, istoriando un’indulgente espressione sul suo volto. «Possiamo andare dove gradisci, se ti senti a disagio ad entrare nella mia stanza.»

«Beh…» indugiò, pur avanzando con schivo passo verso di lui, senza neanche avvertirlo. «A pochi passi dall’hotel c’è una caffetteria che rimane aperta tutta la notte, potremmo andare lì» gli prospettò, assalita da una repentina, elettrizzante vitalità, precipitosamente contenta di poter stare ancora con lui, conversare con quell’uomo che le stava facendo sfrenatamente perdere la testa o, con più esattezza, stava terminando di farlo.

«Ok, entra un secondo, devo cambiarmi, non ritengo sia il caso che io esca in smoking» stabilì lui, squadrandosi fino ai piedi, giacché l’unica cosa che aveva avuto il tempo di fare, soppresso com’era stato dalle sue perforanti riflessioni, era stata di sciogliere il papillon e di slacciare i primi bottoni della sua camicia.

«Io…» esitò lei, sulla soglia, timorosa che un evento analogo accaduto al party avrebbe potuto ripresentarsi, posto che stavolta difficilmente avrebbe saputo resistere.

«Non aver paura» l’agevolò lui, benevolo e armoniosamente rassicurante. «Non ti farò nulla, non intendo ripetere quanto ti ho fatto al party, anzi, scusami se ti ho messa a disagio, ma è stato più forte di me.»


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Dea fu attanagliata da una portentosa stretta allo stomaco, nel ripensare a quel bacio che l’aveva sommersa di molteplici sensazioni, quasi anarchiche per quanto straordinarie, e fu invasa da un sottilissimo senso di delusione, nel constatare che lui si fosse pentito. Forse non aveva provato ciò che lei invece aveva sentito dirompente, come un prepotente spasimo che le aveva tumultuosamente contratto ogni più esiguo filamento corporeo.

Entrò nella suite, sistemò il vestito su una poltroncina e sostò sull’androne, rigida, un tantino nervosa, mentre lui s’instradava verso la stanza da letto per potersi cambiare gli indumenti. Ma non appena scorse la sua figura che si muoveva nella camera, arrossì e d’istinto si dispose di spalle, con gli occhi puntati in corrispondenza della porta.

Russell si accorse del suo contegno, dell’imbarazzo che lei aveva avvertito in quella circostanza, e fu un’altra volta colpito dalla sua naturalezza, dall’innocenza che sprigionava anche attraverso un gesto similare, piccolo ma immensamente significativo.

S’infilò un paio di jeans e un giubbetto blu denim con il cappuccio, estrasse un berretto dalla sua valigia e un paio di occhiali scuri, ed uscì lestamente dalla stanza. «Eccomi.» E lei si girò per guardarlo, rimanendo all’istante senza respiro.

Era bellissimo.

«Andiamo?» la incitò, rilevando che Dea era rimasta statica, nel fissarlo con una insolita insistenza.

Lei sussultò e di nuovo s’imporporò, per aver espletato, seppur inavvertitamente, un atteggiamento così poco discreto. «Scusami, stavo pensando tra me, non intendevo divenire scortese.»

Lui inclinò il capo nella sua direzione e stilizzò un vellutato sorriso. «Dea, anche se tu lo volessi, dubito fortemente che tu possa essere scortese. Non ne sei capace.»

«Beh… io non vorrei mai esserlo, però può succedere, in particolare quando non mi sento a mio agio, e posso reagire sgarbatamente senza nemmeno rendermene conto, ma questo, credo che tu lo abbia capito…» annotò, porporeggiandosi lieve nel rammentare quello strepitoso bacio che le aveva permesso di reagire con una furia pressoché spasmodica. Già, perché probabilmente era stato ciò che aveva sentito in quell’ineffabile contatto ad averle scatenato una così violenta reazione.

«Sei troppo conciliante con me, Mister Hollywood, non starai mica cercando di compiacermi?» si restaurò, prestissimo, rallegrando in un colpo di ciglia la sua espressione, giusto per sviare l’imbarazzo scatenatosi da quei suoi prevaricanti pensieri.

«No, sei sempre fuori strada, Dea, sei incorreggibile» la riprese lui, ma con un amabile sorriso.

«Oh, sto solo in campana. In definitiva devo ammettere che ci sai fare, cioè, io onestamente non sono abituata ad essere trattata con una simile delicatezza, così come fai tu» palesò, ricambiando fievolmente quel dolce sorriso.

«Mi rincresce, ma presumibilmente hai incontrato soltanto persone sbagliate.»

«Sbagliate non lo so, però di ogni genere, sicuramente sì, e devo dire che tu sei unico nel tuo, di genere, non riesco mai a capire cosa ti passa per la testa…» considerò, scuotendo il capo un pochettino rintronata, nel non riuscire a comprendere come diamine ci fossero arrivati ad espletare quel ragionamento.

«Vieni, piccola sciocca, andiamo.» E lei sobbalzò, al sentire quelle parole così teneramente pronunciate.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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