UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 5

Russell era in piedi, sorseggiando un drink sul gigantesco terrazzo della suite riservata a suo nome, mentre contemplava la città riecheggiante e luminosa, ed era incontenibilmente disperso nei suoi pensieri.

Gli avvenimenti di quella serata, alcuni dei quali del tutto inaspettati, gli avevano devoluto una cospicua irrequietudine, lasciandolo abbastanza disorientato, ancor più confuso di come lo fosse stato il giorno prima, una volta partito da Newcastle.

Dea gli aveva donato dei momenti unici, davvero particolari per quanto singolari nel loro genere, e si era lasciato così irrefrenabilmente coinvolgere dalla sua spontaneità, dal suo essere forse incontaminato, da giungere persino a perdere il cosiddetto lume della ragione, a commettere gesti istintivi ed elevatamente pregiudizievoli per la sua immagine.

E questo dinanzi a milioni di persone, prima al Kodak Theatre dove non avevano fatto che parlottare tra loro in un atteggiamento spudoratamente intimo, dando inoltre ad intendere che ci fosse qualcosa di sentimentale fra loro, e poi al party dove l’aveva nientemeno baciata, infischiandosi altamente dei possibili commenti dei convitati che avevano assistito alla scena, nonché dell’eventualità che tali fatti, molto prevedibilmente, sarebbero usciti il giorno seguente in prima pagina, e senz’altro volgarmente distorti.

Eppure non era riuscito a controllarsi, cosa alquanto bizzarra, poiché si era comportato come il più impulsivo e irrazionale degli adolescenti, senz’alcun riguardo né tanto meno scrupolo, in special maniera nei confronti di Janice, che malgrado fosse stata la prima ad aver assunto un comportamento irriguardoso, non meritava lo stesso di essere offesa così pubblicamente. Ma del resto, nessuno lo meritava.

Così, quando giunse la telefonata di lei, come da accordi, benché fosse stato lui ad impegnarsi a eseguirlo, percepì dalla voce della donna un nitido, pungente rancore. Senza dubbio aveva assistito a gran parte della cerimonia, e siccome lui era stato uno dei vincitori, di sicuro era stato inquadrato dalle telecamere per più di una volta.

«Ti sei divertito?» gli rinfacciò, in un’impostazione risentita, infilandoci altresì una nota assai acida.

«Non è il termine corretto, però sì, sono stato molto bene» imputò lui, manifestando una certa casualità, anche un pizzico d’insofferenza. Non le doveva nessuna spiegazione, men che meno scusarsi per il suo comportamento, poiché in concreto la loro relazione era rimasta in sospeso, da quando lei, qualche tempo addietro, aveva esordito con quel riprovevole exploit.

«Eh! L’ho visto!» deragliò la donna, vistosamente inasprita. «Allora, non ti pare di aver esagerato? E poi, si può sapere chi diavolo è quella scimmietta insignificante che ti ha tallonato per tutta la serata?»

«Non ricominciare.» Lui s’innervosì, non gli stava affatto piacendo il suo tono, ed ancor meno il suo riferirsi a Dea con quella terminologia, che di certo in quella circostanza si era dimostrata di gran lunga migliore di lei. «E credo che quella donna sia ciò che, purtroppo, tu non sei. Una signora.»


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«Ah! Ma bene…! Vedo che ti è stata sufficiente una serata per sostituirmi. Sono costernata, non ti facevo così superficiale, anzi, materiale, gettarti a capofitto su una donna che neanche conosci e dimenticarti subitamente di me» lo etichettò, issando subito irritato il tono, senza neppure troppi ghirigori, dacché avvertiva che stava incominciando a smarrire il controllo della loro situazione.

«Se è per questo, avrei potuto farlo da tempo, Janice, e lo sai, quindi, per favore, per stasera lascia correre il discorso. Sono molto stanco, ne riparliamo in un altro momento, non ho voglia di ascoltare le tue recriminazioni, non adesso» la frenò lui, pressappoco veemente, ragguardevolmente infastidito.

Subito la donna si sospese in una particolareggiata pausa di riflessione, nel rendersi incisivamente conto di aver giocato male le sue carte. Non avrebbe dovuto reagire con una similare animosità, inquisitrice, soprattutto in questo preciso frangente dove Russell era irritabile a causa di quello che era accaduto tra loro, o più che altro per quello che aveva combinato lei, e l’uomo era chiaramente abbastanza confuso al riguardo, oltremisura insicuro sulla loro relazione.

«Sei solo?» perlustrò, infine, ammansendo la sua inflessione.

«Sì, Janice, sono solo.»

«Ok, dormi bene. A domani» si represse lei, per evitare di spingersi troppo oltre e di giungere dunque ad asserire qualcosa di sconsiderato, almeno non più di quanto avesse già attuato, pochi istanti prima.

Russell posò il suo telefono sul tavolo e non fece in tempo a meditare su quel breve dialogo, che udì bussare blandamente alla porta d’ingresso.

Consultò il suo orologio e verificò che fosse da un bel pezzo passata la mezzanotte. Per Warren era esageratamente presto, date le sue flagranti intenzioni su come trascorrere il resto della serata, o piuttosto, della nottata, mentre per qualsiasi altra persona era fin troppo tardi.

Stette un attimo in dubbio se rispondere, però una astrusa sensazione s’impadronì di lui e senza accorgersene si ritrovò ad aprire la porta.

E restò clamorosamente sbalordito, allorché si trovò innanzi Dea che lo fissava silenziosa e titubante, quasi intimorita. Era in abbigliamento casual, indossava un paio di jeans ed un blazer nero, e la ravvisò davvero incantevole in tale mise, semplice, ma comunque sempre deliziosamente attraente.

Scrollò il capo e sospirò, cercando di ricacciare quei suoi invadenti, eversivi pensieri, nel sottile timore di poter perdere nuovamente il controllo. Ma in un istante il suo sguardo fu attirato dall’abito che lei sorreggeva in mano, o meglio, che stringeva con trepida energia a sé, ottimamente sistemato nel cellophane.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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