UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 4

Ma rise di se stessa. Dopotutto non doveva niente a nessuno, e men che meno render conto a chicchessia di quali fossero le sue reazioni, peraltro giustificate, e se quella gente era fatta così, non era indiscutibilmente lei a doversi vergognare.

In fin dei conti quelle persone erano state scortesi e villane, e lei aveva detenuto il sacrosanto diritto di risentirsi e di difendersi, anche se così in malo modo, in una forma così poco signorile.

Si conferì una sufficiente dose di coraggio ed uscì dalla toilette con un aspetto più o meno ricomposto, decisa a non farsi sbreccare dagli ultimi episodi, anche se all’atto pratico le avevano stravolto la serata, una serata che fino a quegli istanti lei aveva creduto davvero speciale, fantastica, unica.

Flemmatica ma rigida attraversò la sala ed intravide Russell che stava conversando con alcuni individui. Aveva lo sguardo adombrato e si scorgeva nitidamente che faceva un po’ fatica a partecipare alla conversazione, pur serbando un atteggiamento cordiale e poco disinteressato.

Dea raddrizzò le spalle e mantenne la testa dritta, avanzando con somma, sbalorditiva calma verso il buffet, dove stava passando un cameriere che le offrì dal suo vassoio un calice di champagne.

Lei con un sorriso lo accettò e ne centellinò un paio di buoni sorsi, meditando che magari l’avrebbero aiutata a distendersi e a concludere con recuperata dignità quella stramaledetta serata. «Ma chi me l’ha fatto fare…» si commiserò, in tono bassissimo, ma di punto in bianco, udì una voce dietro di sé che la indusse a trasalire.

«Buonasera. Come mai è qui, sola, a bere champagne?» si interessò un uomo sulla trentina, sfoderandole uno sguardo affatturante.

«Fa bene ogni tanto arrestarsi a riflettere» semplificò Dea, distaccata, cercando di conservarsi indifferente, o più che altro salda sulle sue ginocchia, ancora ostinatamente tremolanti in seguito a quel bacio che per quanto detronizzante, tuttora lei faceva fatica a togliersi dalla testa, dal cuore, da ogni più piccola parte di sé.

«Ha ragione, questi eventi sono sempre così confusionari, che a volte per poco non ci si sente soffocare» omologò lui, forbito ma sottile, e le tese una mano per presentarsi. «Io sono Seth Wallace, è un piacere.»

Lei gli indirizzò un mogio sorriso. «Dea Sutherland, molto lieta.»


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«Allora, si sta annoiando?» rincarò, foggiando un ennesimo sguardo schiettamente malioso.

«Beh, non esattamente» brontolò, rituffandosi con la mente nei precedenti, turbinosi avvenimenti, impossibile annoiarsi in un contesto similare.

Tuttavia, persuadendosi che quattro chiacchiere con una persona sconosciuta l’avrebbero aiutata a non pensarci più, almeno finché la serata non fosse terminata, Dea procedé: «Stavo cercando di rilassarmi un po’, ma mi dica, anche lei fa parte del jet set di questa manifestazione?»

L’uomo sventolò i palmi in aria. «Oh, no, cioè, non ho vinto nessuna categoria. Faccio solo parte del cast del film che ha ricevuto la statuetta per la miglior fotografia.»

Cosicché intavolarono un discorso tendenzialmente formale, cosiddetto di rappresentanza, e Dea rimase intrigata dalla loro conversazione. Quell’uomo era corredato di una pregevole cultura e di una pacatezza così tonificante, che le infuse una buona razione di serenità, trovandosi coinvolta dalle cose interessanti che lui riusciva ad enunciare, proficuamente accompagnate da un discreto numero di calici di champagne, il tutto miscelato ben bene alla maniera di un autentico farmaco antistress.

Trascorse circa un’ora ed ancora erano lì, lui molto simpatico e gentile, anche piuttosto divertente, e lei pian piano rinvigorita e ritemprata dalla modulazione della sua voce e dall’affrontare discorsi estranei a quell’amletica situazione, assolutamente inattesa, in cui non era stata in grado di focalizzare le intenzioni di Russell, tuttora sibilline ai propri occhi.

Un paio di volte si era irrigidita, sentendosi gli occhi puntati contro, e voltandosi in quella direzione aveva adocchiato lo sguardo di Russell su di sé, come se riuscisse a penetrarle dentro mediante una sola occhiata. Riusciva a sentirlo persino di spalle.

Ad un certo punto intravide giungere Warren, abbastanza alticcio, che molto compitamente annunciò: «È ora di andare.»

Dea assentì con il capo e, rivolgendosi a Seth, gli tese la mano e pronunciò: «È stato un piacere fare la tua conoscenza, adesso purtroppo devo andar via.»

«Ah…!» esclamò l’uomo, alquanto deluso. «Mi dispiace, avrei gradito conversare ancora con te, spero di rivederti.» Ma in seguito si contrasse, avvistando sopraggiungere al loro cospetto anche Russell che esibiva un’espressione cupa, impenetrabile. «Sei venuta con lui…»

Lei trasalì. «Come dici?»

«Sei con Russell Bowen?» gagnolò, parecchio sfiduciato, nel rendersi conto di non aver speranze, qualora avesse dovuto competere con lui.

«Sì…» sillabò Dea, ondulando lieve, e d’istinto si voltò verso Russell, che la stava fissando con un’aria decisamente imperscrutabile.

Lei raccolse il suo sguardo e in quell’attimo Seth sparì dalla sua mente, sparirono tutti, l’intero universo, nel ritrovarsi catturata da quel colore argenteo iridescente e accentratore, dominatore.

Permasero a fissarsi per interminabili istanti, completamente soggiogati l’uno dall’altra, fin quando Russell, taciturno e sempre più imperscrutabile, le porse il suo braccio e lei, inconsapevolmente, suggestionata dalla calamitante aura che sembrava lo circondasse, si ritrovò aggrappata a lui che la conduceva verso l’uscita.

E restarono in silenzio, per la totale durata del tragitto in limousine diretti all’albergo.

Non appena furono dinanzi al grande ingresso, Warren, che aveva recepito una certa tensione e pertanto preferito tenere il becco ben chiuso per non complicare le cose, «Questo è per lei, miss Sutherland, il suo compenso per la serata» le esibì, porgendole in pari tempo un assegno.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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