UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 4

Dea dischiuse le sue labbra ma ne uscì soltanto un sospiro strozzato, dovuto al brivido che sentì percorrerla in ogni dove, nel tempo in cui scorse Russell approssimarsi a lei. Delicatamente le incorniciò il viso con le mani, carezzando la sua pelle in una maniera così inebriante, ammaliatrice, che lei vacillò, si paralizzò, plasmando un’aria sbigottita, vulnerabile, empiamente confusa dalle sbaraglianti sensazioni che le stava scatenando inesorabili.

Russell addolcì i tratti del suo volto, scintillando un fulgore indescrivibile dall’argento dei suoi occhi, e con una voce così vellutata e sommessa, di una sensualità talmente inaudita che la imbalsamò all’istante le mormorò: «È questo ciò che penso, Dea.» Avvicinò le labbra alle sue e gliele catturò in un soffio, dischiudendole in un bacio delicato ma appassionato, che lei non poté evitare di ricambiare, di accogliere, quando un inaspettato capogiro la investì e la obbligò ad aggrapparsi a lui.

Russell scivolò le mani fin dietro al suo collo e le fece scorrere lungo la discinta schiena tremante, sussultante al sentire quelle mani così calde e decise che la stavano scuotendo di morbidi ma suadenti tocchi, tanto da farla vaneggiare in un tafferuglio spasmodico di emozioni.

A quel delizioso tremore, lui l’attirò energico a sé, tendendo interi i palmi sulla sua pelle sempre più oscillante, inebriato e ghermito dal suo sapore, dalla dolcezza di quelle labbra, dalla morbidezza del manto vellutato che ricopriva a regola d’arte le fibre muscolari della sua schiena. E seguitò a baciarla per altri, interminabili secondi, stregato dal suo profumo, bramoso di sentire quell’epidermide così serica ed invitante, desiderabile a tal punto, da percepire in sé un imprevisto batticuore, turbato lui stesso da tanta intensità ricevuta in un contatto talmente semplice come quello di un abbraccio.

E dopo qualche combattuto attimo, Russell si separò da lei, tentando di riconquistare totale il suo self-control, ripristinare il suo battito e il suo stentato respiro, difficoltoso, così si lasciò cadere apaticamente le braccia lungo i fianchi per liberarla in completo dal suo autentico assalto. Però la guardò negli occhi con una tale energia da sembrare pura, ardente passionalità, che in meno di un barbaglio la fece di nuovo mummificare.

Nulladimeno Dea, in pochissimo tempo si risvegliò da quella specie di sortilegio, e man mano che la ragionevolezza stava riprendendo il sopravvento su di lei, quasi inorridì per quel gesto a parer suo ambiguo, infido, addirittura subdolo.

Lo spinse di forza lontano da sé e lo saettò sdegnata. «È questo che vuoi! Vuoi aggiungermi alla tua sterminata lista di cuori spezzati!»

Lui rimase senza proferir parola, ancora stordito da ciò che aveva provato nel momento in cui l’aveva stretta a sé, e lei, tutta in fremito, ansante, furiosa tracimò: «Questo non era nell’accordo, caro Mister Hollywood, farti da accompagnatrice non vuol dire che verrò a letto con te, è chiaro?!», tremando al pari di un minuscolo stelo posseduto da un possente, inarrestabile grecale.

Respirò a fatica, ed ancor più incollerita, «Io non sono come credi, o forse come tu mi vuoi… Dio, che delusione che sei…!» lo denigrò, e come una scheggia si voltò in corrispondenza della porta, trincerandosi al di là di essa.

«Questa poi…» boccheggiò, rimescolata e tremolante, mentre apriva il rubinetto dell’acqua fredda per spargersene un po’ sulla nuca affinché l’agitazione lasciasse il passo ad uno stato di integra tranquillità, se non altro un minimo di lucidità, anche se sapeva, era certa che sarebbe accaduto piuttosto a stento. Anzi, forse era nettamente impossibile.


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«Ma cosa crede, di poter giocare così con me… e per di più così semplicemente… Ma per chi mi ha presa?»

Continuò a strofinarsi energicamente la nuca, ciondolante, farneticante, senza riuscire a riordinare i suoi pensieri, tutti sparpagliati alla rinfusa, vorticosamente discrepanti tra loro.

«Perché mi stai facendo questo… perché…?» si affannò, depressa, via via più disincantata.

E si rese pietosamente conto di essere caduta nella sua rete, nientemeno di testa. A nulla erano valsi i suoi miseri tentativi di resistergli, di tenersi a distanza da qualsiasi eventuale trasporto nei suoi confronti, al contrario, era colata praticamente a picco, e in meno di dodici ore.

«Ma chi sei!» sbottò, all’improvviso, affinché tale scatto di rabbia potesse respingere quell’inaccettabile consapevolezza, allontanarla risolutivamente da sé per potersi convincere di non provare nulla per lui, che quella sensazione fosse meramente una rapida e fugace infatuazione che sarebbe sparita repentina, così come si era affacciata al suo cuore, lasciandolo comunque ferito, senza speranze.

Immise un corposo respiro e decise di riprendere il controllo della situazione, poiché sebbene si sentisse a dir meno confusa e agitata, doveva obbligatoriamente farsi forza. Doveva terminare con pieno decoro la serata, seppur seriamente compromessa, non soltanto dalla sua istintiva reazione alle parole derisorie nei suoi riguardi, ma primariamente dal conseguente bacio di Russell, che era come se avesse auspicato di porre la simbolica ciliegina sulla torta, allo scopo di farle perdere per intero la piena padronanza delle sue azioni.

Chissà se qualcuno l’aveva sentita gridare così, come una esagitata, come una donnetta di malaffare, scadendo in una condizione totalmente inappropriata per un evento di una simile portata, come una stupida ragazzina inesperta e ineducata.

E questo era ancor più imbarazzante di tutto il resto. Adesso si vergognava persino di uscire da quella dannata toilette, diventata oramai il suo rifugio, avrebbe desiderato rimanere lì finché il party non fosse finito e sarebbe sgattaiolata via, poco prima che tutte le luci della sala si fossero spente.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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