UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 4

Dea si diresse a scattanti, speditissimi passi verso i locali adibiti a servizi, in integrale scompiglio, ma di colpo si accorse che, a causa dell’ultimo tramortente momento vissuto, aveva dimenticato la sua pochette incustodita sul tavolo. E così invertì subito la rotta, sbuffando e ammonendosi furiosa per la sua adolescenziale reazione, che le aveva permesso di operare una simile disattenzione.

Ed era quasi approdata alla sua destinazione, allorché udì alcuni commenti davvero poco fini e scarsamente benevoli di Warren che, con la sua abituale impostazione di superiorità, si rivolgeva a quella Jenny. E Dea, discernendo limpide le sue parole, s’inchiodò impietrita, ferita.

«Russ è sempre il solito estimatore, è troppo sensibile al fascino femminile, ma addirittura una cameriera… Stavolta sta sorprendendo anche me.»

«Una cameriera…? Oh, buon Dio, Russell, questo da te, proprio…» lo stigmatizzò Jenny, palesandosi raccapricciata, pressoché nauseata, frattanto che Russell si conservava rigorosamente impassibile. «Ma dove l’avete pescata?»

«Lavora al Summer Season, e siccome non abbiamo trovato nessuna agenzia che potesse fornirci all’ultimo minuto una hostess per questa sera, le abbiamo proposto di accompagnare Russ per la premiazione, avendo valutato, con dovuta cautela, che non fosse tassativamente opportuno che si presentasse da solo.»

«Oh, guarda, a parer mio sarebbe stato preferibile che intervenisse da solo, sarebbe imbarazzante se si dovesse venire a sapere, in particolar modo dai giornali. Sapevo che eri un tipo originale, Russell, ma non fino a questo punto» lo disapprovò lei, altezzosamente sdegnata, celando a stento un robusto tono di riprovazione.

Russell emise un ghigno, però le sorrise tranquillo, piuttosto distratto, e Warren spiritosamente incrementò: «È sempre stato un temerario e un convalidato anticonformista, ecco perché alla fine è stato facile optare per questa soluzione raffazzonata. E poi per Russ una donna vale l’altra, insomma, basta che sia appetibile e che si sappia comportare in pubblico, anche se sono fermamente sicuro che punti parecchio più in alto, quando si tratta di fare sul serio», dandogli una pacca sulla spalla e scoccandogli in simultanea un’occhiatina maliziosa.

Russell sorrise di nuovo, ma questa volta perché rallegrato dalla buffa mina dell’amico. Tuttavia, siffatto atteggiamento fu radicalmente frainteso da Dea che s’imporporò in un modo violentissimo, oltraggiata, sentendosi biecamente sbeffeggiata da quelle persone, ma più di tutto da Russell, che non credeva potesse concretamente pensare quelle cose su di lei, denigrarla e canzonarla in base alla professione che svolgeva.

Respirò convulsa, disillusa, amareggiata, e in totale rigidità, compì gli ultimi passi nella loro direzione.

«Scusatemi» sibilò, filtrandone una nuance talmente tesa, che Russell trasalì e si voltò di scatto, trovandosi dinanzi la donna che lo stava fissando con una tale ostilità trapelante dalla sua espressione, negli occhi smoderatamente delusi e sfolgoranti una immensa, acuta amarezza, che lui restò interdetto e silente, immobilizzato.


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Dea agguantò la pochette, e socchiudendo le palpebre per forgiare uno sguardo oberato di risentimento, gli diede le spalle e si precipitò alla volta della toilette.

Russell si trattenne un secondo sconcertato, fermo, ma nella consapevolezza che Dea avesse ricevuto un’idea errata dalla scena appena assistita, si mosse ad ampi passi per tentare di raggiungerla, e poco prima che lei potesse varcare la porta della toilette, l’afferrò per un braccio e le disse: «Dea, non farti idee sbagliate.»

Lei lo fulminò con lo sguardo. «Io, non dovrei farmi idee sbagliate? E allora cosa significa quel teatrino a cui ho appena assistito? E voi dovreste essere gente di un certo livello? Degradare così una persona per il lavoro che svolge… ma chi vi credete di essere!»

Si divincolò dalla stretta ed arretrò di qualche passo, con il fuoco dentro, quasi boccheggiante, sempre più delusa. «Solo perché guadagnate tutti quei milioni svolgendo un lavoro diverso dal mio, non significa che siete migliori di me. L’essere prescinde dal livello sociale che occupa, vorrei ricordarglielo, signor Bowen.»

E con perspicuo, ingovernabile tremore nella voce, intanto che lui seguitava ad osservarla immobile, «A cosa è servito, eh? A cosa è servito mettermi tutta in ghingheri, se alla prima occasione non avete aspettato nemmeno un dannato secondo per burlarvi di me… oltretutto di fronte a quella donna… e chissà a quanti altri!» lo aggredì, porporeggiandosi il viso di genuina rabbia e debordante indignazione.

Immediatamente affiorarono sulle sue ciglia un paio di lacrime, ma subito le ricacciò, irremovibilmente decisa a non diventare patetica, dato che questa era l’ultima cosa da attuare in quell’ambito. Lasciarsi pervadere da una crisi di pianto, per di più isterica, era senza dubbio sconveniente, innanzitutto per la propria dignità, anche se ormai irrimediabilmente scalfita dall’ultimo doloroso frangente.

E prendendo atto che Russell non accennava a dichiarare alcunché, sollevò il mento e lo fissò proseguendo a tremare, inarrestabilmente scossa dalla collera, dall’incalcolabile disillusione che lui, scevro di qualsivoglia sensibilità o quantomeno delicatezza nei suoi confronti, le aveva generato dentro.

Russell si protraeva a guardarla con un’espressione intensa ma del tutto indecifrabile, e lei fu percossa da un fremito, nel sentirsi involta dal suo sguardo, ineffabile ma inquietante, sempre troppo maledettamente disarmante.

E si sentì smarrita, frustrata, nel non capire a cosa stesse pensando, al perché la guardasse in quel modo, perché non diceva nulla, lasciandola lì, sconvolta, impaziente, quasi a farla uscire di senno nel non renderle noti i suoi pensieri.

«Allora!» gli urlò per incitarlo, nel non sopportare il suo mutismo, più tagliente di una qualsiasi arida e meschina parola.

«Vuoi sapere cosa penso?» si riversò lui, d’emblée, e lei raggelò, nell’aver individuato una strana luce nei suoi occhi, ancor più enigmatica di quelle stesse parole.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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