UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 3

Quando giunsero al buffet, lui con garbo s’informò su cosa lei avrebbe gradito consumare, ma onestamente Dea non aveva nessuna voglia di mandar giù un solo boccone. Il suo stomaco era già fin troppo stipato d’irrequietudine, aggrovigliato da contrazioni varie che la vicinanza di Russell le provocava, per cui delineò un cenno di diniego con la testa.

«Grazie, magari dopo.»

A pochi passi da loro c’era Warren, il quale, sontuosamente impettito, col suo tipico fare borioso e atteggiante stava conversando animatamente con una rossa mozzafiato fasciata da un prorompente abito in lamé, e allorché si accorse della loro presenza, si voltò giubilante e canterellò: «Russ, ti ricordi di Jenny? Ero il suo agente tempo fa, finché non ha deciso di mandarmi al diavolo!»

«Andiamo, Warren» rimostrò la donna, protendendo con aria più che seducente il suo décolleté in direzione di Russell. «Non ti ho affatto mandato al diavolo, d’altronde il business è fatto così. Oggi a me, domani a te.»

E gli tese la mano. «È un piacere rivederti, Russell, e devo dire che sei diventato oltremodo attraente dal nostro ultimo incontro» lo decantò, ammiccante, sagomando uno sguardo a dir poco adescante.

Russell ricambiò la stretta e le prodigò un cordiale, ma neutro sorriso. «Ti ringrazio, è tutto merito di Warren» le menzionò, in tono vago, pur indirizzandole un’occhiata sarcasticamente insinuante.

L’uomo citato si pompò il petto all’istante, assai soddisfatto della frecciatina appena inflitta. Russell era proprio un ottimo amico, al di là del loro rapporto d’affari, e sapeva discretamente correre in suo aiuto, impiegando una totale classe, per non dire un savoir-faire unico.

Jenny non replicò ma sbuffò lieve, stilizzando un gesto di sottile sufficienza con il capo, oltre che arricciare la bocca in un esile ma snervato sberleffo. Russell, del tutto disinteressato al suo atteggiamento, si orientò invece verso Dea, che in quel momento si era nuovamente ritratta sulle sue, con lo sguardo interamente reclinato, non avendo nessuna cognizione di come comportarsi.

«È tutto ok?» Russell s’incuriosì, non riuscendo ad intuire cosa le fosse preso.

Lui non immaginava cosa stesse passando per la testa di Dea, la quale era rimasta alquanto impressionata dal comportamento di Russell diretto a signorilmente sgusciare da quella velata, seppur evidente offerta, ma principalmente da come lui apparisse agli occhi di un qualsiasi esemplare femminile, che perveniva nientemeno ad essere spudorato pur d’incontrare il suo interesse.


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Chissà quante ce n’erano in giro che non vedevano l’ora di mettere le mani su di lui, e in quel preciso attimo si sentì così piccola e insignificante rispetto a quello stereotipo di donna di un livello artistico e sociale indiscusso, sicuramente non il suo, che trasse un avvilito sospiro ed accennò una piccola smorfia dispiaciuta.

Russell rilevò quelle movenze, pertanto le adagiò una mano sulla spalla per confortarla da quell’improvviso senso di disagio che comunque lui non capiva da dove provenisse, e quando Dea issò il viso per guardarlo negli occhi, d’un tratto fu spinta con vigore da qualcuno dietro di lei, il cameriere che era goffamente inciampato sulla lunga tovaglia che ricopriva l’imponente tavolo del buffet.

A quell’imprevista propulsione Dea finì inesorabilmente tra le braccia di Russell, con i palmi puntati contro il suo torace, al fine di non perdere l’equilibrio su quei vertiginosi, scomodi tacchi a spillo.

Russell, appena la riscontrò sbilanciarsi, prontamente l’afferrò e la sorresse, serrando con decisione le sue braccia intorno a lei, e in una frazione di secondo si ritrovarono vis-à-vis, a nemmeno un palmo di distanza.

Dea reclinò totalmente il capo all’indietro per non scontrarsi con il suo volto, e in quella posizione le loro labbra furono così vicine, calamitate, che poterono quasi sfiorarsi.

Rimase immobile, nefandamente imprigionata dal bagliore improvvisamente comparso negli occhi di lui, lui che in un battito saldò il suo sguardo su quella rossa bocca, visibilmente conquistato dalla sensualità della curvatura che aveva assunto, dischiusa, come se fosse in attesa di essere catturata dalla sua.

Ma ad un tempestivo punto lei si sgomentò, avvedendosi del suo atteggiamento sin troppo invitante, e si separò rapidissima da lui, frastornata dal subisso di sovversive sensazioni che in pochissimi secondi l’avevano scossa, se non perturbata.

«Sono desolata… chiedo scusa, devo andare alla toilette.»

E si allontanò di gran volata, quasi sfrecciando, per rifugiarsi in un luogo isolato che le avrebbe concesso di riconquistare il suo autocontrollo, anche se purtroppo sapeva che non sarebbe stato così facile, no, proprio no…

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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