UN RAGGIO DI SOLE, Cap. 1

«Mi sta prendendo in giro?» si scombinò la donna, sgranando maggiormente le palpebre, nell’immediato sospetto che lo stesse immaginando, che quello vissuto fosse un mero gioco della sua fantasia. O forse, cosa più probabile, puramente uno scherzo di pessimo gusto.

«Non scherzo, però non si preoccupi, non le sto proponendo nulla di indecoroso. Abbiamo solamente l’impasse che nessuna delle agenzie con cui ci siamo messi in contatto, è in grado di fornirci una hostess in occasione della serata.»

«Mi scusi» si raffreddò lei, lanciando un’occhiata sarcastica a Russell. «Ma non può andarci da solo?»

Warren s’indispettì, e all’istante si riappropriò del suo fare formale, distaccato ed ancor più altezzoso. «Ritengo che questo possa anche non interessarle, signorina, non è necessario che le renda noto come svolgere un lavoro di pubbliche relazioni come il mio. Le sto semplicemente offrendo un’occupazione temporanea che le potrà risultare senz’altro redditizia, dal momento che supererebbe di gran lunga il suo onorario settimanale.»

«Warren, ora non esagerare» lo ammonì Russell, contrariato da quella sua rinnovata, insistente superbia. «Non mi sembra il caso di offendere, anche se così sottilmente la signorina. In fin dei conti ha l’intero diritto d’informarsi sulla natura della tua proposta, anch’io francamente ne sono alquanto stupito.»

E si avvicinò alla donna, porgendole la mano per presentarsi. «Io sono Russell Bowen, molto lieto.»

Lei ricambiò la stretta, e con un fil di voce che tradiva in pieno l’emozione di conoscerlo di persona accennò: «Sì, lo so chi è lei…» E sorridendogli tremula aggiunse: «Mi chiamo Dea Sutherland, è un onore per me fare la sua conoscenza.»

Russell le riservò un sorriso a dir nulla disarmante, e lei a quel gesto del tutto inaspettato, si porporeggiò subito come una ragazzina, abissalmente intimidita dal suo sensazionale fascino, dall’imparagonabile magnetismo di quell’uomo che di persona era davvero un mirabile spettacolo, molto più attraente di quanto lo si riscontrasse in video.

«È un nome originale» stimò lui, sfoderandole un nuovo affabile sorriso. «Se non sbaglio è italiano, scommetto che i suoi genitori avevano intuito come sarebbe diventata da grande.»

«No, ecco… mia madre è di origine italiana» gli enucleò lei, arrossendo ancor di più, inibita da un complimento così diretto, spiazzata a dismisura, nel subitaneo pensiero che la sicurezza che lui deteneva di sé, andasse ben oltre la cognizione della sua notorietà.


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Tuttavia si biasimò immantinente per essere stata fin troppo suscettibile al suo charme, neanche fosse stata una provinciale che non avesse mai incontrato una celebrità, e lì, in quella città, in quell’hotel, era una cosa che mediamente le accadeva ogni giorno.

«Bene, miss Sutherland, accetta?» sopravvenne Warren, consultando il suo orologio che avanzava impietoso.

«Io, beh, insomma… non saprei, non so se sono all’altezza» tentennò lei, fissandolo scombussolata.

«Per quello non c’è alcun problema» la incoraggiò Russell, fruendo di una cadenza oltremodo calda, plenariamente rassicurante. «Warren sotto questo aspetto è un vero artista, impiegherà relativamente poco per istruirla a dovere sul come comportarsi.»

«Allora» premé Warren, assumendo un tono risolutivo e fremente, nell’esaminare con impaziente insistenza le lancette del suo orologio. «A che ora finisce il suo turno?»

«Alle cinque.»

«Alle cinque!» si accalorò, stentoreo. «No, no, è troppo tardi, dobbiamo essere al Kodak Theatre per le cinque e trenta al massimo.»

E si mosse, agguantandola intraprendente ma sfrontato per un braccio. «Parlerò io con il direttore dell’albergo, farò in maniera che si liberi quanto prima, ho bisogno di almeno tre ore per organizzare il tutto. Venga, scendiamo immediatamente nella hall.»

«Ehi, ma…» Dea si agitò, sentendosi burrascosamente investire da quel turbinoso uragano.

«Ah, sì, mi scusi, non le ho comunicato la cifra» tossicchiò Warren, accorgendosi della gaffe. «Le possono andar bene mille dollari? Logicamente tutte le spese relative saranno a carico nostro, per l’abito da sera ed anche per la sua quota di duemilacinquecento dollari per il party a buffet, e la serata non si protrarrà oltre la mezzanotte, più o meno.»

E nel discernere l’espressione allibita e indugiante della donna, manifestando una certa irrequietezza Warren incombé: «Accetta?»

«Sì, accetto» capitolò lei, e l’uomo la praticamente trascinò fuori dalla suite.

A quella scena Russell rise di gusto, Warren era un vero ciclone, e in quel particolare frangente si sentì confortato dalla sua tempestiva dinamicità. Da quando era divenuto il suo agente, l’uomo aveva sempre risolto con grande destrezza tutti gli eventuali imprevisti, con assoluta e lodevole competenza, anche se a volte si perdeva in un cosiddetto bicchier d’acqua, per la sua eccessiva puntigliosità.

Poi ripensò a quella donna e provò un poco di compassione per lei, di sicuro l’avrebbe fatta poco meno che impazzire, come al solito. Warren era già ansioso di suo, figurarsi quando il tempo a disposizione era talmente ristretto, e talvolta aveva fatto tribolare persino lui, che di norma era una persona calma e lungimirante, sia nell’organizzarsi che nell’adempiere i suoi compiti.

Tuttavia le sue classiste considerazioni in merito alla donna lo avevano lasciato piuttosto perplesso, se non deluso, dacché non aveva mai neppure ipotizzato che Warren di fondo potesse essere di un tale bigotto, che operasse distinzioni sulle persone esclusivamente in base al loro lavoro. Però, ripensandoci bene, non gli era mai capitata l’occasione in cui poterlo appurare, avendo sistematicamente a che fare con individui del loro ambiente.

Ebbene, in sostanza sussistevano elementi più consistenti e senza dubbio più valevoli per inquadrare correttamente una persona nella sua natura, al di là di quale fosse la professione svolta, anche se chiaramente ogni essere umano era il risultato di ciò che faceva, di come impegnava la propria esistenza e di tutto ciò che ne faceva da sfondo.

Russell aveva scelto di fare l’attore, e non perché non fosse provvisto di una personalità specifica e percepisse la necessità di rivestire i ruoli più disparati per poter dar vita al suo essere, forse spento come tale della maggior parte dei suoi colleghi, bensì fondamentalmente perché, interpretando personalità differenti, ne avrebbe potuto permeare l’essenza, pervenendo perfino a provare lui stesso le emozioni dei personaggi che interpretava. Aveva prediletto quella professione perché, in definitiva, poteva divenire per lui un sistema per conoscersi e far emergere i molteplici lati di se stesso, ancora ai suoi occhi non limpidamente identificato.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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