SENZA PAROLE, Epilogo

Lei curvò le labbra in un sorriso gracile e candidamente ironico, nell’opportuno intento di stemperare quella traumatica vicenda.

A stento si legò a lui, circondandogli la schiena con le braccia tremule per raggomitolarsi al suo cuore, e armoniosamente, così melodiosa da farlo vibrare a dismisura bisbigliò: «Sei un uomo sposato, Damian, non dovresti dimenticarlo.»

Sì, ripeté le stesse parole che gli aveva pronunciato quel giorno, nel tempo in cui stavano per unirsi nella piena totalità, la prima volta in cui si erano amati.

E lui rimase ancora una volta affascinato dalla sua naturalezza e da quella forza, dalla mirabile carica vitale che risiedeva in lei, lei che anche in avvenimenti drammatici come quello appena vissuto cercava di carpire il risvolto positivo, in ogni cosa. E quel risvolto era il loro amore, infine riemerso e che non sarebbe mai più defunto, non sarebbe mai più stato fugato dai loro cuori.

No, non lo avrebbe mai più permesso, anche a costo della sua vita.

«Piccola sciocca, non è lei che voglio, sei tu.» Damian le frusciò di rimando le medesime parole che anche lui aveva enunciato in quel fatidico giorno, ritornando con la mente a quel momento, felice che ce ne sarebbero stati altri, moltissimi altri, ancor più meravigliosi.

Le accarezzò dolcemente una guancia, sereno e acquietato, ormai integralmente ricostituito dalla sua paura, potendo finalmente respirare con la prodiga tranquillità, godere di lei senza il minimo impedimento, lei che era viva, sì, Isabelle era tornata da lui.

E così, per sancire quella loro splendida, inenarrabile rinascita, Damian proferì: «Sandra è morta, anzi, forse non è mai esistita, e ora, da tempo, anche il mio matrimonio non esiste più.»

Isabelle lo guardò un po’ stordita, turbata da quella semplice confessione, e lui, sempre dolcissimo nel tono e nella sua magnifica espressione di amore incondizionato soggiunse: «Quando abbiamo fatto l’amore, Isabelle, il mio matrimonio era già finito, avevo appena firmato i documenti per il divorzio, e lo so che avrei dovuto dirtelo, ma pensavo che non fosse necessario. Pensavo che già il fatto di stare lì con te, a casa tua, dimostrasse ciò che sentivo, quello che avrei voluto costruire con te e per te.»

Lei seguitava a sentire soave, celestiale musica nelle sue parole, e lo fissava muta, credendo di essere arrivata in paradiso.


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«Isabelle, scusami, scusami se non ti ho mai espressamente detto tutto quello che mi passava per la testa. Perdonami se sono di così poche parole, ho solo creato dubbi nella tua mente consolidando decisamente i miei.»

Ora era avvilito, mortificato, sentitamente prostrato.

Ma lei gli sfiorò nivea e vaporosa la pelle del volto, rimanendone oltremodo inebriata, e gli donò un sorriso deliziosamente rassicurante.

«Non farlo, Damian, non chiedermi di perdonarti. Io ti amo per questo, per ciò che sei, per quello che non dici ma che mi trasmetti con tutta la tua anima, con i tuoi bellissimi occhi blu come il cielo in tempesta, magnifici. Non cambiare mai, ti prego, continua ancora, sempre a parlarmi senza parole» gli sussurrò, mielata e carezzevole, totalmente stregata da quella aurea espressione che le stava trasfondendo amore assoluto, puro, immacolato come la neve.

Lui le sorrise rapito, accendendo di vivida luce i suoi occhi dal luminoso, cristallino colore dell’oceano. «Sei sempre bellissima, il mio angelo. Mi hai salvato, Isabelle, nessuno mai ha fatto tanto per me, non lo dimenticherò.»

«No» protestò lei, posandogli le soffici, tremanti dita sulle labbra. «Tu hai salvato me, hai mantenuto la tua promessa, amore mio.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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