SENZA PAROLE, Epilogo

Damian si era letteralmente precipitato alla villa, era sicuro che la sua Isabelle fosse lì, in qualche stanza segreta di quello che gli sembrava un castello anziché una normale, seppur sontuosa abitazione.

Perlustrò in lungo e in largo tutta la casa ma niente, di Isabelle neanche l’ombra.

I federali, per il momento, avevano terminato il loro lavoro ed avevano condotto tutti gli abitanti della villa in centrale, la dimora era deserta e non si udiva il minimo rumore, nulla che potesse attestargli che lei si trovasse lì, ma poco dopo ebbe un’idea. Se l’avesse chiamata, lei lo avrebbe di certo sentito.

La chiamò una, due, dieci, venti volte, ma non ricevé alcuna risposta. Era di nuovo disperato.

Così, per riprendere fiato, anche per conferirsi rinnovato animo, si accostò ad una finestra che prospettava sul giardino, o più precisamente quella specie di vivaio retrostante alla villa. E, nell’osservare di sotto, perdendo i suoi occhi sconfortati in quel verde rigoglioso e variopinto, iniziò a sospettare l’inevitabile, temendo che il tenente Ripley avesse ragione.

Ma s’irrigidì. No, non doveva desistere, doveva seguitare a sperare. Isabelle era viva, non poteva essere morta, no, non poteva averlo lasciato.

Poi, in un attimo, il suo sguardo fu attirato da una figura sdraiata in terra, immobile. Era di spalle e non se ne scorgeva nitidamente il volto, ma più avanti avvertì un istantaneo, immensurabile brivido attraversargli impietoso la pelle, nell’istante in cui riconobbe quei capelli, i bellissimi capelli d’oro di Isabelle.

«Mio Dio, no!»

E scese così rapidamente le scale, tanto che in un palpito d’ali fu nel giardino, la chiamò, gridò il suo nome all’infinito ma lei non rispondeva. Era lì, inerme, riversa al suolo, senza testimoniare un solo, unico soffio di vita.

S’inginocchiò accanto a lei, sussultante, trafelato, l’avvolse con trepida delicatezza tra le braccia e la adagiò sulle sue gambe. Le scostò i capelli dal volto e le accarezzò teneramente la fronte, la guancia, la testa, e poi ancora, ripetutamente, affannato, dolorante, tremando all’impossibile, in preda alla paura, la terrificante paura di averla persa.


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«Isabelle…» la invocò, sempre più oscillante, sempre più disperso nella sua angoscia, augurandosi ardentemente che lei potesse sentirlo, che riuscisse a sentire il suo cuore, frantumato e vinto, sopraffatto dall’immane sofferenza, dal senso d’impotenza che gli impediva di sperare di poterla salvare, di sperare che lei fosse ancora viva.

«Isabelle, ti prego, Isabelle non lasciarmi…»

I suoi occhi erano stracolmi di dilaganti lacrime, devastato dall’insopportabile dolore, impossibilitato ad arrendersi, incapace di accettare l’idea che il suo dolcissimo angelo non sarebbe stato più con lui, che non avrebbe più potuto deliziargli l’anima mediante quello sguardo così puro e terso, quell’azzurro color del mare divenuto improvvisamente spento, vitreo, senza vita.

E seguitò ad invocarla, a supplicarla, a reiterare il suo nome senza tregua, ma lei serbava gli occhi chiusi, insisteva a non rispondere. Era immota e inanimata, e lui se la portò al cuore, stringendola forte a sé, tremando in un modo che davvero non si può spiegare.

«No, Isabelle, no!» Alla fine urlò, ogni speranza dissolta, ogni fiducia svanita, e si abbandonò a piangere come un bambino, zampillante, tra gemiti e spietate, logoranti lacrime, interamente distrutto, svuotato nell’anima.

Affondò il volto tra i suoi capelli e prese a singhiozzare, perseverando a pronunciare il suo nome, forse confidando, vaneggiando che tutto ciò che stava vivendo non fosse altro che un terribile, sanguinario incubo. Bramò con tutto se stesso di risvegliarsene, o meglio, che fosse la sua principessa a destarsi da quel sonno eterno, che tornasse da lui.

Ma a un tratto lei si mosse, seppur lievissimamente, di una scarsissima percettibilità, e Damian sollevò subito la testa per osservarla. Il volto completamente irrorato dalle lacrime, attese che lei si muovesse ancora, soggiogato dal fervido timore che fosse stata soltanto una sua mera sensazione, solo un suo prepotente, indispensabile desiderio per non cedere alla sua rassegnazione. Quell’accettazione che lo avrebbe inesorabilmente condotto a rinunciare a vivere, che lo avrebbe privato della sua stessa vita.

E Isabelle si mosse un’altra volta, dischiudendo a fatica le palpebre, le movenze lente e stentate, sensibilmente frastornata da quella grave caduta.

«Isabelle…»

Damian trattenne un attimo il respiro, nello scorgere ancora, finalmente, quell’incantevole diadema di luce che, proprio adesso, lui possedeva assoluta consapevolezza che lei sprigionasse attorno a sé. Lo vedeva davvero, non era stata una sua impressione come aveva immaginato all’inizio, quella lontana notte in cui l’aveva portata a casa sua per sanarle le ferite dopo l’aggressione di Mike, quella fatidica notte in cui forse si era accorto già di amarla, nonostante avesse cercato di dissimularlo a se stesso, di allontanarla quasi selvaggiamente da sé per non rimanerne travolto. E in quel preciso istante fu inestimabilmente felice di non averlo attuato, magari di non esserci riuscito, perché qualora fosse accaduto realmente, avrebbe dissipato l’ultima occasione della sua vita per amare ed essere amato, più di tutto da un essere simile, e in una maniera a dir poco divina.

E subito l’abbracciò, caldissimo e vibrante, la congiunse al suo cuore e la strinse a sé, con tutto l’amore possibile, con tutto l’amore che provava per lei.

«Isabelle, vuoi farmi morire, ho temuto che mi avessi lasciato.» E la guardò pulsante, adagiandole delicata una mano sul volto, toccandola per sentirne integrale il calore, inebriato, rinato… Era rinato.

«Ti amo come un pazzo, Isabelle, non lasciarmi ancora, non farlo più» mormorò, nel tempo in cui le lacrime gli scendevano giù, lungo il volto leggere, ormai libere da ogni dilaniante tormento.

«No, Damian, non lo farò, mai più» brusì lei, vividamente impressionata, e lo rimirò smarrita ma incantata, beatamente sconcertata da quella sublime visione, da quel risveglio che non avrebbe mai creduto di poter vivere, risvegliarsi tra le braccia dell’uomo che amava, che piangeva per lei in un modo così straordinario. L’unico uomo che avesse mai amato in quella maniera, quell’uomo che forse, per assurdo ma assai splendidamente, la amava ancor di più, di quanto lei avesse potuto massimamente sperare. «È la prima volta che ti vedo piangere, sei meraviglioso.»

Damian le spalancò i suoi occhi, di quel blu intensamente rischiarato dalle lacrime che gli inondavano l’anima.

«Sposami, Isabelle. Sposami e rendimi ancor più fortunato di quanto io sia stato, nell’averti incontrata.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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