SENZA PAROLE, Cap. 9

Avvistò Henry che, come di consueto, stava trafficando con la macchina del caffè, ed era visibilmente trascolorato, forse ancora non riusciva a riprendersi dai bagordi del venerdì sera.

Poggiò le sue cose sulla sedia e gli andò subito incontro. «Buongiorno, come va, stamattina?»

«Non chiedermelo» bofonchiò, e si passò una mano sulla fronte un po’ imperlata. «Ancora non riesco a far sparire quest’arpione che mi trafigge la testa…» si lagnò, inalberando un’espressione piuttosto avvilita.

«Ti abituerai» sogghignò lei, nel ripensare a quando Henry, tempo fa, le aveva pronunciato le medesime parole.

Henry si sbellicò, nel rammentare anche lui l’episodio, ma dopo un po’, diminuendo di colpo il tono le riferì: «Moore mi ha detto di recarti immediatamente nel suo ufficio, non appena fossi arrivata.»

«Ah… è già qui.» Lei esitò un secondo. «Me ne prepari uno? Torno subito.»

E, un pochino caracollante, s’incamminò verso la porta d’accesso al più infimo girone dantesco.

Bussò un paio di volte ed entrò, Damian era al telefono, ma quando la vide sulla porta interruppe all’istante la linea. «Ti chiamo più tardi» si congedò, assai cordiale, dall’interlocutore con cui aveva intrattenuto la sua telefonata.

Poi le eseguì un cenno di sedersi, lei tacque, attendendo che la miccia facesse detonare l’ordigno.

«Sono molto compiaciuto» espresse lui, in tono molto, molto professionale. «Devo rilevare che ha svolto proprio un ottimo lavoro, in mia assenza.»


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Lei non credeva alle sue orecchie, ma rimase lo stesso in zelante silenzio, aspettando il resto che senz’altro sarebbe sopraggiunto ben poco gradito.

«Ho avuto modo di parlare con alcuni dei responsabili dei vari settori» diffuse, alquanto impersonale.

Avuto modo…” Che voleva inventare, a chi voleva darla a bere… Sicuramente si era precipitato piano per piano ad informarsi dettagliatamente sul suo operato, senza dubbio per coglierla in errore e poterla di seguito stigmatizzare. Però non ci sarebbe riuscito, pensò, perché era certa di essere stata impeccabile.

«E devo dire, miss Kinsley, di aver avuto ragione su di lei, è una persona in gamba, perfettamente qualificata» legiferò, secco e ancor più formale.

“Finiscila!” s’inviperì lei, accalorata fra sé. “Hai sempre pensato che sono una buona a nulla, non attacca con me, Moore. Arriva al punto.”

Constatando che la donna non replicava e che non accennava a nessuna espressione decifrabile, Damian issò il mento e dissertò: «Sono sicuro che neanche lei si sarebbe aspettata tanto, spero che ciò l’aiuti a migliorare le sue prestazioni.»

Mosse lo sguardo in corrispondenza del telefono e ne impugnò il ricevitore. «Gradirei un caffè, se non le dispiace» le commise, invitandola con un gesto ad uscire.

Lei proseguì a rimanere in silenzio, non voleva certamente sciupare un così insolito evento, e si mosse con scioltezza in direzione della porta, decisa a godersi appieno questa piccola, ma grande vittoria.

Si diresse verso Henry che stava sfornando un altro dei suoi deliziosissimi caffè, e allorché gli fu dietro senza un ridottissimo rumore, lui, non avendo avvertito la sua presenza, si girò di scatto e sbatterono l’uno contro l’altra così vigorosamente, tanto che la tazza ebbe il rischio di cadere.

Fortunatamente Isabelle l’afferrò al volo, poi lo guardò con sincera comprensione. «Prenditi un cachet, ne hai bisogno. Questo lo porto a Moore, non preoccuparti, il mio me lo preparerò da sola.»

Entrò nell’ufficio e posò la tazza sulla scrivania, ma adagio si allontanò, avendo preso atto che Damian non le aveva rivolto la benché minima considerazione.

E si era appena accomodata sulla sedia della sua scrivania, che improvvisamente udì provenire dall’altra stanza un urlo strozzato e un’imprecazione, seguita da un richiamo fin troppo conosciuto.

«Miss Kinsley! Venga immediatamente!»

Isabelle si precipitò nell’ufficio di Damian e lo avvistò guardarsi inorridito il lembo della camicia sporco di caffè, mentre con una mano sosteneva la tazza che da un lato sgocciolava impietosamente.

«È mai possibile!» detonò. «Perché mi ha portato la tazza in queste condizioni? Non ho neanche una camicia di ricambio e non ho per giunta il tempo di andare a prenderne un’altra. Perché non fa più attenzione?» sbraitò, rigogliosamente infastidito.

Isabelle si fece un tantino interdetta, forse nello scontro con Henry il caffè aveva sbordato e lei, nel breve e veloce tragitto, non si era accorta che la goccia stesse scendendo lungo la tazza. Con spontanea tranquillità gli si avvicinò e con sinuosa grazia gliela sottrasse dalla mano, ispezionando nel frattempo la macchia.

Damian seguitava a guardarla spazientito e lei d’un tratto esordì: «Ci penso io, mi dia un minuto.»

E mentre si recava verso la toilette per prendere un asciugamano pulito, “Che roba!” s’indispettì. “Non è mica un bambino! Perché mai non ha controllato la tazza prima di bere?”

Dopo un intenso sospiro di rassegnazione, Isabelle ricomparve nell’ufficio, sorreggendo con le mani l’asciugamano che da un lato era asciutto e da un altro, in un angolo, era inumidito e imbevuto con un po’ di sapone liquido.

«Si alzi» gli dispose, con sapienti occhi rivolti verso il basso, e lui si sorprese di quel tono un po’ troppo autoritario, eppure si alzò egualmente, principiando ad osservarla con un’anomala, crescente intensità.

«Dovrebbe sbottonarsi» tossì lei, ancora con lo sguardo reclinato, porporeggiandosi di un fioco rossore, ma che le scomparve pressappoco istantaneo.

Pian piano Damian si sbottonò la camicia, mantenendole lo sguardo fisso, rigorosamente ignorato da Isabelle che, in quel soverchiante attimo, avvertiva innalzarsi in sé un ardente scompiglio.

«Questo è un vecchio rimedio di mia nonna» menzionò, conservando diligentemente gli occhi lontano dal volto di lui, così vicino da farle bloccare il respiro.

Infilò la parte asciutta dell’asciugamano sotto la camicia e per un secondo sfiorò la pelle calda di Damian, il quale ricevé un vaporoso sussulto al sentire quelle vellutate, fragranti dita su di sé.

Poi, con la parte intrisa di sapone lei strofinò leggiadramente la macchia, facendo estrema attenzione a non sgualcire l’indumento. «Vede, con questo sistema la macchia viene trasferita sulla parte asciutta dell’asciugamano.»

Diede un altro paio di piccoli colpi e rimirando il pezzo di stoffa, esaltata da una suprema soddisfazione per il suo eccellente operato, con un festoso sorriso cinguettò: «Guardi, è proprio una magia.»

«Sì» approvò lui, di un’improvvisa dolcezza, ineffabile. «È proprio una magia» soggiunse, ma la sua voce fu domata da una singolare, inaspettata emozione, inattesa più di tutto da se stesso. In quel momento si sentì arcanamente strattonato da essa, senza la minima possibilità che gli consentisse di osteggiarla.

Isabelle, udendo quella voce che le si addentrò nel profondo, fulminea e implacabile alla stregua di una specie di furibonda burrasca, trasalì all’istante ed elevò gli occhi su di lui, rimanendone a dir nulla intrappolata. Le tremarono le ginocchia.

Il suo viso le era così vicino che potevano quasi sfiorarsi, Damian la stava avvolgendo per mezzo dei suoi penetranti occhi blu, intrisi di ricolma sublimazione nei confronti di quell’essere adorabile. Era come se ne fosse soggiogato dalla sola vicinanza, e come un magnete si era soffermato a fissare quelle labbra, morbide, protratte verso di lui, quasi in attesa.

Lei rimase intorpidita e magnetizzata, ancora con le mani su di lui, e dischiuse sinuosamente le labbra, come per articolare almeno una parola che potesse risvegliarla da quell’incanto. Tuttavia non ne spuntò nulla, mentre Damian, che fino ad allora era rimasto immobile e con le braccia rigide lungo i fianchi, di punto in bianco, con una tale delicatezza che la fece sciogliere e rabbrividire al tempo stesso, le adagiò una mano sulla guancia e in un’impalpabile, ma disarmante carezza, le passò sensuoso il pollice sulle labbra.

Non riuscì a fermarsi, a controllarsi, e immensurabilmente attratto da tanta naturalezza, da tanta bellezza, socchiuse lievemente le palpebre, intensificando l’opalescente blu dei suoi occhi.

Chinò la testa su di lei.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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