SENZA PAROLE, Cap. 9

La serata avanzò tra rum e tequila fintantoché i due, che si stavano divertendo da matti alla maniera di due vecchi amici d’infanzia, con complicità quasi maschile, due ore dopo erano già stracotti, e quando Henry la avvisò a un dato momento di aver scorto Moore nel locale, Isabelle si lasciò sfuggire una scoppiettante risata.

«Meno male che sono io ad essere ossessionata!» debordò. «Anche tu cominci a vederlo dappertutto!»

Era incredibile, rimarcò lei, mandando giù l’ultimo sorso di tequila accompagnato da sale e limone. Damian riusciva a penetrare così poderosamente nell’animo delle persone da soggiogarle a tal punto, da farle sentire perseguitate.

Si fece un sorrisetto ironico sotto gli invisibili mustacchi e sollevò in aria il suo calice. «Ho qualche speranza, fa questo effetto a tutti, quindi vive la vie

«Cosa dici?» si stordì Henry. «Bah, non ti capisco! Comunque è qui, Isabelle, ricomponiti!» la implorò, preoccupatissimo nel vederla bere come un uomo, senza oltretutto accennare una ridottissima smorfia nell’ingurgitare quell’ultimo drink.

E stava iniziando ad essere irrequieto finché, inevitabilmente costretto, la bloccò e la fece voltare in corrispondenza del tavolo dove Damian si stava accomodando insieme a un tizio piuttosto esotico, scuro nella chioma e con la cute così dorata, che si avvide subito che fosse troppo naturale per essere abbronzatura, era senza dubbio la sua carnagione. Non era tanto alto ma emanava autorità e determinazione, dietro quei folti baffi neri si nascondeva un tipo veramente tenebroso.

Ciononostante la figura di Damian primeggiava in quanto a potenza, la giacca era sbottonata e il bottone sotto la cravatta allentato, unitamente alla cravatta stessa, ed esibiva un’aria serena e rilassata, un filino stanca, ma soddisfatta.

Isabelle si arenò e l’effetto di tutti quei drink scomparve in un nanosecondo. Prese all’istante coscienza del suo stato modicamente decoroso e si voltò di slancio dalla parte opposta, rapidissima, cercando di eclissare il suo volto.

Sembrava che lui non l’avesse vista, fatto parecchio insolito per un radar di tale portata, ma poi, irrigidendosi in un lampo, lo intravide avvicinarsi ed arrestarsi al cospetto di Stella per richiederle un’ordinazione.

Tuttavia, evento davvero insperabile per Isabelle, Damian non rivelò nemmeno un gesto comprovante di averla notata. Ritornò al tavolo e si accomodò di fianco al suo ospite.


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Lei sperò che tutto ciò non fosse altro che una maledetta allucinazione, ma in un tempestivo attimo si ammonì veemente. Era ridicolo convincersi di buoni propositi e dopo, alla prima impasse, miseramente non seguirli.

In fin dei conti era la sua serata libera, aveva svolto egregiamente il suo lavoro e, per l’appunto, era fornita dell’intero diritto di divertirsi.

Se fosse rimasta al Kursaal lui di sicuro l’avrebbe notata, considerando il suo stato ilare, per non parlare del suo aspetto che non poco attirava l’attenzione degli sguardi maschili su di sé. Bastava che muovesse un passo, che la maggior parte dei presenti si voltasse ad osservarla.

Non che Damian la infastidisse, non ve n’era neanche motivo, cionondimeno la sua presenza la poneva dinamicamente in ansia. Ma dopo, forse aiutata dalla sbronza, “Chi se ne infischia” aggiudicò fra sé, e perdurò a comportarsi come se lui fosse assente.

Henry la imitò, Isabelle gli donò il coraggio di non curarsene, e proseguirono la loro serata tranquillamente, si fa per dire.

Damian sembrò non dare peso alla loro presenza, anche se piuttosto rumorosa. Che li avesse intravisti era logico, ma non ne fece cenno alcuno, rimanendo loro perennemente di spalle.

Solo quando Isabelle si ritrovò costretta, per forza di cose, a recarsi in toilette dovendo inevitabilmente transitare a pochissimi passi dal tavolo dove i due uomini stavano conversando con un certo animo, accadde che, come se avesse avuto gli occhi anche dietro la testa, Damian, all’intercedere aggraziato di lei, si voltò a guardarla, fisso, lo sguardo fiero e penetrante, senza proferir parola, rimirando la sua andatura calma, sensuale e luminosa come un faro nella notte, intrigante come non mai.

Lei non poté evitare di raccogliere quello sguardo, i suoi occhi erano lustri e resi languidi dall’alcool, il quale le conferì, indubbiamente, la sicurezza necessaria per mantenerli fissi su di lui.

Damian seguitava a non parlare, e Isabelle non si arrestò nemmeno per un secondo finché, trovatasi a passargli accanto per superarlo verso la toilette, «Buonasera, miss Kinsley» debuttò, con voce più che affabile, tanto che lei s’irrigidì e rispondendo al saluto, velocizzò il passo trincerandosi oltre la porta.

Il cuore le batteva così all’impazzata, che le ci volle qualche ricostituente minuto prima di ammonticchiare tutto il suo coraggio per uscire ed affrontare di nuovo quei profondi occhi blu, più intensi delle stesse luci multicolori della sala. Eppure, con colossale sorpresa di se stessa, si ricompose ed uscì a testa alta, riconquistando la completa padronanza dei suoi gesti.

Comunque, restandovi un po’ perplessa, si accorse che il loro tavolo era vuoto, Damian era andato via. In quell’istante non seppe se ne fosse contenta, sollevata, ma la successiva stretta che le trascinò il petto, le fece lindamente evincere che ne era rimasta delusa.

Damian era così affascinante quando la guardava in quel modo. Per un momento aveva sperato che lui l’attirasse a sé e che la facesse volteggiare tutt’intorno, facendole girare la testa e il cuore.

Sorrise. “Basta sognare, Isabelle” si rampognò, e con placida disinvoltura raggiunse Henry, il quale fin troppo si era affondato in quella serenità che lei gli aveva trasmesso. Era già così su di giri, che aveva cominciato a ridere e a folleggiare con tutti senz’alcun tipo di ritegno.

Appena la vide lui l’afferrò per le spalle, spingendola in direzione della piccola pista vicino alla consolle, e la obbligò a ballare simpaticamente tra le sue braccia.

«Sei diventato un ciclone!» rise Isabelle, ed Henry, impacchettando una smorfia divertita strombazzò: «Balla con me, Isabelle! Lascialo stare quel bizzoso, non sa cosa si perde!»

Lei effigiò un ilare sorriso, tracciando un flebile gesto di consenso, e seguitarono a ballare, per quasi tutta la notte.

Il lunedì seguente, la Isabelle che si presentò nella hall della Karma Communication era irriconoscibile, effondeva una singolare luce intorno a sé, a tal punto che tutti i presenti si soffermarono con lo sguardo appuntato su di lei.

Il suo abbigliamento era doverosamente opposto a quello del venerdì precedente, pertanto lei s’interrogò sul perché di tanta attenzione manifestata. Aveva forse qualcosa fuori posto?

Cosicché, mentre seguitava a camminare, con l’aiuto dei grandi specchi sistemati lungo le pareti s’ispezionò discretamente la figura e consolidò che fosse tutto ammodo. Non era cosciente che gli ultimi eventi, quei giorni trascorsi a fare le veci del presidente, l’ammirazione che aveva scorto negli occhi di Damian, le avevano conferito una sicurezza non indifferente e un portamento che si confaceva al presidente stesso.

Quando si apprestò ad uscire dall’ascensore, affastellò tutte le sue energie per far fronte all’inevitabile scontro, l’atteggiamento refrattario di Damian che l’aveva vista comportarsi alla maniera di una squallida donna di bar, trincando come un uomo, per di più sventolando attitudini espressamente tendenti alla manovalanza.

Sapeva che gliel’avrebbe fatta pagare, Isabelle non aveva dubbi, in special modo perché lei non lo aveva degnato di alcuna considerazione, dimostrandogli schiettamente di ritenere la sua presenza del tutto marginale. Damian era pur sempre il suo capo, e tanta indifferenza e scarsissimo riguardo lo avevano di certo indispettito.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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