SENZA PAROLE, Cap. 9

«Buongiorno, miss Kinsley, sto partendo in questo momento per Il Cairo dove sosterrò un breve incontro d’affari e tornerò per il week-end. Le ho lasciato disposizioni sulla sua scrivania, faccia attenzione, sono convinto che se la caverà.» E terminò bruscamente la comunicazione, senza concederle l’opportunità di replicare.

La conosceva bene ormai, ragionò lei. Per evitare obiezioni di qualsiasi sorta, lui non faceva altro che porla dinanzi al fatto compiuto.

«Poteva almeno avvisarmi» recriminò, sommessa e alquanto infastidita, e nell’aprire la busta principiò a congetturare, a disperdersi nei suoi pensieri.

Damian stava partendo e sarebbe tornato per il week-end. Quindi era possibile che avrebbe unito le due cose, quel giorno era mercoledì ed avrebbe sicuramente approfittato del sabato e della domenica per una breve vacanza in un posto così suggestivo come l’Egitto, e magari in compagnia.

Ma sì, dopotutto se lo meritava, aveva bisogno di un po’ di riposo per alleviarsi il senno. Tutta quella pressione avrebbe potuto farlo esplodere e lei ne avrebbe immancabilmente pagato le conseguenze, perciò non si aggrottò più di tanto, ormai aveva stabilito quale strada intraprendere e non sarebbe più tornata sulla sua decisione.

Era solo il suo datore di lavoro, punto e a capo.

E quei due giorni volarono in un colpo d’ali. Lo aveva sentito solamente un paio di volte poiché Isabelle aveva deciso di rompergli le uova nel paniere il meno possibile, pertanto aveva compiuto i salti mortali per risolvere tutte le questioni amministrative senza interpellarlo più dello stretto necessario, seguendo alla lettera le disposizioni del documento che le aveva compilato.

In un paio di occasioni fu comunque obbligata a contattarlo, era pur sempre lui il presidente e c’erano cose che lei, nonostante la sua buona volontà e le sue capacità, non avrebbe mai potuto sistemare da sola.

Dall’altra parte dell’oceano Damian si era informato con circospezione su come si svolgesse l’andamento dell’azienda in sua assenza, e quando aveva percepito un’eccessiva tranquillità nella voce di Isabelle: «Non si preoccupi, me ne occupo io, può concentrarsi senza problemi», lui aveva esitato per qualche secondo, ma successivamente si era affidato senza troppe parole e non l’aveva neanche più rintracciata per sincerarsene.

Era giunto il venerdì pomeriggio e Isabelle, abbastanza affaticata da quelle onerose responsabilità, decise che per quella sera sarebbe uscita ed avrebbe fatto tardissimo. L’indomani sarebbe stato sabato, e grazie alla domenica seguente avrebbe avuto tutto il tempo per recuperare. Una serata di gaudiose follie l’avrebbe senz’altro distolta dagli enormi fardelli gravati sulle sue spalle, magari si sarebbe anche presa una bella sbronza e divertita come ai vecchi tempi.


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Mentre si stava organizzando per abbandonare l’edificio incrociò Henry, sconvolto più di lei, che stava indossando la sua giacca precipitandosi verso l’uscita, come se anelasse fuggire dallo stabile.

«Che stress questi ultimi giorni…» La guardò a corto di fiato. «Anche per te, non è così?»

«Oh sì, a chi lo dici!» declamò lei, frizzante ma comprensiva. «Stasera andrò di sicuro a far bisboccia e tanti saluti alle buone maniere!»

«Farebbe bene anche a me, pensandoci bene» abbozzò Henry, pensieroso. «Tu dove vai?»

«A TriBeCa, di corsa e senza neanche pensarci un attimo!» schiamazzò, avendo recuperato intera la sua verve, forse al pensiero di trascorrere una ludica serata all’insegna della spensieratezza e di un buon sano entusiasmo.

«Sì, e in quale locale?» replicò lui, palesemente interessato.

«Il Kursaal.»

«Ah! E ti fanno entrare? Io, quelle rare volte in cui ci sono andato, ho patito delle fila estenuanti e sono rimasto lo stesso a bocca asciutta!» canticchiò, seppur dispiaciuto e sospirante.

«Puoi venire con me, se vuoi» gli suggerì, e l’uomo ravvivò in un baleno la sua espressione.

Isabelle ponderò che uscire con Henry non sarebbe stata una cattiva idea, d’altronde era una persona assai divertente e, innanzitutto, estremamente cordiale e discreta.

L’uomo non si era mai permesso di accennare un minimo di avance nei suoi confronti, l’aveva sempre rispettata e trattata con assoluta professionalità, perciò non ci sarebbero stati pericoli se fosse uscita da sola con lui. Tanto al Kursaal tutti i suoi amici sarebbero stati intenti a fare altro, essendo di venerdì sera, e lei sarebbe rimasta nella maggior parte del tempo al bancone, cercando di liquidare qualche figlio di papà che tentasse di rimorchiarla.

E, inoltre, Henry era stato molto disponibile nel sostenerla per affrontare i primi giorni del suo nuovo lavoro, per farla ambientare, e le era corso in aiuto più di una volta. Questo era il pretesto adatto per poter ricambiare.

«Possiamo vederci lì verso le dieci, se ti va. E prepara già due aspirine per domani mattina, perché stasera ho intenzione di esagerare e tu, da buon cavaliere, sono sicura che non ti rifiuterai di farmi ottima compagnia!» lo pungolò, sguainandogli un altro ludico sguardo.

«A dir la verità, anch’io ne avevo tutta l’intenzione!» Lui iniziò a ridere di gusto, e congiuntamente si avviarono alle proprie autovetture.

«Allora, a più tardi» le ribadì Henry.

«A dopo» rinsaldò lei, immettendosi nel traffico esagerato di quel promettente venerdì sera.

Era sicura che avrebbe trascorso una piacevolissima serata con Henry, era un tipo brillante e per niente ambiguo, adorava la sua limpidezza e la sua spontaneità. E se poi si fosse spostato troppo oltre, doveva metterlo in conto, non si sapeva mai, annebbiato dall’alcool e dall’atmosfera notturna newyorkese, lo avrebbe comunque tenuto a bada. D’altra parte non lo ravvisava come un tipo insistente, al contrario, era piuttosto dignitoso e non si sarebbe mai lasciato andare a volgari blandizie.

Così, al termine dei suoi preparativi per la serata il suo abbigliamento non parve affatto morigerato. Indossò una cortissima gonna in raso bianco, lucido ed elasticizzato, e un top in lamé argentato che le lasciava la schiena completamente discinta, a parte quei piccoli lembi di stoffa che gliela cingevano per sorreggere l’indumento, e s’infilò ai piedi un paio di scarpe dal tacco e zeppa trasparenti.

Chi l’avesse vista l’avrebbe di sicuro presa per una ballerina di lap dance, ma ciò era di poco conto, in quanto le persone di cui aveva a cuore l’opinione non erano certo quel genere di soggetti che ritenevano, in base alla proverbiale asserzione, che l’abito facesse il monaco.

Quando Henry la vide si lasciò sfuggire un sonoro wow!, ma non si mosse oltre che rivolgerle un gradito complimento ed entrarono nel club, gentilmente accompagnati da Jack. L’uomo era così eccitato che sembrava uno scolaretto, per anni aveva desiderato entrare in quel locale così selettivo, e non ringraziò mai abbastanza Isabelle di avergli permesso di essere lì.

«Devo ringraziare te» aveva precisato lei. «Sei sempre stato molto gentile con me, fin dal primo giorno in cui sono entrata alla Karma e sinceramente non so se, senza di te, sarei riuscita a farcela.»

«Non dire balordaggini, Isabelle! Tu sei un vero portento, sfido chiunque a trovare qualcosa che tu non riesca a fare!»

E Isabelle, a quell’inaspettata replica, era rimasta un po’ spiazzata, se non sbalordita, meditando che, alla luce dei fatti, il suo nuovo amico non la conoscesse neppure di una virgola. Sì, perché quando lei si reputava incapace di far fronte a una data situazione, nuova nel suo genere, o allorché si sentiva inferiore alle persone che la circondavano, si chiudeva subito a riccio intimidendosi a dismisura e combinando una marea di danni.

Lui le aveva devoluto la forza per reagire, e presumibilmente era proprio l’opinione di Henry ad averle donato occasione di acquisire più sicurezza e fiducia in se stessa.

Comunque Isabelle aveva preferito non puntualizzare il discorso, sarebbe diventata patetica, quasi come se fosse in cerca di lusinghe nel mostrarsi esageratamente umile. E poi non voleva buttarsi giù così, se Henry serbava quell’idea sul suo conto, non poteva altro che recarle piacere.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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