SENZA PAROLE, Cap. 9

Isabelle si preparò ed uscì. Passando nei pressi della casa di Damian, non poté fare a meno di sbirciare e rilevò, con lauta meraviglia, data la coincidenza, che in quell’istante lui era dinanzi all’elegante portone d’ingresso, intento a digitare il codice di sicurezza mentre discuteva piuttosto infervorato al suo telefono cellulare.

Con un guizzo si voltò dalla parte opposta, affinché l’uomo non si accorgesse che lei girava da quelle parti. Non voleva mica fargli pensare che fosse controllato a vista!

In tutta fretta svoltò con l’auto verso la stradina dove si trovava il Kursaal, e in quattro e quattr’otto si ritrovò al bancone, chiacchierando del più e del meno con Oscar, che le aveva amichevolmente offerto un drink.

«Allora, quello è il tuo nuovo capo» irruppe Oscar, facendole andare di traverso il sorso di Gin Tonic. «Com’è?»

«Anche tu…» si accigliò. «È mai possibile che ognuno di voi mi chieda in continuazione come sia Moore? È un essere umano, una persona comune come tante altre.»

«Beh, non ne sono sicuro!» rettificò l’uomo, enfatico e smagliante. «È una sorta d’immagine sacra a Manhattan, direi senza esagerazione per l’intera New York, o addirittura per tutti gli Stati Uniti!»

Oscar la vide spazientirsi e arrivò al dunque, raffreddando il suo impeto: «Lo chiedevo perché negli ultimi tempi l’ho visto qui spesso, cosa che in passato accadeva di rado, stranamente, cioè, considerando che abita a pochissimi passi da qui.»

Isabelle si mummificò e l’uomo incalzò: «Ma se non vuoi parlarne… Non è che stesse cercando te?»

“Eh sì, proprio!” si sbertucciò lei, fra sé, rimanendo ancora in silenzio. Non voleva sbilanciarsi con lui, era un caro amico, veramente molto disponibile, ma era rinomato per la sua terribile linguaccia e Isabelle non gradiva di un’unghia che Oscar potesse elaborar commenti inappropriati, specie al cospetto di alcune persone che avrebbero potuto agevolmente fraintendere.

In fin dei conti Damian stava vivendo una situazione difficile con la moglie e c’era, tra l’altro, il pericolo che potesse perdere la sua società. Non era il caso di peggiorare il tutto per opera di questo genere di pettegolezzi, quindi Isabelle non intendeva affatto scendere in particolari, né fargli capire il tumulto che le tiranneggiava dentro, fargli intuire la sua segreta speranza che davvero Damian si fosse recato lì per lei.


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«Scusa ma non mi va di parlarne. Sono qui per rilassarmi, Oscar, gradirei non discutere di lavoro» preferì dire, per sviare l’ipotesi.

Però, non appena rimase da sola di fronte al suo drink, Isabelle invitò Stella in disparte e a voce smorzata, per quanto attuabile considerata la confusione, «È vera questa storia, che Moore è venuto qui nelle ultime sere?» fremé. Ma invece di concederle la facoltà di rispondere, «E… chi c’era con lui? Ti sembravano incontri d’affari?» la pressò, esagitata e smaniosa.

«Tesoro…» faticò, nel sentirsi autenticamente sommersa da quella caterva di domande. «Pensi sul serio che qui si possano svolgere incontri d’affari? Di solito si opta per un pranzo o un aperitivo, non si sceglie un club dove, per parlare, bisogna accostarsi di una spanna all’interlocutore.»

Tuttavia Stella immaginava quale fosse la risposta più bramata dall’amica, voleva sapere se la compagnia dell’uomo fosse stata femminile. Se ci fosse stata la moglie assieme a lui.

«Per quanto, devo supporre che tutti i suoi ospiti, poiché ha sempre pagato lui, non fossero certamente suoi amici, dall’aspetto erano senza dubbio suoi collaboratori» chiarificò, cercando di non imbarazzarla nell’adottare termini erronei nella sua esposizione.

«È stato qui anche stasera, era solo» le riportò, attardandosi qualche secondo su quest’ultima parola. «Ha ordinato un Irish Coffee e dopo averlo consumato è andato subito via. Aveva un’aria parecchio pensierosa, è forse successo qualcosa?»

«Sì, avevi ragione, intendo, sull’azienda. C’è pericolo che possa perderla.»

Era stato lì. E lei lo aveva mancato per poco, ma tutto considerato cos’avrebbe potuto dirgli casomai lo avesse incontrato? Non era provvista di nessuna argomentazione valida per intrattenere una conversazione con lui, avrebbe innegabilmente toccato dei tasti dolenti ed avrebbe aggravato le cose, più di quanto non fossero già.

Poi le venne in mente Sandra. Damian non era con lei questa sera, o magari lo stava aspettando in casa, chissà.

Ma ricacciò quasi fulminea questo pensiero, era il momento di piantarla col farsi del male, si stava torturando da sola. La sua vita doveva prendere una svolta, doveva perentoriamente cambiare strada.

E mentre era alla guida della sua auto per tornare a casa completò la sua riflessione, prendendo una decisione che sarebbe stata definitiva: avrebbe smesso di pensare a Damian Moore, a Sandra Duvall, alla Karma ed anche a Mike, al diavolo!

Le stavano consumando tutte le energie, impedendole così di condurre una vita sana e tranquilla, già era complicata di suo ed era indispensabile non ingarbugliarla ulteriormente. Avrebbe affrontato queste vicende con distacco, senza farsi sbeccare più di tanto, trasformandosi in una semplice spettatrice al di fuori del grande schermo.

Ed avrebbe anche smesso di tormentarsi e farsi problemi per quell’uomo, per l’idea di lei che quel dannato perfezionista aveva imbellettato nella sua mente, anzi, si sarebbe infischiata delle sue pretese. Non poteva continuare ad assecondarlo unicamente per ottenere la sua approvazione.

In fondo era un uomo, non un Dio, e se non gli andava a genio il suo stile di vita o come dirigesse la sua esistenza, sarebbero stati solo fatti suoi, non la riguardava più.

Così, aprendo la porta di casa si sentì soavemente più libera. Aveva finalmente smesso le catene invisibili che Damian le aveva infilato dalla prima volta in cui aveva posato il suo sguardo su di lei, seppur in maniera involontaria, o forse no, ma comunque in quell’istante stabilì inoppugnabilmente che avrebbe recuperato la sua combattività, in caso quell’essere a dir meno petulante avesse ripreso a tampinarla per mezzo dei suoi rigorosi principi del cavolo, neanche fosse un prete.

Ed avrebbe reclamato chiarezza, se lui era fornito di una segreta, meschina opinione su di lei, o se era a conoscenza di un fatto scottante della sua vita che non gli sconfinferava più di tanto, era sopraggiunto l’ineluttabile tempo di spiattellarglielo, anche a muso duro. Non le interessava più, almeno la facevano finita con tutte quelle frasi ambigue e quegli insopportabili giochetti.

Aveva bisogno di respirare aria pura e di combattere il nemico conoscendo le sue armi, le sue idee, o più precisamente le sue amare presupposizioni. Non ne poteva più di fingere.

Isabelle quella notte era riuscita a riposare, o meglio, aveva dormito proprio gustosamente, come non le riusciva da tempo, e il mattino seguente, nell’alzarsi dal letto, avvertì una prorompente serenità avvolgerla. Non avrebbe mai previsto che sarebbe stato così facile.

Decise di prendere l’auto, era ora di ritornare a pensare con la sua testa, come aveva sempre attuato.

Giunta in ufficio, notò che Damian non era ancora arrivato. Strano, rifletté, di solito era il primo a valicare la soglia dell’edificio, un vero stacanovista.

Mentre stava avviando il sistema operativo del computer alla sua scrivania, scorse su quest’ultima una busta chiusa che riportava il suo nome e, poco sotto, la dicitura riservato. Quella era distintamente la grafia del presidente.

Fece per aprirla, allorquando il telefono squillò. Era lui.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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