SENZA PAROLE, Cap. 8

Sandra era saldamente convinta che Damian l’amasse troppo per non sorvolare su un incidente talmente irrilevante, perciò gli avrebbe dichiarato di essersi sentita sola e di essersi consolata tra le braccia di qualcuno capace di donarle più attenzioni. Ma ora tutto era franato.

Adesso quel qualcuno aveva un nome, un volto, e Damian era a conoscenza di tutti i dettagli. Sapeva che la relazione con Benton durava da settimane, mesi, e che si era anche messa in affari con lui per tagliare di netto le gambe al marito, per ingannarlo senz’alcun tipo di ripensamento.

E quando lui le aveva mostrato quella rivista, comunicato di aver incontrato Benton e discusso del contratto stipulato, di come fosse riuscito a far tornare l’uomo sui suoi passi minacciandolo di una sanguinosa battaglia legale dove lei sarebbe risultata una sgualdrina pazza e indegna di frequentare quegli ambienti tanto agognati, Sandra si era resa amaramente conto di quanto i suoi sforzi fossero stati vani.

Già, perché tutto ciò che lei aveva messo in atto era stato unicamente per fargliela pagare. Suo marito si era rifiutato di avere di figli, per niente intenzionato a creare una vera famiglia con lei, e in aggiunta l’aveva abbandonata. E se con suo padre non lo aveva potuto attuare, morto suicida e strangolato dai suoi stessi vizi, con Damian si era ripromessa di riacquistare il controllo della loro vita, del loro matrimonio, assumendo il comando della società, d’ingelosirlo a tal punto, da farlo crollare ai suoi piedi ed averlo infine tutto per sé.

Benton era stato solo una pedina, uno strumento per pervenire al suo scopo. Alla fine dei giochi avrebbe tagliato fuori anche lui e sarebbe giunta ad avere il suo uomo integralmente, neanche quella stramaledetta società sarebbe stata più in grado di allontanarlo da lei.

Sciaguratamente, però, il suo piano era malriuscito. Damian era giunto a odiarla e lo stesso Benton l’aveva in un certo senso tradita, sebbene, a parer suo, soltanto perché l’amante si era invaghito di lei, se non innamorato, ma del resto come ogni uomo finora incrociato sulla sua strada.

Sì, perché era strasicura che Benton avesse rifiutato di farsi trascinare in tribunale, per l’unica ragione di non voler permettere che lei ne uscisse con una pessima nomea.

E l’incontro con Moore, per Benton, si era concluso con una stretta di mano e la distruzione del contratto e della procura stessa, senza sapere, turlupinato dalla determinazione e dal carisma di Damian, che quella procura fosse in realtà autentica, quanto la firma.

Quando Isabelle era rincasata si era sentita nervosissima, migliaia di dubbi attraversavano la sua mente. Si era soffermata in un market per far provviste ed aveva cercato di allungare i tempi per stare il meno possibile in casa, ad osservare inevitabili i muri della sua camera prima di prender sonno, semmai ci fosse riuscita.


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Aveva di seguito approfittato per dare una sistemata all’appartamento, ma lo aveva eseguito in maniera così febbrile, che alle nove aveva già terminato e si era ritrovata seduta sul bordo del letto, senza riuscire a prendere una decisione.

Le era sbucata l’idea di andare al Kursaal, al fine di distrarsi da quegli interminabili pensieri, magari avrebbe colto l’occasione per passare di fronte al ristorante dove aveva pranzato con Damian, cercando di scoprire se concretamente quei due stessero trascorrendo la serata insieme. O magari passare sotto casa sua e verificare se fossero lì, teneramente abbracciati, mentre varcavano la soglia del loro nido d’amore.

Il dubbio la tormentava, aveva bisogno di sapere.

Ma si sbatacchiò istantanea, ammonendosi in un baleno. Stava diventando un’ossessione, no, non poteva permetterlo, si sarebbe rovinata la vita, e poi non avrebbe potuto recriminare nulla a Mike, se lei avesse finito per adottare il suo medesimo comportamento.

“Mike!” Era vero, se fosse andata al Kursaal facilmente lo avrebbe incontrato, e quantunque in quel posto fosse al sicuro, avrebbe senz’altro trascorso una pessima serata.

Non lo aveva più sentito, cosa del tutto insperata, dal famigerato giorno in cui si era recato alla Karma per tentare di parlarle, o magari solo per incontrarla, visto che, via etere, lei non gli dava modo di enunciare più di due parole.

Forse si era persuaso che di persona, grazie all’assunzione di un atteggiamento implorante e sottomesso, sarebbe riuscito a farla demordere, anche se finiva sempre per diventare aggressivo, quando sfiorava la certezza che lei non fosse provvista della lillipuziana intenzione di tornare con lui. Eppure tentava e ritentava, non si dava per vinto. Insolito che in questi ultimi giorni non si fosse fatto vivo, stava tramando di certo qualcosa.

E ripensò a quell’episodio in merito al quale, tramite Arnold, era venuta a conoscenza dell’inaspettato impeto con cui Damian aveva reagito alla presenza di Mike, il tono perentorio che aveva impiegato per disporre di sbatterlo fuori e d’invitarlo a non farsi più vedere.

Per lampanti motivi era fin troppo naturale che Damian si preoccupasse che simili avvenimenti non si manifestassero nella sua società, ma Arnold, che aveva preso Isabelle in simpatia, percependola diametralmente dissimile da tutti quei soggetti incravattati e snob che saturavano lo stabile ogni mattina, le aveva riferito in confidenza che la probabile ragione per cui il dottor Moore avesse esibito quell’anomala reazione, risiedeva in una pura preoccupazione per lei, per la sua incolumità.

Isabelle non aveva creduto che fosse così personale la questione, pertanto lo aveva rimproverato con il timbro della voce, evidenziandogli che non fosse il caso di elaborare simili deduzioni, e questo in primo luogo perché, ragionandoci su, non faceva altro che esacerbare il suo trasporto nei confronti di Damian.

Poi d’un tratto balzò dal letto e prese una tempestiva decisione, non poteva mica condizionarle la vita!

Né lui né Mike sarebbero riusciti più a stravolgergliela, non vedeva alcuna valida motivazione che le impedisse di uscire spensierata e frequentare posti pubblici, temendo o sperando d’incontrare l’uno o l’altro. Doveva riprendersi la sua vita, e anche di gran carriera, dato che negli ultimi tempi aveva subito forti cambiamenti, nientemeno invasa.

Si sarebbe vestita come sempre, non preoccupandosi di apparire casta e pudica come invece era costretta nel recarsi in ufficio. Avrebbe sciolto i suoi lunghi capelli, smesse le lenti che comunque, di regola, indossava solo per lavorare, ed incipriato appena appena il volto per donarsi un po’ di colore.

Aveva vissuto sempre così, libera nel mostrarsi e nel presentarsi, accettando comunque le inevitabili, possibili conseguenze, e adesso, a quasi trent’anni, non avrebbe potuto mutare così repentino il suo stile esistenziale. Non che non fosse giusto, ma non era una trasformazione decisa e ponderata da lei. E questo faceva la solida differenza.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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