SENZA PAROLE, Cap. 8

Damian rimase a fissare le prime luci degli edifici circostanti che si stavano accendendo per l’avvicinarsi della penombra, e si ritrovò ben presto a camminare su e giù per la stanza.

Si era dovuto necessariamente liberare di quella donna, la presenza di Isabelle improvvisamente lo innervosiva, lo confondeva. Dopo gli avvenimenti della giornata aveva bisogno di elaborare il punto della situazione, da solo.

Avrebbe preferito tardare il più possibile un incontro esplicatore con Sandra, ciò per consentirgli di riconquistare tutta la calma necessaria e di non giungere a commettere nulla di sconsiderato, di troppo impulsivo. Del resto credeva di esserne ancora innamorato, ma forse non lo sapeva più.

Nella precedente occasione in cui lei si era presentata alla Karma, Damian non l’aveva degnata di un unico sguardo e l’aveva lasciata sola nel suo ufficio, informandola di non aver tempo per parlare con lei. La donna aveva perso clamorosamente il controllo e gli aveva scagliato contro il portafotografie, urlandogli con malagrazia che fosse inutile tener esposta la loro foto sulla sua scrivania, se dopo non aveva neanche il tempo di chiarire la loro situazione.

Quando Damian aveva ricevuto notizia della lurida relazione tra i due, era rimasto inorridito, disgustato e, totalmente intenzionato ad evitare gesti inconsulti, aveva convocato la colf per far preparare le valigie della moglie. L’aveva voluta fuori da casa sua, subito, ben consapevole che se l’avesse lasciata parlare, spiegare, lei lo avrebbe raggirato in un lampo, scaraventandogli le braccia al collo e facendogli perdere di netto la sua ragionevolezza.

L’aveva aspettata nell’androne d’ingresso dov’erano disposte un paio di poltroncine in alcantara verde smeraldo, e si era versato un dito di scotch per distendere alla meglio i muscoli del suo corpo che si erano incordati a tal punto, da sentirne dolore. Non si era nemmeno svestito della sua giacca, neppure allentato il bottone sotto la cravatta, era rimasto lì, in agitata attesa, ma si era ripromesso di essere calmo e determinato, senza dilungarsi troppo, o magari non più del necessario.

Eppure, alla vista di Sandra una rabbia furibonda si era impadronita di lui, nel ravvisarla scompigliata nei capelli e con le labbra senza rossetto, livide e gonfie, certamente dovute a una miriade di baci passionali.

Sandra era rientrata in casa senza troppo preoccuparsi del proprio aspetto, l’ora era alquanto inusitata per trovare Damian ad attenderla, poiché di solito lui non rincasava mai prima della chiusura dell’amministrazione. Anzi, il suo orario di lavoro si protraeva generosamente oltre, tanto che molte sere si era domandata cosa ci facesse lei lì, da sola, in quella sorta di voliera dorata, mentre avrebbe potuto svagarsi e signoreggiare in quegli elegantissimi salotti dove si sentiva sempre la regina, al centro di tutto.

Per qualche tempo aveva resistito, fin poco dopo la luna di miele in cui il marito le aveva donato tutto se stesso, senza neanche pensare alla sua dannata società. Ma in seguito lui aveva dovuto obbligatoriamente riprendere in mano le redini dell’azienda e l’aveva lasciata lì, ad attendere il suo rientro, lei che non aveva mai aspettato nessuno, sempre al centro della vita di tutti gli uomini che aveva avuto. E ben presto si era stancata, innamorata sì, ma non servizievole come una governante!

E Damian, presentendo la sua crescente noia, le aveva proposto di entrare fattivamente nell’amministrazione dell’azienda, d’impegnare parte del suo tempo realizzandosi professionalmente, in quanto la riteneva elevatamente capace. Tuttavia fu un terribile errore, perché il potere poteva dare alla testa, e conferire incarichi di eccessiva levatura soprattutto a chi non era abituato a gestirlo, era di gran lunga una pessima iniziativa.


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Per un modesto periodo lei aveva svolto con egregia alacrità tali incombenze, ma poco più tardi si era già annoiata di quella novità, e Damian aveva compreso, solo in un secondo tempo e con grande rammarico, cosa la moglie avesse ricominciato a fare. Ma il timore, seppur corrosivo, giungendo quasi a divorarlo, non era stato nulla in confronto a ciò che aveva provato allorché aveva assodato la certezza dei suoi comportamenti sconvenienti, scarnamente riconducibili al suo titolo nobiliare, ed era stata dura accettare il suo tradimento, o forse i suoi.

Ed appena l’aveva vista con i suoi occhi così, sazia, placata, e con lo sguardo gratificato, pieno, tipico di chi avesse appena beneficiato dei frutti dell’amore, gli si era annebbiata ferocemente la vista, non aveva capito più nulla. Aveva abbrancato con furore le valigie e gliele aveva gettate in strada, aveva chiamato un taxi che dopo pochissimi minuti già li attendeva, e nel guardare nauseato il suo volto, le aveva afferrato con vigore il braccio e l’aveva scaraventata nell’autovettura, dando indicazione al conducente di condurla al Waldorf Astoria.

E prima che il veicolo si fosse infilato nel traffico, sotto la pioggia battente di un temporale che fatalmente rispecchiava il suo stato d’animo, lui le aveva sibilato in tono aspro: «Fai mettere tutto sul mio conto, puoi stare lì fintanto che non troverai una sistemazione più adeguata», lasciandole intendere di saperne quanto bastasse.

Lei aveva preferito non reagire, sapeva di essere in difetto, pertanto azzardarsi ad inventare una scusa sarebbe stato rischioso e, a onor del vero, non ne aveva nemmeno ricevuto il tempo. Lo aveva guardato con occhi stracolmi di pentimento, pur tuttavia ciò non era stato efficace, e Sandra si era ripromessa che non appena le acque si fossero calmate, sarebbe riuscita a risolvere l’inconveniente, impiegando oculatamente la sua naturale capacità di persuasione.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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