SENZA PAROLE, Cap. 8

L’uomo rimase immobile su di lei per alcuni secondi e poi, nel tempo di un palpito, con un’ineffabile, variegata intensità, saldò il suo sguardo sulla rivista che Isabelle incorniciava con le mani. Ma quello sguardo subito le passò in seconda, poiché in quel momento lei si rese conto dello spettacolo che gli stava offrendo.

La sua gonna non era stata più tanto succinta da quando, il primo giorno, le aveva ingiunto di abbigliarsi per mezzo di pudichi, convenienti pantaloni. Però Isabelle sapeva che quella era stata una specifica richiesta, non d’indossare tale esclusivo tipo di vestiario, ma quantomeno di presentarsi in azienda con un qualcosa che non stimolasse viziosi pensieri alla componente maschile dello staff.

Tuttavia, in quella più che scomposta posizione, era praticamente scoperta in tutto il suo simbolico candore. Da quell’angolazione si poteva intravedere, anzi, lindamente osservare il suo abbigliamento intimo.

E si sentì quasi nuda, ma forse era la sua stessa anima ad esser denudata, impossibilitata ad abbandonare, a contrastare quegli occhi che le impedivano di muoversi, finanche di respirare, e non riuscì prontamente ad alzarsi. Rimase così, incatenata a quello sguardo, troppo più accattivante del solito.

Lui le offrì una mano per aiutarla a levarsi in piedi, lei d’istinto ci si aggrappò, pressoché ipnotizzata, e in un attimo furono vis-à-vis.

Damian le inviò un ultimo, decisivo scintillio dal blu dei suoi occhi e le tolse delicatamente il rotocalco dalle mani.

«Non dovrebbe leggere questa roba» la rimproverò, con suggestionante serenità nella voce, e con estrema calma gettò la rivista nel cestino. Ormai non gli serviva più.

«Ed alcune persone non dovrebbero fare certe cose.» Stavolta lei fu incurante delle inevitabili conseguenze, replicando d’impulso, probabilmente per sviare il turbinio di sensazioni che l’aveva investita in quei pochissimi secondi, davvero pochi rispetto a quello stratosferico istante che l’aveva, per sunto, mandata in rovina.

«Vero» convalidò lui, con ricco stupore di Isabelle che dilatò fulmineamente le sue pupille.

«Io non volevo essere indiscreta, ma… pensavo che il suo ufficio avesse bisogno di essere sistemato» si arrabattò, per riconquistarsi, poi divampò. «Ehm… non volevo elaborare considerazioni in merito a cose che non mi riguardano, ma visti i fatti credevo che… insomma…» Si era proprio inabissata.


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«Non si preoccupi, miss Kinsley, ma tengo a puntualizzare che nonostante i miei modi, la violenza non rientra nelle mie abitudini. Nella precedente occasione non fui io a mettere a soqquadro il mio ufficio, è stata solo una reazione ad un’azione ben precisa, non mi sarei mai aspettato che questo posto ne avrebbe pagato le conseguenze» le delucidò lui, molto tranquillamente.

«Presumo che stavolta la signora si sia controllata.» Ormai aveva imparato a leggere tra le righe.

«Devo fare una telefonata, se non le dispiace» la liquidò, nell’eseguire un gesto in corrispondenza della porta, non avendo nessuna intenzione di approfondire il discorso.

«Certo.» Isabelle s’instradò in direzione dell’uscita e neppure si rese conto che in quel momento, mentre ondeggiava sovvenuta dalla sua gonna a godet e dai suoi smaltati tacchi neri che le conciliavano un’andatura naturalmente suadente, priva di volgarità, Damian era rimasto ad osservare con attento interesse le sue movenze, come se non lo avesse mai attuato prima d’ora.

Lui sapeva bene che ciò non corrispondeva alla realtà, dopotutto era un uomo dai gusti pregiati, e a dispetto della sua incrollabile correttezza non aveva mai disdegnato la vista di una bella donna. Era stato sempre affascinato dalla delicatezza delle curve e dei lineamenti femminei, dalla femminilità stessa che poche donne riuscivano a possedere, a dispiegare, in special modo donne come Isabelle che non ne era propriamente cosciente, e quindi non la usava come arma per tirarne fuori qualcosa di utile.

Lei si voltò per chiudere la porta, ormai ricomposta, e scorse, in via del tutto sorprendente, gli occhi di Damian appuntati su di sé.

«Ha bisogno di altro?» presuppose ingenuamente, convinta che la sua attenzione derivasse da tale eventualità.

Lui sollevò il mento e ridusse di poco le sue ciglia. «No.» Le sorrise. “Ed è meglio di no” pensò.

Isabelle si soffermò dietro la porta chiusa e, riappropriandosi alla meno peggio della sua lucidità, s’interrogò su come mai Damian fosse rientrato così presto, giacché per il limitato tempo intercorso lui avrebbe soltanto potuto accompagnare Sandra all’auto e congedarla tramite un semplice saluto. Oppure, cosa assai ovvia, si sarebbero incontrati più tardi in quel ristorante francese e si sarebbero stretti a quel tavolo, riempiendosi di nuove promesse.

E trasse un accorato sospiro, già, purtroppo era così, e con grave mestizia s’incamminò verso la sua postazione.

Erano trascorse tre ore di completo silenzio, Damian si era barricato dentro, senza dare cenno alcuno della sua presenza. Soltanto un paio di volte Isabelle lo aveva visto uscire e rientrare nel suo ufficio, evitandola accuratamente, e lei non capiva questo modo di fare, eternamente incomprensibile.

Lanciò un’occhiata all’orologio e si rammaricò dell’orario, le era comparsa una tremenda voglia di scappar via, di rifugiarsi nel suo letto e dormire, senza più pensare a lui, per quanto arduo sarebbe comunque stato. Troppo difficile non ripensare, rituffarsi in quegli occhi…

«Miss Kinsley.»

Isabelle sussultò e si precipitò quasi a perdifiato verso la stanza, come per raggiungere l’unico faro risplendente nelle tenebre, salvataggio di pochi pescatori alla mercé delle concitate onde e dispersi senza bussola, impossibilitati a visualizzare il punto in cui poter approdare alla terraferma.

Si affacciò trafelata e Damian la guardò interrogativo. «È tutto in ordine?» si sorprese, intravedendo il suo affanno.

Lei tossì lieve. «Come sempre.»

«Bene, volevo comunicarle che per oggi non ho più bisogno di lei, può andare.»

«È sicuro, io…» s’incespicò, iniziando percettibilmente a vacillare.

«Ho detto che può andare» incombé, con malagrazia e ostile sollecitudine, visibilmente infastidito dalla sua insistenza. «È libera per il resto della giornata, a domani.»

“Non vorrà mica sbarazzarsi di me?” traballò Isabelle, allarmata e sempre più vacillante, mentre raccoglieva le sue cose. Era forse sopraggiunto l’inesorabile momento in cui tutto questo sarebbe finito, come una limitata parentesi della sua vita, anziché diventarne l’elemento decisivo?

Era probabile che ogni cosa fosse stata già predisposta, Benton stava per entrare nell’azienda ed aveva ordinato di far fuori tutti i collaboratori di Damian per inserirci i suoi, un personale di sua integrale fiducia.

«Miss Kinsley.»

«Sì?» E innalzò il capo in direzione dell’ufficio Damian, mal celando il suo attanagliante senso di smarrimento.

«Quando sarà nella hall, dica ad Arnold di far preparare la limousine tra un’ora esatta» le prescrisse, con ghiacciato distacco, e senza discernere lo sguardo disorientato di Isabelle, si voltò e si asserragliò nuovamente nella sua tana.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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