SENZA PAROLE, Cap. 8

Isabelle stava ormai per sfarfallare, allorquando, dopo un lasso di tempo più o meno ristretto, parso però al suo cospetto un’infinità, intravide uscire Sandra e Damian dall’ufficio, trapelanti una serenità fin troppo apparente.

Lei li guardò pietrificata, e mentre Sandra proseguiva con lo sguardo dritto davanti a sé, appena sospinta da Damian che con una mano le circondava tenuemente la vita, l’uomo la guardò per un attimo, indecifrabile ma deciso.

Accidenti… quei due avevano fatto pace. Complimenti alla signora, c’era brillantemente riuscita con poco, e forse adesso stavano andando a colazione insieme, ricominciando tutto da capo.

Tirò fuori un gracile, ma pungente sospiro, e quando i due si dissolsero dalla sua vista, si agitò nervosamente sulla sedia. Si accorse di aver finito di compilare quella stramaledetta e-mail, addirittura senza essersene resa conto, quindi si affrettò ad inviarla a Carson e si alzò per prendere il soprabito, ma poi, in un baleno s’inchiodò.

Non aveva nessuna voglia di uscire per colazione, non ne era innegabilmente dell’umore. “È meglio che stia qui e che mi risistemi con calma” patteggiò fra sé, e si diresse verso l’ufficio del presidente.

«Ne approfitterò per dare una riordinata ai suoi documenti» statuì, sommessamente, sicura che per una buona ora lui non sarebbe rientrato. Magari erano tante le cose che quei due avevano da dirsi, e conoscendo il soggetto dedusse che prima della calma ci fosse stata una piccola tempesta, nel ripensare al sangue caldo che scorreva nelle vene del suo capo, facilmente irritabile.

“Chissà in che condizioni sarà il suo ufficio…” postillò, silenziosamente. “Ma poi, non sono mica una cameriera!” si sdegnò.

Tuttavia, in un sollecito secondo si accorse di commettere un grosso errore nel consolidare, seppur in piena istintività, quell’opinione su di lui, in quanto l’ufficio di Damian era pieno raso di documenti confidenziali e lui non avrebbe mai autorizzato nessuno a ficcare il naso lì dentro. Anche le imprese di pulizie, vi mettevano piede solo dopo che tutto fosse stato scrupolosamente posto sottochiave.

E subito bardò un modico sorriso, tutto sommato era contenta che Damian si fidasse così ciecamente di lei. Già dal primo giorno le aveva affidato incarichi importanti, riservatissimi, e non la conosceva neanche bene per reputarla sufficientemente affidabile, o magari lei sbagliava ad interrogarsi sull’effettiva genesi di tanta fiducia sciorinata. Un tipo come lui si era indubbiamente informato prima di accettarla in colloquio e senz’altro, come suol dirsi, sapeva vita, morte e miracoli su di lei.

Ora si sentiva interamente disarmata e un frangibile rossore le imporporò le guance. “Chissà cosa sa su di me…” Si passò una mano sulla fronte bollente. “Speriamo nulla di troppo imbarazzante…” auspicò, alludendo ai suoi precedenti lavori, formalmente manuali e avventizi che, per costrizione di cose, si era ritrovata ad intraprendere.


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Spinse in avanti la porta socchiusa e con ampia, sbalorditiva sorpresa, accertò che ogni oggetto era in ordine, anche il gigante tappeto persiano blu cobalto non presentava una minima grinza. Aggirò la scrivania con fare circospetto, senza ancora credere ai suoi occhi, allorché il suo sguardo fu attirato da una rivista, semiaperta su una pagina, in cui riconobbe distintamente la faccia di quella strega.

“Isabelle!” si deprecò, al solerte istante. Quella donna era pur sempre la moglie del suo capo, in concreto gli era debitrice, e di conseguenza doveva rispettarne anche i parenti più stretti, era una questione di educazione.

Lentamente s’inginocchiò in corrispondenza della rivista e si accorse, nell’averne rilevato un segno piuttosto marcato sulla piegatura centrale, che qualcuno troppo si era soffermato su quella facciata. Scostò la pagina superiore che copriva per metà quella incriminata, e oltre quella donna vide ritratto, nella stessa foto, un tizio con i capelli rossicci un po’ spettinati dal vento.

Entrambi erano coperti da occhiali scuri, lei molto seduttiva nel suo abbigliamento, nonché nell’atteggiamento, e lui che con aria pomposa di grande soddisfazione, ridacchiava in modo pressappoco beffardo.

Poi il suo sguardo si spostò sul titolo, alquanto lungo per essere tale: ESCLUSIVO!, a caratteri cubitali, Scacco a Moore! Benton gli soffia moglie e società in una sola mossa, e sotto in maiuscoletto: Particolari piccantissimi sulla relazione tra Sandra Duvall e Ralph Benton, impegnati in una romantica traversata nell’Oceano Atlantico sul mastodontico yacht del presidente della notissima multinazionale Benton Enterprises.

Isabelle si bruschinò un po’ gli occhi, non prestando inizialmente fede a tali parole impresse, poi le rilesse, con l’intento di confermarsi che non fossero soltanto frutto della sua fantasia. Sicché, nell’aver terminato la seconda lettura, e consolidando dunque che non le avesse affatto immaginate, rimase pressoché allucinata.

Afferrò istantaneamente il rotocalco, restando ancora sulle sue ginocchia, e diede una rapida letta ai primi paragrafi dell’articolo, fintanto che non principiò a delinearsi in lei una forte convinzione. Stava diventando pian piano tutto più nitido.

E quel folle l’aveva perdonata! Era un mito che crollava… che delusione. Bello sgambetto che gli aveva fatto quell’arpia travestita da immacolato cherubino… Ed avanzava pure diritti su di lui!

Già, perché Isabelle aveva più volte, anzi, sempre e senz’alcuna esclusione, ben distinto quel tono, durante ogni occasione in cui la donna aveva preteso di parlare col marito. Era stato, ed era presuntuoso e indisponente.

“E l’azienda?” d’un tratto pensò. “Che ne sarà dell’azienda?”

Avrebbe forse dovuto lavorare per quel viscido di Benton che, seppur coperto da occhiali scuri, rivelava l’espressione tipica di quegli esecrabili, loschi avvoltoi senza scrupoli? Ed avrebbe pure dovuto lavorare con quella strega!

E questa volta non si pentì di averla denominata così, stavolta la Duvall quell’appellativo se lo meritava tutto. “Ma allora?”

Evidentemente Damian intendeva tornare con la moglie per limitare i danni, per conseguire un accordo e magari rimanere come vicepresidente, oppure come semplice dirigente di uno dei settori della società.

“Ma no!” Lui non avrebbe mai accettato una simile condizione, ne era sicura, Isabelle seguitava comunque a ritenerlo un uomo inesauribilmente orgoglioso, dotato di stragrande dignità e spropositato rispetto di se stesso, che peraltro trasparivano prorompenti da ogni infinitesimo sito del suo mantello cutaneo.

Scosse il capo, inebetita e sbalestrata, ma in un attimo, repentino, avvertì una presenza su di sé, soffocante, quasi asfissiante. Si accinse a levarsi in piedi, ritenendo a rigor di logica che fosse impossibile, ma quella sensazione iniziò a farsi man mano più vivida, predominante, e così, impulsivamente, elevò gli occhi in direzione del punto che le stava polarizzando l’attenzione.

E lo vide.

Damian torreggiava magneticamente, seppur di una discernibile benevolenza, sopra di lei, e la stava osservando con somma attenzione, attraverso la sua consueta indecifrabilità. Eppure, in pieno paradosso, i suoi profondi occhi dal cristallino colore dell’oceano ritmavano una trasparenza indescrivibile, sconcertante.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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