SENZA PAROLE, Cap. 7

E, senza meno, quella sorta di divinità femminile approdata sulla terra tra i comuni, imperfetti mortali, aveva appreso esattamente come comportarsi con gli uomini e mai avrebbe, anche solo sospettato che Damian sarebbe stato capace di troncare la loro relazione, addirittura sciogliere la loro promessa nuziale, del tutto convinta che il marito, alla fine del trenta e quaranta, sarebbe tornato con lei.

Ma Damian non era tangibilmente come gli altri uomini, o almeno come la maggior parte di essi, aveva valutato Isabelle. Aveva troppa dignità di se stesso, ormai lei lo aveva capito, per sorvolare un tradimento, effettivo o teorico che fosse.

All’atto concreto, però, queste erano solo vaghe supposizioni. Avrebbe pagato con oro colato per sapere con precisione come fossero sistemati i fatti, ma non lo avrebbe mai saputo, sospirò, men che meno da lui.

Ed ora stava sorseggiando il suo ennesimo caffè, tentando di strutturare quella benedetta e-mail da inviare al responsabile operativo del settore editoriale. Doveva inoltrargli urgenti disposizioni su alcune foto che Damian aveva disdegnato revisionando il menabò di una delle loro riviste, allestito prima che quest’ultima fosse mandata in stampa.

«Ma cosa credono, che vendiamo immondizia?» aveva espresso, indignato. «Dopo tutti questi anni non hanno ancora capito che non voglio, categoricamente, veder pubblicate simili oscenità sui miei periodici.»

E Isabelle, divenuta ormai l’ammortizzatore principale di quella specie di transiberiana, aveva ricevuto l’incarico di occuparsene personalmente, persino fornita di carta bianca per inserire altre foto nel servizio. Eppure, in completa onestà, tale incombenza non le stava risultando un granché facile, quantunque cristallina le fosse l’idea su ciò che, per lui, era adatto o meno alla pubblicazione.

Aveva cercato per l’intera mattinata di scovare qualcosa che fosse più idoneo, però il layout dell’articolo e delle foto andava riorganizzato per intero. Anche il medesimo articolo, tramite l’inserimento d’immagini differenti, necessitava di essere redatto in altro modo.

E forse era proprio questo ciò che Damian aveva voluto intendere, con le sue solite poche parole, Isabelle lo aveva capito. Non erano tanto le foto, quanto piuttosto ciò che era stato scritto tutt’intorno, o magari soltanto com’era stato elaborato il testo.

Ma purtroppo per lei, riguardo a sunnominata circostanza, quella che lavorava alla Karma, i dirigenti in primo luogo, era tutta gente di livello elevato, altamente qualificata, pertanto stava riscontrando non poche difficoltà per riuscire a comunicare siffatte variazioni. Il dottor Carson si sarebbe senz’altro seccato ricevendo disposizioni da una semplice segretaria, specialmente nel constatare che si trattava di proprie iniziative e non di quelle del presidente in persona. “Ancora quella definizione” si era detta, forse ci si sentiva davvero…

Però in questo caso, ma forse sempre, lei in sostanza lo era. Sì, era soltanto una semplice assistente, di conseguenza avrebbe dovuto prenderlo con le pinze e attraverso la massima diplomazia possibile, affinché lui non sentisse minata la propria autorità.


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Mandò giù un altro sorso, tutti quei caffè la stavano nauseando, non ne aveva mai ingeriti così tanti, ma lo stare sempre seduta le donava un certo torpore, abituata com’era a muoversi senza pausa. Aveva anche smesso di fumare, cosa che peraltro aveva eseguito fin troppo regolarmente in tutte le ore di studio trascorse nella sua stanza da letto, incurvata sulla piccola scrivania in noce, che nulla aveva a che vedere con quella attuale.

D’un tratto udì approssimarsi e intravide, con la coda dell’occhio, due scarpe Chanel a tacco alto che avanzavano con passo indiavolato.

Non poteva essere di sicuro una delle sue colleghe, meditò, e pian piano risalì con gli occhi la figura, convincendosi da ultimo, nel discernere ben bene il tipo di abbigliamento, che non era nessuna delle donne che facevano parte degli uffici amministrativi.

E rimase senza parole, quando ebbe dinanzi a sé Sandra Duvall, che la fissava con una certa irritazione.

«Dunque è lei che risponde alle mie telefonate» assodò, sbandierando una minacciosa aria di sfida, evidentemente convinta che fosse stata Isabelle a boicottare le chiamate al marito.

“Ti sbagli di grosso!” si arrovellò Isabelle, tacita, intuendo appieno le sue intenzioni di prendersela con lei. Se la signora Duvall era persuasa che fosse lei a non volerla far parlare con il marito, era decisamente in errore.

Cosa credeva, che non fosse verosimile che un uomo, povero mortale, non gradisse interloquire con lei? Ma chi si credeva di essere? Poi per guardarla così, con tale altezzosità?

Rimase in accurato silenzio, e infiocchettando un’aria parecchio indifferente abbrancò con forza il ricevitore dell’interfono. “Stavolta non avrai il mio aiuto, caro Moore” pensò, nervosa e risentita. “Te la dovrai cavare da solo, così vediamo se riesci a seguire gli insegnamenti che tanto professi.”

E al sentire la sua voce che le provocò un immediato brivido, Isabelle gli comunicò: «Dottor Moore, c’è una visita per lei, è sua moglie, ma non vedo nessun appuntamento nella sua agenda. La faccio accomodare ugualmente?»

Dall’altra parte non ci fu alcuna risposta, ma dopo brevissimi istanti si udì aprire l’elegante porta in mogano e comparirne Damian, perfetto in doppio petto grigio perla, impeccabile era il nodo della cravatta in tono con il vestito, magnificamente composto, e senza neanche una piega, senz’alcuna parola, la invitò ad entrare. E Sandra fu subito dentro.

Quei due si parlavano con lo sguardo, rimuginò Isabelle, effondendo in egual tempo un rassegnato anelito, e una prosperosa stilettata al cuore le tolse per un attimo il respiro. Chissà se alla fine avrebbe capitolato?

Restò in attesa, cercando di concentrarsi sulle scartoffie ma, ahimè, senza buona riuscita, era sulle spine e non riuscì proprio ad adagiarcisi.

Damian non parlò, per la verità non la guardò neanche, sapeva che se fosse stato catturato dallo sguardo di Sandra, non sarebbe più riuscito a liberarsene. Lei sapeva come prenderlo, lo sapeva proprio bene.

Ormai aveva deciso, non avrebbe più fatto marcia indietro.

«Non m’inviti a sedermi?» s’infilò lei, usufruendo di una sapiente voce melliflua.

«Puoi fare ciò che vuoi» diramò, permanendo rigido per conservare il controllo. «Del resto lo hai sempre fatto» perfezionò, rivolto verso la vetrata e mantenendole le spalle, le mani in tasca e la testa dritta, immota.

Sandra, con dotto passo felpato, gli fu subitamente dietro e si appollaiò con il décolleté sulla sua schiena. In seguito gli posò le mani ossute e minuziosamente curate su entrambe le spalle, intentando un movimento leggero a mo’ di massaggio, furbescamente teso a farlo rilassare.

Con molta disinvoltura, Damian compì un passo in avanti, e  attraverso un educato gesto con le spalle se la scrollò elegantemente di dosso.

«Cosa credi ci sia di altro da dirci, Sandra?» postulò, la voce secca ma tigliosa. «Non pensi di aver fatto già abbastanza?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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