SENZA PAROLE, Cap. 7

Entrò in casa e il calore di Rave le diede sostegno, si svestì e si tuffò velocissima sotto le piume d’oca, quando il suo telefono cellulare squillò. “No, Mike. Sei veramente una persecuzione!” Però stavolta gliene avrebbe cantate quattro, peggio del solito.

Impugnò rabbiosamente il telefono cellulare deposto sul tavolo della sala e scrutò il display, un numero sconosciuto, o forse non troppo. “Hai pure cambiato numero! Sei senza speranza, conosci i rischi, stupido moccioso!”

Premé con vigore il pulsante della connessione. «Sei proprio un bastardo! Ma quando la finirai di ossessionarmi?»

Dall’altra parte ci fu qualche secondo di silenzio e poi una voce che irrompeva: «Supponevo che lo pensasse, ma tuonarmelo in questo modo mi lascia alquanto perplesso.»

Damian, come sempre, aveva la risposta pronta, non si faceva mai cogliere impreparato, e lei lo adorava anche per questo.

«Sono desolata, dottor Moore, supponevo che fosse qualcun altro» si scusò, mesta e rammaricata, frattanto che le si riproponevano in testa le ultime, sconcertanti realtà di cui era venuta a conoscenza.

E, lì per lì, non s’interrogò sul come Damian avesse il suo numero, lei ancora non lo aveva lasciato in azienda, cosa che non andava per niente bene poiché, in caso ce ne fosse stato bisogno, nessuno avrebbe potuto rintracciarla. Però era stata una dimenticanza, una pura disattenzione da parte sua.

«Credo di capire. Le converrebbe spegnere il dispositivo, qualora voglia dormire sonni tranquilli. Sempre lui?»

«Sì, e chi altri?» mugolò lei, rassegnata. «Non sono mica tutte così le persone che conosco, sa? Mike è un incidente, grave, ma solo un incidente.»

Poi le spuntò in mente quale fosse il concreto motivo di quella telefonata, in pratica si erano appena salutati e, da lì a poche ore, si sarebbero rivisti. Cosa c’era di così importante da non poter aspettare?


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«Cosa voleva dirmi, è successo qualcosa?» Stette un attimo in ansia, temendo la sua risposta.

«Nulla di grave. Volevo puramente avvisarla che ha dimenticato la sua ventiquattr’ore nella limousine e pertanto di non preoccuparsi, non ha subito nessun furto.»

“La ventiquattr’ore!” Ma dove aveva la testa… “Eh!” Preferì non rispondersi.

«Grazie, in effetti non riuscivo proprio a capire dove fosse, anche se mi ricordavo che… sì, insomma…» mentì, in una maniera più che spudorata.

«Certo, certo» intuì lui, in lieve tono divertito. «A domani, e dorma bene, miss Kinsley.»

Non le aveva creduto, pensò Isabelle, nel mentre che posava il telefono sul piccolo mobile vicino al letto, ma ormai si era abituata. Non sarebbe mai riuscita a farla franca con lui, però questo non la infastidì affatto, anzi, forse le piacque davvero molto.

I giorni successivi trascorsero senza troppi intoppi, la tensione si era considerevolmente attenuata e Isabelle si era ben guardata dall’istigare o dal rastrellare provocazioni da Damian, il quale, con sua grande, gradevolissima sorpresa, aveva modificato radicalmente il suo atteggiamento. Era divenuto molto amabile e incredibilmente poco ostile, rispetto ai loro primi incontri o scontri, seppur lui avesse comunque serbato un comportamento assai formale ed avesse riposto di netto le distanze, interponendo tra loro un abisso insormontabile.

Era come se quel che era successo nei primi turbolenti giorni fosse scomparso, come se mai fosse accaduto, e per quanto ciò suscitasse insistenti interrogativi in lei, preferì non approfondire, si accontentava di poter svolgere il proprio lavoro in santa pace. Lui le aveva lasciato significativo spazio per dimostrare le sue capacità, le aveva concesso anche l’opportunità di dire la sua, un paio di volte, e ciò l’aveva gonfiata di orgoglio e intrisa di opulenta soddisfazione.

Come per incanto tutte le sue preoccupazioni erano svanite. Damian, dopo quella sera, non era più lo stesso, era come se avesse ottenuto qualcosa ed ora stesse beneficiando trionfante della sua piccola conquista.

E Isabelle, giudiziosa e previdente, lo aveva assecondato e stava dottamente seguitando a farlo, trasmettendogli la completa intenzione di agire come lui sottilmente le aveva suggerito, anche se, in tutta franchezza, non aveva la minima idea di quale consiglio si fosse ripromessa di seguire.

Con lui si comportò in maniera tale da dimostrargli totale dedizione e assoluta propensione ad agire secondo quei benedetti principi che le aveva menzionato, o pressoché imposto, facendoli divenire anche suoi. Non che poi fingesse di seguirli, anzi, vanaglorie a parte lei era esattamente così, corretta e sincera, anche fin troppo trasparente e rigida per certi versi, ma quella convinzione che lui si era ficcato in testa non le era proprio di sostegno, pertanto privilegiò il non sfidarlo ulteriormente.

Per adesso non poteva desiderare di meglio e si era persuasa che dipendesse tutto da lei, giacché se avesse proseguito su quella strada, confermandogli di agire come lui bramava, o più che altro esigeva, non avrebbe più riscontrato complicazioni. Anche la questione dell’assorbimento della Karma da parte della Benton Enterprises non era saltata minimamente fuori, forse si era preoccupata per niente, le solite voci, aveva pensato, dato che aveva visto Damian esageratamente tranquillo.

Già, perché se lui avesse avuto intenzione di vendere, senz’altro nell’azienda si sarebbe accumulata una copiosa agitazione, molto più di quella che aveva ravvisato, e Damian sarebbe stato di sicuro notevolmente nervoso. Poi, oltretutto, lei era l’assistente del presidente e se non fosse capitato proprio a lei di maneggiare documenti concernenti la compravendita, a chi altri sarebbe potuto capitare?

No, era una volgare menzogna, magari messa in giro dalla stessa Duvall che aveva architettato tutta questa storia per fargliela pagare, poiché lampante era che lui l’aveva lasciata. Difatti la donna perseverava a chiamare in azienda, lasciando decine di messaggi che Isabelle non faceva in tempo a riordinare in maniera cronologica, per consegnarli al suo capo.

Ad un certo punto glieli aveva presentati tutti insieme, scusandosi per la confusione, ma onestamente non aveva alcun malsano ghiribizzo di fungere da piccione viaggiatore tra quei due, che non si riusciva nemmeno a capire se stessero giocando al gatto col topo.

Tuttavia, con suo grandioso stupore, aveva visto afferrare tutti quei biglietti e scaraventarli nel gettacarte, senza neppure degnarli di un ridottissimo sguardo.

Non che l’avesse resa infelice, tutt’altro, ma si chiedeva come mai Damian ce l’avesse tanto con lei, lo aveva forse tradito, umiliato? Lui sicuramente no, per quel poco che lo aveva conosciuto non lo riteneva capace di tradire la sua donna, specie colei di cui era innamorato in quella guisa a dir poco struggente.

“Quella stupida!” Con la fortuna di cui quella donna avrebbe potuto beneficiare, non era stata neanche in grado di farla girare a suo favore, in quanto, casomai una ventura del genere fosse capitata invece a lei, senza dubbio se lo sarebbe tenuto ben stretto. Quello era un uomo come ne esistevano pochissimi, incontestabilmente.

E chi altri se lo sarebbe lasciato scappare? Beh, poche persone, era ovvio, ma la Duvall era di fatto una donna molto eccentrica, sicurissima di potersi spostare oltre, convinta di aver incessantemente le situazioni in pugno. E forse le piaceva rischiare così audacemente appunto per dimostrare a se stessa di farla sempre franca, consapevole di essere una donna ben troppo affascinante e singolare, a tal punto che nessuno l’avrebbe mai abbandonata.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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