SENZA PAROLE, Cap. 7

Isabelle entrò nel Kursaal quando ancora le porte erano socchiuse, il personale stava completando i preparativi per l’ora di apertura. Si affrettò a cercare Jack, aveva un gran bisogno di porre fine a quella brodaglia di pensieri e di metterla a tacere mediante una sonora dormita.

Da dietro il bancone scorse la sgargiante chioma rossa di Stella, la chiamò, e nel correrle incontro le si gettò tra le braccia.

«Cos’hai, piccola?» s’intenerì l’amica, in amorevolissimo tono, nell’averla percepita tremare.

Lei trattenne a stento una piccola lacrima che, maligna e sovversiva, si ostinò a rimanerle impigliata tra le ciglia. «Sono stanca, non era come pensavo, sai?»

«È dura?»

«Un po’.» Ed annuì mestamente con la testa.

«Isabelle, tu sei abituata a svolgere i lavori più duri, perché mai hai abbandonato la tua grinta?» la redarguì, pur insistendo a serbare una voce molto affettuosa.

«Non è questo, è la pesante pressione psicologica a cui sono sottoposta che mi distrugge, non mi concede spazio per esprimermi al meglio in questo lavoro. Sembra che quell’uomo sia nato di proposito, per farmela pagare perché non sono come lui.»

«Stai divagando, ancora non riesci a riprenderti dallo shock di ieri sera» la confortò Stella.

«Forse.» O forse no. Chissà, magari era lei che non si sentiva all’altezza di quell’uomo che stava diventando quasi la sua ossessione, ben consapevole che non avrebbe mai potuto sperare di meglio che un pasto frugale consumato sbrigativamente in sua compagnia.


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«Avevi ragione, Stella, non so, ma credo di amarlo. È pazzesco, mi rendo conto, non lo so neanch’io come sia potuto accadere…» Inalberò un’espressione quasi disperata. «Cosa devo fare?»

Stella sgranò gli occhi. «Tu, che non sai cosa fare? Isabelle, lo conosci da soli due giorni, sei sicura di non averlo idealizzato un po’ troppo? Pensaci, potrebbe non essere quello che credi e rimanerne ovviamente delusa.»

«Esatto, non so come comportarmi» ratificò, sviando le ultime parole dell’amica. «Mi sento come una teenager svampita che scatta appena incontra la sua vista e pendo praticamente dalle sue labbra, anche se lui non immagina, sono sicura, sono molto brava a dissimulare determinati sentimenti. È nei confronti di me stessa che mi sento una sciocca sentimentale, troppo cresciuta per seguitare ad essere una romantica sognatrice del principe delle favole.»

Stella le donò una tenera carezza sui capelli. «Sii ciò che sei, Isabelle, perché sei una persona speciale. Lo sai, vero?»

Isabelle abbozzò un cenno di assenso, però questo non la confortava.

Era stanca di combattere contro di lui per celargli quel maledetto sentimento che aveva sgomitato fino ad esplodere, senza che lei potesse impedire che le ardesse dentro, nel profondo, diventato un possente ostacolo alla serenità con la quale avrebbe desiderato affrontare quella professione, la sua carriera. Aveva quasi trent’anni ormai, ed era ora, forse anche troppo tardi per arrivare dove ambiva.

«Bella consolazione, con Moore non puoi essere te stessa, altrimenti t’invita ad uscire e poi ti mangia insieme alla colazione… È sempre lì che ti scruta, riesce a leggerti dentro, non so come ci riesca, sarà uno stregone, non so! Ma ne ho le tasche piene di essere studiata, non sono mica una cavia da laboratorio!» s’incendiò, al pari di una scintilla.

Stella sorrise benevola ed anche un po’ divertita da quella vitalità, sempre spiccata e onnipresente nella sua amica. «Isabelle, non ti è venuto in mente che se lui ti tratta in questo modo, magari è solo perché confida nelle tue capacità e ti sta mettendo alla prova, per vedere quanto resisti?»

Non ci aveva pensato, ma a quel punto non le interessava più. Era come se tutto quello che aveva rincorso per una vita intera fosse sceso ad un piano più basso, come se ora lei avesse visualizzato alla perfezione ciò che aveva inseguito: era il suo sogno di bambina, confondendolo con la carriera.

Non che quest’ultima non fosse importante, però adesso si stava rendendo conto che per lei era qualcosa di secondario, un che di meno astratto da poter focalizzare per combattere e realizzare, ma che in seguito avrebbe lasciato il posto a ciò a cui aveva sempre anelato, l’amore.

«Isabelle.» Stella la fece sobbalzare. «Credi seriamente che se tu valessi così poco, lui perderebbe tutto questo tempo con te?»

E si arrestò un attimo, alquanto dibattuta se dirle altro, perché Isabelle era appena entrata in quella multinazionale e purtroppo già rischiava di doverla abbandonare, ma in fondo era doveroso metterla al corrente. «Girano strane voci, sai, su Moore e la sua società.»

«Cioè?» Il tono le si fece grave, nell’aver appurato che quello dell’amica non lo era da meno, e rimase in trepidante attesa. «Stella, ti prego, non lasciarmi sulle spine, devo sapere.»

«Ok, sembra che la Karma Communication passerà ben presto nelle mani della Benton Enterprises.»

«E Moore?» Ormai era lampante che fosse l’unica cosa che destava il suo interesse.

«Questo non lo so.»

«Ma non è possibile!» scattò. «Ci ha messo il cuore e tutta l’anima in quell’azienda, è assurdo che abbia deciso di vendere… no, no, sono soltanto fandonie, non ci credo.»

«È la moglie che lo dice, Isabelle, e questo dà da pensare» segnalò l’altra, sospirando sconsolata.

Isabelle esalò un dilatato respiro, e quando si ritrovò nell’abitacolo della sua automobile, si piantò per alcuni minuti con il capo addossato sul volante, allacciandovisi tremolante con le braccia.

“Perché non mi ha detto nulla?” si amareggiò, assalita da un immane sconforto. “Perché…?”

Lentamente si rimise in posizione eretta ed avviò il motore, ingranò la marcia e cominciò a percorrere le lunghe strade di Manhattan, ricolme di luci e di fumo proveniente dai tombini. Guardava gli altri veicoli scorrerle accanto come se fossero a mille miglia di distanza da lei, aveva come la sensazione di muoversi in un mondo parallelo, laddove nessuno riusciva a vederla, come in trasparenza, invisibile.

Spalancò il finestrino ed aprì il portaoggetti dell’auto, ne cercò freneticamente qualcosa all’interno e allorché la sua ricerca fu ultimata, ne estrasse un pacchetto di Marlboro.

«Non sarà l’occasione buona per rimettersi a fumare, però credo di averne proprio bisogno adesso.» E si accese una sigaretta, aspirò due dinamiche boccate ed emise un altro, profondo respiro.

Certo, non era la cosa più indicata da fare, ma al momento, qualora non lo avesse attuato, senza troppe infiorettature si sarebbe incollata a una bottiglia di rum ed è facile immaginare che il risultato sarebbe stato deleterio, innegabilmente peggiore.

Damian stava vendendo la sua società, era impossibile, non poteva crederci. E Sandra Duvall? Che ruolo aveva in questa storia? Cosa c’entrava?

Poi rammentò quel fax, Jake che faceva avanti e indietro dallo studio legale, l’agitazione di Damian…

«Oh!» spasimò, non riusciva a ricollegare tutti i fatti avvenuti con turbinoso fermento, non riusciva a focalizzarne l’elemento scatenante. Era stremata e inquieta, non riusciva a seguire un filo logico.

Basta, decise, per quella sera era inutile pensarci. Tanto non ne avrebbe ricavato un ragno dal buco, era inutile ipotizzare eventi di cui non aveva nemmeno la cognizione da cosa fossero stati generati. Era come giocare al cane che si mordeva la coda, senza fine.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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