SENZA PAROLE, Cap. 6

«È squisito» si congratulò lei, inghiottendo il secondo boccone, e lui rimase di nuovo affascinato da tanta naturalezza, abituato com’era ad avere perpetui contatti con persone costruite dalla testa ai piedi. E poi era davvero spassosissima quando s’infuriava, arricciava la parte superiore delle sopracciglia e spalancava quei grandi occhi azzurro color del mare, illuminando con la sua luce tutto ciò su cui posava lo sguardo.

Orbene, brillava di luce propria.

Ma di colpo ebbe una folgorazione e si sbarrò. Non si era mai soffermato tanto, prima di quel tempo, sul perché la riprendesse petulantemente per quell’inappropriato stile di vita. In origine Damian era stato convinto di averlo operato perché tale modus vivendi andava contro tutti i suoi più sani e rigidi principi morali, temendo che ciò potesse ripercuotersi sul piano professionale, pertanto che ne rimanesse coinvolto lui stesso.

Eppure, ripensandoci bene, non era assolutamente così.

Sì, in fondo quella donna era una creatura sublime, l’avrebbe nientemeno definita un dolce angioletto dispettoso. E, probabilmente, il motivo scatenante summenzionato atteggiamento nei suoi confronti, risiedeva nel puro desiderio di non voler affatto che la sua luce si estinguesse, poiché in caso lei fosse proceduta tenacemente su quella strada, si sarebbe spenta pian piano e nulla le avrebbe permesso di tornare indietro, o se non altro tutta intera.

Forse, di base, la accomunava per certi versi a Sandra, che non aveva potuto salvare, la cui strada era stata troppo percorsa e ripercorsa, e oramai non sussistevano più speranze per recuperare.

Ma Isabelle era ancora in tempo, lui ne era fermamente persuaso, e il suo animo non avrebbe mai potuto tollerare che un essere simile potesse bruciarsi per una sudicia faccenda come quella. Del resto di persone così se ne incontravano poche.

Così, mentre Damian seguitava ad esaminarla in elucubrante silenzio, finalmente illuminato da questo suo piccolo, schematico viaggio introspettivo, la vivida, prevaricante percezione dell’incontaminata beltà, e non esclusivamente corporea di quell’essere singolare, stava man mano impadronendosi di lui, congiuntamente alla certezza che lei, proprio in quanto tale, avrebbe coscienziosamente ricalcato le proprie orme, al fine di lasciarsi alle spalle anche il minimo strascico del monumentale errore che stava compiendo.

Il pasto non aveva lasciato molto spazio alle parole, Isabelle era stata deliziata da tutto ciò che le era stato servito ed aveva riscontrato che Damian aveva ordinato per sé le medesime pietanze. Era un caso? O le aveva ordinato quello che piaceva a lui…


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Ciò significava che, dopotutto, avevano qualcosa in comune, anzi, una sola: il cibo.

Quando fu il momento del dessert, lei tracciò un eloquente gesto con la mano. «Sarebbe fantastico, ma dopo un così delizioso pasto non sarei in grado di gustarlo a dovere, grazie» declinò, lanciando al cameriere un sorriso pregno di soddisfazione.

«Se non riesco a prenderla in altri versi, almeno riesco a prenderla per la gola» le sorrise Damian, illuminando al culmine il blu cristallino dei suoi occhi.

«Perché, in quali versi vorrebbe prendermi?» si eresse lei, sgranando le palpebre, parecchio frastornata da tale sortita.

Oddio, pensò, non stava mica cercando di sedurla? Non che la cosa la ripugnasse, anzi, tutt’altro, ma come al solito non si era preparata a questo, o magari non lo era mai stata. Damian era veramente imprevedibile, proprio come Wall Street, e ne era quasi la reincarnazione vivente.

Lui si allietò, intuendo appieno il tempestivo dubbio della donna. Pertanto, in tono assai modulato le chiarì: «Lei è molto suscettibile, miss Kinsley, e talvolta la via migliore con lei è di imporle le questioni con la forza. Perlomeno non ha il tempo di ricorrere alla sua consueta, inveterata abitudine di replicare, facendo saltare inevitabilmente i nervi al suo interlocutore.»

«Intende forse dire che non le faccio cadere una parola?» rimandò, trasparendo una malcelata ingenuità.

«Già.» Lui le sorrise ancora, poi, permeando dal suo tono un’inattesa, spodestante amabilità, tanto che Isabelle si sentì letteralmente rabbrividire, «Anche se, di norma, ne proferisco relativamente poche» circostanziò, e diresse un cenno al cameriere per richiedere il conto. «Per questa sera, credo sia sufficiente.»

E non aggiunse altro, Isabelle sembrava aver recepito il messaggio, e senza cadere in sordidi dettagli si augurava che lei ascoltasse il suo consiglio. Non intendeva porle altre domande.

Sufficiente?” si stizzì lei, in sordina, agitandosi fulminea sulla poltroncina. “Lo dici tu! Ma tanto ti scoverò e dovrai dirmi ogni cosa, furbacchione.”

Poteva pure lasciare il galateo a casa, per una volta, ed acciuffare di petto la situazione. Beh, non che non lo avesse attuato, avendola trascinata fin lì per eseguirle un autentico lavacro dell’encefalo, ma per lei non era sufficiente proprio per niente. Lui protraeva a girarci intorno, avvalendosi oltretutto di un reiterato, sfiancante calembour, e questo la rendeva pressappoco isterica.

Uscirono dal ristorante e Damian fece per accompagnarla al Kursaal, ma Isabelle non ebbe voglia alcuna di presentarsi al locale con lui, specie perché le parve un semplice gesto di cavalleria. Era certa che dopo la sera precedente Damian non possedesse tanta brama di farsi vedere lì con lei, il pomo della discordia…

«È sicura?»

«Sì, buonanotte e grazie per il pranzo, è stato molto gentile.»

«È stato un piacere anche per me, Isabelle» cadenzò lui, deliziandola di una calda voce suadente. Stilizzò un inchino con la testa e in un battito di ciglia le si allontanò, con grande nonchalance.

“Come Isabelle!” s’impennò lei, tra sé.

Orbene, era chiaro, anche stanotte quell’uomo aveva tutta l’intenzione di non farla dormire. Non smetteva proprio di giocare con lei…

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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