SENZA PAROLE, Cap. 6

«È nervosa?» presunse lui, più avanti, avendo rilevato che la donna era ancora intenta a ricercare una posizione comoda sul sedile, ma senza successo.

«Non sono abituata a stare seduta su una poltrona che cammina, francamente…» parlottò, pentendosi all’istante della frase appena enunciata, troppo impulsiva per i suoi gusti. Accidenti, pensò, aveva un’aria tremendamente provinciale!

Damian, a quell’ironica asserzione, diede subito in una risata calda e divertita, allentando in un battito d’ali tutti i tratti scuri del suo volto. Sembrava un bambino… e com’era bello sentirlo ridere, vederlo ridere.

Non era una cosa che succedeva tutti i giorni.

In men che non si dica furono al ristorante, lui le fece strada entrando nel locale, come si conveniva ad un perfetto gentleman, e poco dopo l’ingresso, con una delicata mano adagiata sulla sua schiena che le provocò un percettibile fremito, la sospinse verso l’interno.

«È rigida come un puntello. Guardi che non sono qui per mangiare lei, miss Kinsley.» Damian fece scendere di poco le sue ciglia, sfoderandole un sorriso irresistibile.

Ma che gli era successo? Dottor Jeckyl e Mister Hide?

Era sempre più confusa, però doveva tassativamente rimanere con gli occhi ben aperti. Immaginava che non sarebbe durata a lungo, dati i suoi precedenti sbalzi d’umore che l’avevano fatta andare su e giù, peggio di una frenetica, sbatacchiante altalena.

Il direttore di sala li accolse con uno sfavillante sorriso. «Dottor Moore, buonasera, il suo tavolo è pronto, come sempre.» E li accompagnò a destinazione.

Lei non si sorprese, era naturale che Moore avesse un tavolo fisso, pronto per ogni eventualità. E rimarcò che era per due, al massimo tre persone, molto intimo e riparato da un grazioso separé in bambù e seta, in modo che pochissimi fossero gli occhi indiscreti che avrebbero potuto infastidirlo.


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Chissà quanti rendez-vous a lume di candela aveva intrattenuto in quel tavolo. Magari aveva chiesto alla moglie di sposarlo proprio lì, incorniciati dalla luce fioca dei lumi che circondavano la sala e delle candele adagiate sui tavoli come vasi di fiori, facendo risaltare, per opera del loro bagliore, il rosso caldo e profondo del colore delle pareti.

Quel posto era il ristorante francese più in voga di TriBeCa, Isabelle lo aveva osservato parecchie volte transitandogli dinanzi, mentre si recava al Kursaal per sciropparsi un’ennesima nottata di lavoro, a scommettere con tutti quei figli di papà che non sapevano neanche se la volessero cruda o cotta. “Il troppo stroppia” pensò.

Ma Damian non sembrava un tipo così, ora nella sua testa lo chiamava pure per nome. «Sei veramente a buon punto, Isabelle» si motteggiò, senza che lui la sentisse, e ragionò su quanto Damian fosse perfettamente a suo agio in quell’ambiente, ma che non pareva farne parte, sempre con il suo impeccabile distacco.

La sua camminata lenta e sicura emanava una padronanza estrema su tutto, addirittura il mondo intero, ed era la stessa che lei aveva ravvisato nella Duvall. Erano proprio una coppia assortita bene, sospirò.

«Cosa vi servo, dottor Moore?»

Beh, certo, in quegli ambienti era sempre il cavaliere a decidere per la dama, la cosa la irritò un po’, ma per il momento decise di non esporsi, pertanto tacque, ripromettendosi di non complicare le cose. Era già un miracolo essere lì con lui, lui in quel magico stato di tranquillità, avrebbe osato definire serenità.

Damian si voltò verso la sua ospite. «Gradisce un Martini come aperitivo, prima di ordinare?»

Lei sussultò sulla poltroncina, elevando gli occhi che aveva conservato reclinati fino a quel tempo, nel cercare di essere al centro dell’attenzione ancor meno dell’indispensabile. «Grazie, faccia lei, anche per ordinare, non ho preferenze. Vorrei una toilette, se possibile.»

Lui rimase deliziosamente stupito. Dov’era finito l’enfant terrible che aveva invaso il suo ufficio?

Già, perché in quell’ambito gli parve che Isabelle fosse più aristocratica di Sandra, senza che fosse dotata, comunque, di alcun titolo nobiliare. “Ma la classe non ha titoli” pontificò tra sé, come la vera educazione, che indiscutibilmente la sua ex moglie conosceva poco.

Un cameriere le mostrò strada, in seguito le indicò a distanza la porta della toilette, e Isabelle vi si rifugiò al pari di una freccia indemoniata.

L’aveva scampata bella, meditò, sprigionando un florido sospiro rassegnato, dato che non avrebbe potuto mai scegliere cosa mangiare da un menu, in cui non sapeva neanche a cosa corrispondessero i nomi delle pietanze. Aveva lasciato l’onere al suo accompagnatore, e casomai Damian avesse ordinato qualcosa di non attinente ai suoi gusti, al diavolo, l’avrebbe mangiata egualmente.

Non intendeva permettergli di sciorinare un’ulteriore figura del cavolo, già ne aveva subite abbastanza per causa sua. “Ti preoccupi pure per lui adesso, sei proprio cotta a puntino…”

Tornò al tavolo, notevolmente rinvigorita dopo essersi devoluta un’opportuna rinfrescata e nell’aver riassettato, per quanto fattibile, la sua capigliatura, soffocata di continuo da uno chignon che quando snodava la sera, era come se i suoi capelli s’imbizzarrissero alla maniera di scalmanati puledri, per essere stati troppo a lungo rinchiusi in un ristrettissimo box.

Ora era pronta per la resa dei conti. Si sentiva un po’ più sicura dopo aver controllato e sistemato il suo aspetto, anche se sapeva che lui non lo avrebbe notato, ma non ne era nemmeno troppo convinta.

Ciononostante si ritrovò a verificare, in un attimo di malversante panico, che lui non era lì seduto. Lanciò un nervoso sguardo alla sala e non lo avvistò, si sentì un attimino persa, ma poi si ricompose e si sedé, dandosi della stupida esagerata.

Damian sopraggiunse dopo pochissimo, era palese che anche lui si fosse recato alla toilette. «Dunque» prologò, pressoché all’istante. «Vogliamo parlare di questa mattina?» s’incanalò, con un tono un tantino più serioso, senza comunque trasmettere nessun tipo di ostilità.

«Questa mattina?» Lo guardò perplessa, non le ridavano i conti, il fattaccio era successo nel pomeriggio, sì, quando lui era tornato da quell’incontro. Che cosa intendeva?

«Della sua reazione sconsiderata dopo aver parlato con Sandra.» Saltò i convenevoli, sapeva andare dritto al punto quando voleva, pensò Isabelle.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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