SENZA PAROLE, Cap. 6

La giornata, per Isabelle, si era protratta discretamente, anche a dispetto degli spiacevoli fatti intercorsi che l’avevano un po’ inibita e parecchio angustiata.

Damian non si era fatto vedere per il resto del pomeriggio, tanto che lei si era stupita e sconfortata al tempo stesso, per siffatto comportamento da parte sua.

Possibile che lui non avesse alcuna intenzione di chiarire quella faccenda? Eppure lei non gli aveva esposto le sue scuse, appositamente per dimostrare di non essere la diretta responsabile della venuta di Mike alla Karma. Inoltre, l’aver tentato di difendersi evidenziava che lei non fosse colpevole, quantomeno non delle precise accuse rivoltale, anche se di certo, per lui, questo non sarebbe stato affatto sufficiente per concedersi l’opportunità di assolverla per intero.

Ma in fondo che poteva pretendere, Moore aveva questioni ben più importanti da risolvere, di sicuro si era rinchiuso nell’ufficio di Jake per concludere la pratica Sandra. Era pur sempre sua moglie e lui ne era spropositatamente innamorato, forse addirittura pazzo di lei.

Un languore le attraversò lo stomaco, e non era provocato dalla fame. Le dispiaceva terribilmente che Moore pensasse tutte quelle squallide cose sul suo conto, che non avesse alcuna stima di lei, perché al contrario Isabelle lo stimava tantissimo, seppur si accanisse ad ironizzare sui suoi difetti. Anzi, alla fin fine le piacevano anche, poiché di base erano tutto ciò che faceva parte di lui, per lei un essere perfetto.

E poi, senza quegli stessi difetti, se così si potevano considerare, lui non sarebbe mai approdato dove oggi si trovava, al vertice del successo, circondato da cose bellissime, sebbene avesse comunque subito il rovescio della medaglia mediante il suo matrimonio con Sandra Duvall.

Gli ultimi minuti stavano dileguandosi nell’orologio, quando percepì qualcuno dietro di sé.

«Ha bisogno di un passaggio, miss Kinsley?»

Distinse la voce e il cuore le mancò un palpito, adorava quando lui pronunciava il suo nome in quella maniera, le accordava una certa importanza. Quell’uomo sapeva come scandire le parole e soprattutto quando proferirle.

«Grazie, non è necessario» ricusò d’impulso, ma con un sorriso forzato, riponendo distrattamente gli occhiali nella loro custodia, dato che per il resto della giornata non le occorrevano più.


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«Non andrà mica in metropolitana fino a TriBeCa?» Moore si era calmato, questa era veramente una gran bella notizia.

“È vero!” esclamò lei, tra sé. La sua automobile era davanti al Kursaal e non avrebbe potuto recarsi a tarda sera, in metropolitana fin lì, visto che il locale non apriva prima delle nove, e in genere il personale arrivava circa un’ora prima dell’apertura per prepararsi alla serata.

«Non si preoccupi» tossicchiò, vaga ma tesa. «Mi farò riportare l’auto da Jack.»

«Via, miss Kinsley, non ci crede nemmeno lei alle sciocchezze che mi sta dicendo.» Le prese il soprabito adagiandoglielo sulle spalle, ed impugnò la ventiquattr’ore della donna, invitandola ad alzarsi. «Venga, l’accompagno io, è comunque nella mia direzione, dato che ci vivo.»

Già, rifletté Isabelle, lui viveva a TriBeCa, uno dei quartieri più lussuosi e all’avanguardia di Manhattan, in quel mastodontico appartamento che esibiva più le fattezze di una villa che di una semplice abitazione, solo la mancanza di un grande viale alberato e giardini fioriti tutt’intorno lo contrassegnavano. E lei, con buona probabilità, o forse tutta, non avrebbe mai posseduto né l’uno né l’altra.

«Il Kursaal apre soltanto alle nove e prima delle otto non troverei nessuno, quindi che mi accompagni lei, credo che non faccia alcuna differenza.» Era inutile protrarre quest’agonia, pensò.

«Potremmo pranzare insieme, se le va, sarebbe un’ottima occasione per conversare adeguatamente della questione.» Fu così amorevole, che Isabelle non credé alle sue orecchie e si sciolse come neve al sole.

E comunque lei, a computi rapidamente eseguiti, ritenne che non sarebbe stata un’idea poi così balorda. Alla fine avrebbero dialogato come due persone civili di fronte ad un’ottima pietanza e ad un calice di buon vino rosso italiano, magari francese, chi se ne importava!

Quello che contava era che finalmente poteva parlare con lui, rispondere a tutti quegli interrogativi che da ore le consumavano ogni più piccolo tessuto muscolare, contraendolo a più non posso.

«Accetto con piacere, dottor Moore, ma soltanto se mi dà la sua parola di non essere ulteriormente offensivo nei miei riguardi.» Questa gliela doveva…

«Ha la mia parola, miss Kinsley.»

“E non dirlo più! Il mio nome… non dirlo più, ti prego…” lo supplicò, senza aprir bocca.

Sopraggiunti all’uscita, lo chauffeur aprì la portiera della limousine e li fece accomodare nell’abitacolo. Lei si sentì un filino larga in quell’ambiente così ampio, abituata com’era al suo piccolo coupé che non concedeva granché spazio ai passeggeri, rendendo gli spostamenti molto più intimi rispetto a quel transatlantico.

«Ha bisogno di rinfrescarsi prima di avviarci al ristorante, miss Kinsley?» le propose lui, inaspettatamente pacifico, tanto che lei si strabiliò all’inverosimile.

Nonpertanto, conservando un tono, un atteggiamento formale e distaccato, per quanto le fosse concesso dalla vicinanza di quell’essere magnetico all’ennesima potenza, Isabelle affermò: «Non si preoccupi, sto bene così. È inutile dilungarci, vorrei ritirarmi presto perché avrei bisogno di riposo.»

“Almeno stanotte” conglobò nella sua mente, e poi non voleva certo fargli vedere che si rendeva bella per lui. Sarebbe stato troppo imbarazzante, molto più di quanto lo fosse il fatto di essere lì con lui, a trascorrere una gradevole, provvidenziale serata al ristorante che con il lavoro, sostanzialmente, non c’entrava alcunché.

«Come preferisce.» Damian indirizzò un cenno eloquente a Pierre. «Ci porti al Biscuit.» E il veicolo si mise in moto.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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