SENZA PAROLE, Cap. 5

L’uomo aggrottò la fronte, cogitabondo, tuttavia raccolse subito la sfida, non voleva mica sembrare un cucciolo spaurito a cui occorresse la balia, tra l’altro nel suo territorio!

«Ha ragione.» E molto garbatamente congedò i cinque personaggi presenti, armati di penne, documenti e ventiquattr’ore, come se si fossero attrezzati di baionette in previsione dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Gli interessati rimasero soli.

Benton si adagiò più comodamente sulla poltrona, estrasse un sigaro da un portasigari in madreperla e lo accese. «Gradisce?» presentò, rivolgendosi all’avversario.

«Grazie, magari dopo» declinò Damian, nell’attuare un lieve gesto di diniego, e sfoderò un altrettanto lieve sorriso, ma sontuosamente malizioso, quasi sardonico.

«Dunque.» Attuò una pausa significativa. «Ho, qui con me, questa sorta di accordo che avete discusso e redatto in mia assenza. Come intende giustificare l’illiceità di predetta stipulazione?»

Benton sorrise con aria sprezzante. «Moore, andiamo, sa con esattezza che sua moglie è intestataria di circa un decimo delle azioni della sua società, e sa anche che la signora era in possesso di una procura firmata di suo pugno per concludere l’accordo al posto suo.»

«È davvero sicuro che sia la mia firma?» ritorse lui, lanciandogli un’occhiata decisa.

L’uomo ammutolì un secondo, ma poi prontamente rilanciò, tentando di non sembrare confuso. «Questo, parlando con totale franchezza, non mi riguarda, ma ad ogni modo dubito che sua moglie abbia corso un rischio del genere, suppongo che in tal caso non dovrebbe essere sana di mente per concepire un simile escamotage. Comunque, qualora lo avesse attuato, senz’altro nella convinzione che lei, pazzamente innamorato della signora, non avrebbe mai permesso che fosse rinchiusa in una squallida prigione per un’irrisoria questione d’affari.»

E ghignò, soddisfattissimo della propria determinazione, pregustando già la reazione che sarebbe succeduta al suo magistrale colpo inflitto. «Evidentemente lei, per intenderci, non tiene alla sua società quanto a sua moglie, per giungere a regalarle quel maestoso pacchetto di azioni come dono di nozze.»


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Damian lo fissò impassibile per alcuni secondi. Benton sapeva il fatto suo, e anche quello di Sandra. Chissà quante notti avevano trascorso insieme a sua insaputa cavillando il minimo dettaglio, mentre lui sfacchinava nella sua azienda fino all’alba…

«Questo è il punto. Anzi, entrambi.» Damian si fece serio e minaccioso. «Sandra è stata dichiarata inferma.» Gli lanciò il referto e allegò: «Ed ho richiesto una perizia calligrafica della firma, posta in calce al documento.»

Si arrestò per un altro significativo istante ed ultimò: «Adesso questa è la mia domanda, dottor Benton: fino a che punto lei ama mia moglie?»

Isabelle ed Henry erano divenuti piuttosto complici, riempivano i loro spazi vuoti, dovuti ai momenti di meritata pausa, spettegolando vicino alla macchina del caffè e cacciando nomignoli, a destra e a manca, a tutto lo staff. Quelli erano momenti di vero relax in cui il nervosismo si placava di parecchio, e lei disponeva della facoltà di riapprovvigionare le artiglierie prima di un nuovo, sfiancante round con l’uragano Moore.

Si udì il suono dell’ascensore in apertura e fu strano, ma anche quello non faceva presagire nulla di buono. Un’aria satura di tensione s’impadronì del corridoio, mentre Isabelle adocchiava un’ombra scura comparire all’improvviso, che di seguito l’afferrò per un braccio e la condusse verso la sua postazione.

Un po’ sballottata per l’ondata che l’aveva travolta, lei impiegò diversi secondi per riconoscere Moore che la fissava fervidamente contrariato.

«Poggi la sua tazza di caffè e mi segua immediatamente, miss Kinsley.»

Isabelle non ebbe il tempo sufficiente per realizzare la situazione ed assentì, poggiò la sua tazza e lo seguì.

Non appena furono dentro, Damian sbatté la porta dietro di lei, fermatasi al centro della stanza, in attesa che quell’uragano terminasse di travolgerla.

Lui le girò intorno e le si sbarrò dinanzi, a meno di un palmo. «Vuole spiegarmi cos’è questa storia?» tuonò.

“A quanto sembra l’incontro non è andato bene” si crucciò lei, fra sé. «Vale a dire?»

«Come diavolo le è saltato in mente di far venire quell’uomo in azienda?» la saettò, fissandola pressappoco furente.

Ed un forte presentimento la invase, pertanto, quasi tremando dalla paura che potesse trasformarsi in realtà, «Mike è stato qui?» ondeggiò, confidando vivamente in una confortante risposta negativa.

«Non faccia l’indifferente, miss Kinsley. Possibile che una donna come lei, non riesca a tenere a bada un simile cane rognoso?» Diciamo che si stava innervosendo.

«Mike non è un cane rognoso, dottor Moore» oppugnò lei, risoluta e ardimentosa, sguainando tutta la sua intrepidezza, o imprudenza, a seconda di come la si voglia intendere.

«Lo difende anche, ma bene!» si urtò, traendo un respiro ben poco rassicurante.

«Io non lo difendo, ma…» Era vero, Isabelle sapeva più di lui che quella descrizione dipingesse a menadito il suo ex fidanzato, però Moore non avrebbe mai dovuto permettersi. Dopotutto non lo conosceva nemmeno, soltanto lei avrebbe potuto insultarlo, essendo altroché fornita dei suoi validi motivi.

«È davvero impossibile, non riesce a star zitta neanche adesso!» si esacerbò lui, dopo quella snervante replica, passandosi concitato una mano tra i capelli.

Ma perché era così arrabbiato, s’interrogò Isabelle, tutto sommato Mike si era solo presentato lì, oppure… Caspita, e se avesse affrontato Moore spiattellando la storia di fronte a tutti?

E la paura principiò ad innalzarsi in lei, poco a poco ma assai insidiosa.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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