SENZA PAROLE, Cap. 5

In ciascun caso era scontato che si conoscessero bene, quel tizio non poteva essere un pretendente di turno che avesse irresponsabilmente alzato il gomito e cercato di adescarla. Sussisteva perspicua intimità tra loro, lei lo aveva perfino salvato dalle mani del buttafuori, magari gli aveva anche salvato la vita, malgrado quel folle l’avesse strattonata a quel modo.

E poi le parole di quel Farrell: «Santi numi, Isabelle, ancora non lo lasci stare quel miserabile!» Sì, c’era concretamente qualcosa di più.

O magari lui era un rampollo di famiglia benestante che l’aveva aiutata ad intrufolarsi in qualche ambiente ricercato, forse era stato proprio quello scellerato ad averle permesso di conoscere Peterson, e quando Isabelle non aveva più avuto bisogno del suo appoggio, senza troppi fronzoli lo aveva liquidato e il poveretto aveva perso la testa.

“Già” contemperò, non poteva che essere così.

E fu trascinato da una rigogliosa morsa allo stomaco, deluso, in fondo stava cominciando ad ammirare il suo temperamento, la sua energia, quei meravigliosi occhi azzurri che lo facevano disperdere come in balia delle onde di un oceano agitato, la trasparenza da cui emergeva verità, limpidezza… Ma come faceva a fingere così bene?

Eppure, tranne in parte Sandra, nessuno mai era riuscito ad ingannarlo. Il segreto per riconoscere le persone, la falsità o l’ambiguità, era sempre stato quello di scrutare lo sguardo, era da lì che emergevano tutte le qualità o le mancanze degli esseri umani. Con le parole si poteva mentire, camuffare, ma con gli occhi no.

Questa era stata l’innata arma del suo successo, al contrario di suo padre che si era fatto incantare, lasciato lusingare da belle parole o da gesti eccessivamente servili. Non aveva mai scrutato il profondo dei propri interlocutori, collaboratori, persino gli amici.

Possibile che una ragazzina venuta dal nulla potesse, a un tratto, far vacillare le sue salde convinzioni? Rimettere in discussione tutta la sua vita…

“Una ragazzina… No, una donna. E lo è, fin troppo.”

«Signore, siamo arrivati.» Pierre, lo chauffeur, lo strappò dal galoppante corso dei suoi pensieri.


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«Grazie, mi aspetti pure qui, non ci vorrà molto.»

Damian scese dall’auto, si passò energico una mano sulla fronte per ricacciare lo stato ipnotico in cui si era improvvisamente impelagato e, come d’incanto, ridivenne il dottor Moore, presidente della Karma Communication.

«Sono Damian Moore. Ho un incontro fissato con il dottor Benton, per le tre di oggi pomeriggio» espose all’assistente dello sciacallo, gli piaceva definirlo così, era molto appropriato.

«Il dottor Benton la sta attendendo nel suo ufficio, ma si aspettava che lei si presentasse con i propri legali» osò la minuscola figura tutta occhiali, dall’altra parte della scrivania.

«Lo ritengo un incontro informale e del tutto ufficioso, signorina, mi faccia pure entrare da solo.»

«Sì…» La donna era rimasta intrappolata dall’incorporea sfera polarizzante che circondava Damian, e non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, vividamente conquistata da cotanto fascino.

«Deve dirmi altro?» Erano le solite parole per cercare di valicare le altrettanto solite situazioni che, sistematicamente, gli capitava di fronteggiare. Certo, non si dispiaceva del suo carisma, in quanto gli era risultato sempre estremamente utile, sia con le donne che con gli uomini, ma in alcuni casi la reazione degli altri diveniva assai fastidiosa, poco meno che patetica.

«No, si accomodi.» La donna arrossì, rendendosi nitidamente conto di aver sciorinato una figura oltremisura banale.

Mentre Damian raggiungeva l’ufficio di Benton, la porta si aprì e ne sbucò un uomo di altezza media con i capelli rossicci sulle spalle, qualche efelide qua e là appena sotto gli occhi, ed un sorriso che mostrava la perfetta dentatura del soggetto che gli si era parato innanzi.

Gli occhi di Benton si fecero predatori alla vista di Moore intervenuto al loro incontro senz’alcun patrocinante, e lo rimirò come se stesse entrando nella tana del leone.

Damian non si scompose di un filo e gli tese la mano, da perfetto gentiluomo e uomo d’affari di un certo calibro, senza essere minimamente scalfito dal fatto che quel viscido elemento gli aveva soffiato la moglie, tentando in pari tempo di assorbire la sua società.

Entrambi si accomodarono nello spaziosissimo ufficio del presidente della Benton Enterprises.

I due rivali si sederono l’uno di fronte all’altro e non si levarono gli occhi di dosso nemmeno per un nanosecondo, sfidandosi apertamente a chi avesse distolto lo sguardo per primo.

«Bene, dottor Moore» debuttò Benton, un sorriso sempre più predatore. «So che è venuto per discutere di quel famoso contratto che ho stipulato con la signora Duvall.»

“Signora…” la declassò Damian, con silente sarcasmo, elucubrando che non fosse più indicato riferirsi a Sandra con l’ausilio di un sostantivo analogo.

«Ma vedo» riscontrò l’uomo «che non ha portato con sé i suoi legali. Ciò vuol dire che ha deciso di non impugnare tale scrittura?»

Con lo sguardo impenetrabile Damian si eresse dalla sedia, inclinandosi verso di lui, e puntò i gomiti sul vasto ripiano in mogano, impugnandosi una mano con l’altra. «Dottor Benton, sono sicuro che lei è un uomo di mondo come me, e sono altrettanto sicuro che questa sia una faccenda da discutere a quattr’occhi. Le questioni legali arriveranno dopo.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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