SENZA PAROLE, Cap. 5

Damian discese i ventisette piani del suo edificio e in contemporanea un tumultuoso vortice s’impadronì del suo stomaco. Quell’incontro sarebbe stato decisivo.

Fiero nel suo completo color testa di moro con stiratura impeccabile, valicò la soglia dell’ascensore e all’istante rilevò una gran confusione nella hall. Un tipo isterico con i capelli arruffati stava discutendo, a dir poco animatamente, con due addetti alla sicurezza, dimostrando chiara l’intenzione di entrare nello stabile.

Lui si chiese subito chi fosse quel mentecatto, non era mica un mercato. Poi, pian piano, scrutandolo con attenzione ne identificò inizialmente la voce e di seguito anche la sembianza.

Sì, era l’uomo che aveva aggredito Isabelle e con il quale lui aveva intrattenuto un piccolo diverbio, ironicamente parlando, la sera prima al Kursaal.

Comunque, motteggi a parte, quel pazzo incosciente si era addirittura presentato nella sua azienda per incontrarla, e la cosa lo impressionò non poco. Ma che gli aveva fatto quella donna, una specie di sortilegio?

Era come impazzito, non ragionava, pronunciava frasi indecifrabili e non si afferrava con precisione quali fossero i suoi reali proponimenti. Voleva salire su e rinnovarle lo stesso regalo che le aveva galantemente erogato in quel locale, o intendeva cercare di scusarsi?

Tuttavia l’unica cosa ben certa, rifletté, era di non aver affatto tempo per occuparsi di questa vicenda che fondamentalmente non lo riguardava, oppure sì… Scosse la testa per lucidarsi i pensieri e poi, improvviso, un lampo gli attraversò la mente.

Quel tizio non lo conosceva, o comunque non era al corrente della sua identità, giacché la sera precedente non aveva dimostrato di sapere che lui fosse il datore di lavoro di Isabelle. Probabilmente aveva immaginato che si trattasse di uno sconosciuto che l’aveva tirata fuori da una situazione sgradevole, considerando inoltre che lui aveva conservato una determinata distanza dalla donna e che le aveva rivolto l’attenzione soltanto quando quello squilibrato era stato buttato fuori dal locale.

Ma sul momento Damian arguì che, in caso quell’esaltato lo avesse riconosciuto, scoprendo dunque chi effettivamente fosse, sarebbe stata la fine, avrebbe potuto combinare qualche danno irreparabile. Finora non era mai stato al centro di pettegolezzi di nessun genere, nemmeno per la storia con Sandra, ed ora sarebbe diventato lo zimbello di tutta la sua azienda, perdendo di netto e in simultanea, l’autorità sui suoi dipendenti.

“Isabelle, ma che mi combini… sei davvero una donna pericolosa.”


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Si avvicinò a grandi passi alla reception, e nel mantenergli costantemente le spalle, impiegò estrema cura per non farsi riconoscere da quel pazzo lunatico.

Con insigne disinvoltura si arrestò di fianco al concierge e a voce attenuata, «Cosa succede, Arnold?» lo interpellò.

«Signore.» Arnold miniò un flebile inchino, ma assai cerimonioso. «Quell’uomo intendeva salire ai suoi uffici senza appuntamento e soprattutto senza essere annunciato, gli ho riferito che ciò non era possibile, ma lui si è imbestialito ed è corso verso gli ascensori. Per buona fortuna è stato bloccato dalla sicurezza, stanno cercando di farlo ragionare, ma a quanto pare non ne ha nessuna intenzione.»

Damian si sforzò di placare la sua irritazione, in special modo per non perdere il controllo al cospetto di Arnold, che lo aveva sempre ravvisato distaccato e munito di un self-control invidiabile. Ciononostante, con mal simulata freddezza sibilò: «Buttatelo subito fuori da qui e imprimetevi bene la sua faccia in mente, non voglio più vederlo nel raggio di un miglio dalla mia azienda.»

«Sì, signore…» Arnold lo guardò meravigliato, ma forse sbigottito, allontanarsi in direzione dell’uscita dove l’imponente limousine lo attendeva.

In pratica Damian non era riuscito ad essere quello di sempre. Il tono animoso della voce e le sue avverse parole avevano tradito il suo preponderante disappunto, per non dire collera, in merito a siffatta strampalata situazione.

Proprio così, l’unica cosa che Damian non aveva mai tollerato era la violenza, più di tutto sulle donne, poiché tale mancanza di carattere notificava una solida impotenza da parte dell’universo maschile di cui, in quei dati momenti, lui si vergognava di far parte. Non aveva mai ceduto a quella debolezza, avrebbe potuto ferire, uccidere, ma soltanto per vie verbali, attraverso un comportamento volto a dimostrare disprezzo o peggio ancora indifferenza.

E quando fu compiutamente accomodato sui sedili in pelle dell’auto, non riusciva ancora a distogliere i suoi pensieri da quell’incredibile situazione. Aveva certo rilevato che Isabelle riscuoteva un discreto successo, era oltremodo una donna attraente, davvero incantevole, ma fino a quel limite non aveva mai visto spostarsi nessun uomo. Ne aveva sentite di storie tra amici e conoscenti, anche diversi ex di Sandra avevano espletato moderate follie per lei, eppure non era mai impazzito nessuno.

“Sarà pazzo lui, allora” concordò, infine, ma in un repentino attimo gli apparve chiara l’immagine di Isabelle.

Già, nonostante il gestire ambiguamente le sue relazioni non l’aveva individuata come una sciocca, quella donna sapeva certamente il fatto suo, pertanto non si sarebbe mai fatta coinvolgere da un tipo simile, specie perché era dotata di un acume strepitosamente pronunciato. E poi, disporre in pericolo la sua relazione con il sindaco, rischiare di ledere la sua reputazione per così poco, per non parlare del lavoro tanto desiderato…

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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