SENZA PAROLE, Cap. 4

I due colleghi entrarono in ascensore piuttosto frastornati, non si era ben capito cosa fosse accaduto.

«Sempre senza parole… Ma come si fa a lavorare con un tipo del genere? Ti parla a mezza bocca, non ti dice ciò che non va, anzi… magari quello te lo dice e anche a brutto muso, anche se non tutto, cioè, quello che m’interessa… Ah, è proprio stancante!» si sfogò lei, era troppo che se lo teneva dentro.

«Hai qualche interesse per lui?» sboccò Henry, molto incuriosito dall’inaspettata irruzione della donna.

“Ma bene! Qui sono impazziti, si fanno tutti dei film in testa, non sarà mica contagioso?”

«Cosa vai a pensare, Henry, certo che no, ma per diventare la sua assistente perfetta dovrei pur sapere che diamine cerca, che cosa vuole! Poi non capisco perché quella reazione, non si può neanche ridere in questo benedetto stabile?» Sentiva che le sue buone maniere stessero andando a farsi un giro dell’isolato e si arginò.

D’altra parte non poteva sfogarsi con un tipo che aveva visto solamente un paio di volte, non sapeva neppure chi fosse, e se fosse una spia? Perbacco, stava seriamente dando di matto, non ragionava più.

«Scusami, in questo momento mi sento un tantino perseguitata. Allora, Henry, tu precisamente di cosa ti occupi?»

E la conversazione seguitò per l’intera colazione e anche dopo aver sorseggiato un buon caffè e mangiato un’ottima fetta di torta di mele. Quell’ora di pausa transitò in una volata, Isabelle si era distratta parecchio con Henry che era di ottima compagnia, simpatico e per nulla invadente.

Dopo quella domanda prontamente sviata da Isabelle, lui non si era più permesso di tastare il discorso, era stato gentilmente discreto e questo le piaceva. Conversarono in maggior modo dell’azienda, e lei giunse a conoscenza di diverse cose interessanti che l’avrebbero solidamente avvantaggiata nel suo lavoro.

Quando si ritrovò alla sua scrivania per trascrivere una lettera al computer, squillò il telefono. «Karma Communication, ufficio del dottor Moore, buongiorno.»


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«Buongiorno, sono la signora Moore, mi passi mio marito.»

«Attenda in linea, grazie.»

Una doccia ghiacciata, altroché se lo era.

Compose il numero interno di Damian e, appena lui rispose, Isabelle molto compitamente gli annunciò: «Dottor Moore, c’è sua moglie in linea, desidera parlare con lei.»

«Che? Dannazione, quella non è più mia moglie, cosa vuole ancora?» ritorse lui, con un certo, fulmineo fervore.

«Non lo ha precisato, e onestamente non mi sono preoccupata di chiederglielo, non credo di esserne autorizzata» evidenziò lei, in tono sostenuto e forzatamente distaccato.

«Bene, allora l’autorizzo io, si faccia dire cosa vuole e mi trascriva il messaggio. Quando avrò tempo la richiamerò.»

«Come vuole.»

Bella gatta da pelare, si era anche ritrovata in una bega matrimoniale che non era per niente di poco conto, considerati i protagonisti.

«Ehm… signora Moore, in questo momento il presidente è impegnato, mi ha riferito di lasciargli un messaggio e che più tardi la richiamerà.»

Un attimo di silenzio.

«Ah, siamo a questo punto, non ha più nemmeno il tempo per parlarmi e oltretutto mi chiede di comunicare con lui tramite una semplice segretaria!» tracimò la donna, esibendo un tono schernitore e arrogante, che obiettivamente a Isabelle non piacque affatto.

«Mi dispiace, ma ho avuto queste disposizioni» denotò, cercando di rimanere la più calma possibile.

«Non importa, richiamerò. Grazie.»

“Ma che faccia tosta!” Il suo viso avvampò di tutti i colori dell’arcobaleno e non seppe resistere, si alzò di colpo dalla sedia e come una saetta era già alla porta di Damian, bussandovi con nevrotica intraprendenza.

«Cosa c’è.»

«Avrei bisogno di parlarle, oppure non ha neanche tempo di conferire con la sua segretaria?» La bomba era esplosa.

«Entri pure.»

Isabelle entrò sbattendosi la porta alle spalle, e con gli occhi che le sfolgoravano per lo sdegno, si accostò a pochi passi dalla sua scrivania.

Poi lo fronteggiò, a chiare lettere, scandendo ben bene le parole: «Dottor Moore, io non so chi lei creda che io sia, ma di sicuro avrà capito che non sono quel genere di persona con cui poter giocare a ping pong. Se sua moglie o ex moglie o chi diavolo sia, vuole parlare con lei, credo che lei abbia tutto il dovere di farlo, oppure può comunicarle lei stesso che non vuole parlarle, senza metter di mezzo altre persone che ovviamente, trovandosi tra la botte e il mazzapicchio, non sanno proprio che pesci pigliare. L’avviso che la signora mi ha comunicato che richiamerà, ma che la prossima volta non sarò così educata con chi mi declassa a semplice ausiliare. Voglio rammentarle di aver fin troppo studiato nella mia vita per diventare un dirigente, e se ora mi contento di rivestire questo ruolo, è solo perché in corpo ho ancora un minimo di umiltà e non giudico la gente in base alle scarpe che indossa o al quartiere dove abita. Sono stata sufficientemente esauriente?»

Damian la osservò per qualche secondo, con muta ma esaminante attenzione, ponderando che quella donna avesse un gran fegato, proprio un bel temperamento, tuttavia non c’era posto per simili adulazioni al momento, ma forse in nessun caso.

«Ha finito?» reclamò, distillando dalla sua postura, dal tono, da ogni dannata cosa, la sua solita destabilizzante calma, che lo rendeva ancor più irresistibile di quanto non lo fosse già.

«Credo di sì.» Isabelle raddrizzò le spalle e seguitò a guardarlo incendiata, aspettando l’imminente attacco di Pearl Harboor.

Lui impugnò il ricevitore del telefono e compose un numero, pochissimi squilli e poi: «Sandra? Sono Damian, cosa vuoi?», in tono pacato.

Isabelle udiva una marea di suoni bizzarri e frasi sconnesse, l’interlocutrice aveva chiaramente perso la bussola.

«Bene» ufficializzò Damian. «La prossima volta che avrai qualcosa da dirmi potrai farlo tramite i miei avvocati, e semmai ti balenasse in mente l’idea di chiamare in azienda, potrai lasciare un messaggio alla mia semplice segretaria

Era sorprendente, pensò Isabelle, l’uomo aveva capito tutto, il motivo per cui lei si fosse tanto adirata. Era pericoloso, pareva che le leggesse nel pensiero, oppure era una specie d’indovino?

Stette in silenzio e continuò ad ascoltare.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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