SENZA PAROLE, Cap. 4

Appena raggiunse la sua postazione avvertì una curiosa sensazione, come se aleggiasse un’aria di quiete susseguente una divampante tempesta. C’era un completo silenzio.

La porta dell’ufficio del presidente era socchiusa e non si percepiva alcun rumore provenire da esso, un fatto piuttosto inconsueto, meditò, o non c’era, o probabilmente era morto. Non che l’idea le dispiacesse così tanto…

Ma si sgridò istantanea per un simile pensiero, stava proprio perdendo la testa… Eppure strano, quando Moore non era in ufficio chiudeva sempre la porta, e allora, che stava succedendo?

«Buongiorno, miss Kinsley.»

Lei trasalì, sprigionando un gemito di terrore, e col cuore affagottato in gola, si volse trafelata alle sue spalle.

«Come sta, questa mattina? Vedo con piacere che ha seguito il mio consiglio, stamane è in perfetto orario, direi persino in anticipo.» Il tono era impersonale, ma gelido come il marmo.

“Eccoci di nuovo…!” elucubrò lei, irritata. Moore aveva ristabilito le distanze, il tu era palesemente scomparso.

«Ma le ha dato di volta il cervello!» reagì, istintiva, senza moderazione alcuna. «Vuol farmi prendere un colpo, nel giungermi così di soppiatto!»

«Cos’ha, mal di testa? E come mai, non ha riposato bene?»

“Ancora con i giochi, insopportabile.”


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Ma per il momento preferì sorvolare quella provocazione, e così, ristabilitasi alla meglio dal suo precipitoso smottamento, «Cosa posso fare per lei?» dirottò, parecchio impettita.

Era incredibile, la sera prima si era ritrovata, senza oltretutto accorgersene, sul ciclopico divano di lui mentre le curava amorevolmente le ferite della sua battaglia personale, e adesso erano due perfetti estranei, diciamo pure ostili fra loro.

«Mi segua.»

Lei gli rimase incollata alle calcagna finché non entrarono nel suo ufficio, e dopo un celere sguardo indagatore al luogo, chiara le fu quella sensazione di tempesta che aveva avvertito: c’era un mucchio di fogli sparsi in terra, qualche stilografica buttata qua e là, un portafotografie in cristallo frantumato vicino alla scrivania e, poco di fianco, c’era una fotografia spiegazzata che riportava distintamente la forma del tacco di una scarpa femminile. Capì.

Vide ritratti nella foto Moore e quella donna, la donna dell’ascensore, la signora Duvall, ma forse la signora Moore.

Beh, aveva vagamente sentito vociferare sul matrimonio del presidente della Karma Communication, tuttavia non esistevano foto o servizi televisivi che potessero testimoniare la cerimonia, era stato solo un cumulo di frottole e di gossip, senza nulla che avesse attestato materialmente la loro unione. E lui non indossava neanche la fede al dito, ma ciò, si rese conto, era totalmente irrilevante.

Sì, era sposato, per giunta con la donna più bella e raffinata che lei avesse mai visto. Ora comprendeva come lui avesse potuto perdere la testa, erano bellissimi in quella foto, sembravano una coppia spettacolare, da favola.

«Ehi, è sveglia?»

E diciamo che la destò da quel suo effimero viaggio, e lei lo fissò senza riuscire a capirlo. Come poteva essere così tranquillo dopo un pandemonio simile?

«Mi scusi, notavo che la fotografia si è sgualcita, ne sarà rammaricato» accennò in tono indulgente, limpidamente rassegnato.

Un lampo balenò negli occhi di lui. «Si limiti a fare ordine, miss Kinsley, è per questo che l’ho fatta venire nel mio ufficio, e d’ora in avanti gradirei che trattenesse tali chiose per sé. Ho un appuntamento fuori sede e mi aspetto che tutto sia sistemato al mio ritorno. Buon lavoro, miss Kinsley.» E sparì dietro la porta.

Il lupo perde il pelo… “Coraggio, Isabelle” si animò. “Almeno starai buona parte della mattinata in santa pace, senza quel burbero tra i piedi.”

E fu così, riuscì a combinare molto in quell’atmosfera pacifica, senza che lui le girasse attorno come un rapace per controllare ogni sua mossa, tanto che ben presto sopraggiunse la tarda mattinata. Era pressappoco mezzogiorno, e decise che per questa volta sarebbe andata a colazione.

Il giorno precedente aveva evitato, ma si era accorta che optare per il continuato non era una cosa appropriata, soprattutto in quel posto dove la tensione era sempre altissima. Avrebbe dovuto staccare un po’ la spina, qualora la sua intenzione fosse di giungere sana di mente al termine della giornata.

«Buongiorno!» udì alle sue spalle, era Henry che le veniva incontro mentre indossava la giacca per uscire. «Niente colazione anche oggi?»

«No, stavolta ci andrò, e di corsa. Conosci un posto qui vicino, dove poter mangiare qualcosa di sano e nutriente?»

«Beh, di sano non lo so, però di nutriente sicuramente sì, ci sarebbe una graziosissima tavola calda a pochi passi dall’edificio. Se vuoi possiamo andarci insieme, anch’io mi sto recando lì.» E sorrise. «La mensa non te la consiglio» malignò, indirizzandole un’occhiata assai significativa.

Lei afferrò il concetto e gli sorrise di rimando. «Perché no, dopotutto fa sempre bene mangiare un boccone in compagnia, prendo il soprabito.»

E si avviarono con languida andatura verso l’ascensore.

«Il barbaro oggi non c’è?» zampillò Henry, satirico e gingillante.

«Zitto, semmai ti sentisse me la farebbe pagare cara. Capirebbe a razzo che sono stata io a cacciargli quell’epiteto, non me lo perdonerebbe mai!» Ma era comunque divertente, in fin dei conti non gli stava mica dando dell’infame, o peggio ancora del mafioso!

I due cominciarono a ridere senza disciplina, quando, d’emblée, la porta dell’ascensore si aprì e… lupus in fabula…

Henry si ricompose, sveltissimo, mentre Isabelle manteneva lo sguardo di sfida.

Damian non era rimasto piacevolmente sorpreso dalla spedita confidenza tra quei due, non che rifiutasse l’idea che i suoi collaboratori andassero d’accordo, anzi, era ben felice che sussistesse un buon rapporto tra loro, non era presente alcuna malsana competizione e ciò consolidava anche la floridità dell’azienda. Eppure quella sorta di complicità che si erano trasmessi ridendo di non si sa che cosa, lo infastidì.

Graziò Isabelle di uno sguardo davvero poco amabile ma non proferì alcunché, le passò accanto con i nervi visibilmente tesi e si serrò nel suo ufficio.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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